remains of the day fathers death Two shots: Quel che resta del giorno

La ditta Merchant/Ivory è stata a lungo e forse è ancora il simbolo del «laccato», stile da elegante produzione dal retrogusto imperiale, come ancora ferma ad una caratteristica versione di Splendido Isolamento inglese, tendenzialmente algida e distante. L’ultimo esempio che io ricordi di questa cifra produttiva è Il velo dipinto di John Curran, di ormai tre anni fa. Se dovessi scegliere il campione della casa, senza indugio dovrei optare per Quel che resta del giorno, seguito sfortunato quanto a premi della precedente fatica di Ivory, quel Casa Howard che si era meritato tre Oscar e dodici nomination. Se aprite il Mereghetti alla scheda di questo film, potete rintracciare la critica preferita che si muove a questo «stile», cui si rimprovera di «limita[rsi] a rifletter[e] piattamente le forme [di un raffinato formalismo], perfette ma fredde». Quella che in questo caso è una precisa caratteristica dell’opera, cioè, viene addebitata come punto a sfavore. Se aprite il maggior dizionario concorrente, il Morandini, scoprite invece che questo è «il più malinconico e amaro dei film di J. Ivory. E il più politico. Ha la struttura di una cipolla, cioè a strati, da levare, gustandoli, a uno a uno fino a scoprire il cuore che qui è un nocciolo duro: una lucida requisitoria verso una classe, un mondo, un modo di vivere. In letteratura come al cinema c’è differenza tra formalismo e scrivere bene. Ivory scrive bene. E non esiste un modo di scrivere «troppo bene»». Concordo.

Il «formalismo» in questo caso non è affatto pura piattezza, ma riflette una gamma di sentimenti — i quali, però, sono rigorosamente trattenuti. Capita così di rado, oggi, di riuscire ad attraversare un intero film — la cosa vale in realtà anche per gli altri di Ivory, che si concedono a volte qualche pur rara svista — senza mai incontrare neppure il minimo accenno di un mismatch: inquadratura dopo inquadratura, non c’è verso di lasciare un personaggio in una posizione incongrua rispetto a quella che riprenderà nella successiva, ogni gesto — o, più probabilmente, ogni aspetto — viene conservato fedelmente in un unicum. Non è semplicemente una questione di correttezza compositiva, ma di flusso di pensieri. È uno dei modi coi quali gira l’economia compositiva del film, molto diversa da un’impostazione prettamente teatrale.

L’immagine in alto è tratta dalla scena nella quale Mr. Stevens (Anthony Hopkins) sale nella stanza del padre morto mentre il figlio attendeva da maggiordomo ad un’importante conferenza internazionale nella tenuta di Lord Darlington (James Fox). Il suo arrivo è ripreso in un’unica inquadratura, tenendo nel corridoio parte dello staff giunta a dare le proprie condoglianze, e poi spostandosi sulla soglia della stanza dove c’è Miss Kenton (Emma Thompson), che ha badato al vecchio mentre il figlio era via a continuare irreprensibilmente il proprio lavoro; l’immagine ferma l’espressione dell’uomo proprio prima di entrare. Il freddo sconvolgimento di Stevens mentre fissa il letto del padre, in rilievo, è contrappuntato dall’espressione addolorata di Miss Kenton in penombra e fuori fuoco: un uso molto intenso di un’inquadratura a due, che riesce a catturare l’opposizione ragione/sentimento sulla quale i due rimangono e rimarranno impaniati.

È a mio avviso uno dei duetti recitativi più strenui mai visti, quello fra la Thompson e Hopkins entrambi nominati all’Oscar nell’anno della vittoria di Holly Hunter per Lezioni di piano e Tom Hanks per Philadelphia. Ed è uno degli Hopkins più splendidi mai visti, in un film non molto dissimile da 84 Charing Cross Road, dove la sua relazione non consumata era con la compianta Anne Bancroft. Un anno prima, in tutt’altro contesto, il suo personaggio e quello della Thompson erano riusciti a baciarsi e amarsi, in maniera pur riflessivamente critica, in Casa Howard:

howards end kiss Two shots: Quel che resta del giorno