Peccato non poter realmente commentare, dato che non c’ero, ma il 4° Festival del Cinema di Roma (che si dice aver retto nonostante «la crisi» — anche se c’è chi racconta di aver «visto una desolazione allarmante. Bar e ristoranti più che altro vuoti e davvero poca gente in giro, addetti ai lavori compresi») continua a regalarci qualche polemicuccia che è molto bello poter osservare dall’esterno. Specie se, come in questo caso, nella polemica si ripropone il fantomatico scontro fra carta stampata e web. Da una parte Corriere e Repubblica, che abbracciano le luci e speranze popolari della ritrovata e mai persa «Festa», dall’altra Sentieri selvaggi, che aspirerebbe ad una serietà maggiore e maggior rispetto verso chi cercherebbe meno popolarmente di svolgere il proprio compito. Claudia Cormoglione su Repubblica e Mereghetti sul Corriere sono d’accordo che, per la prima, «l’identità precisa [del Festival] c’è. Ed è legata al suo essere, inevitabilmente, Festa, più che Festival. Non una rassegna seriosa e cinefila, ma un luogo in cui c’è una presenza più che massiccia degli studenti delle scuole; in cui tanti giovani hanno mostrato di apprezzare le tante chicche della sezione Extra»; per il secondo, la «chiave di volta» è nel «rapporto con un pubblico diverso da quello tradizionalmente festivaliero (vedi le tante varietà di «addetti ai lavori», dai giornalisti agli studenti, che affollano Venezia) e che qui invece è forse meno prevedibile e certamente più disposto a farsi «guidare» nelle sue scelte».
Arriva qui Simone Emiliani su Sentieri selvaggi, stuzzicato da un lettore, che evidentemente di questi discorsi è stufo: «Il segreto è nella sua diversità si dice. Ma più che di diversità, qui bisognerebbe parlare di inconsistenza». Passa quindi ai dati insopportabili:
Innanzitutto il luogo. Quelle sale dentro l’Auditorium continuano a dare l’impressione di trovarsi in un altro posto piuttosto che ad un festival. […] Se Renzo Piano avesse dovuto pensare quel luogo per un Festival del Cinema, l’avrebbe fatto certamente in un’altra maniera. Quelle sono sale per ascoltare la musica. E vederci un film non è la stessa cosa. […]
La sala stampa. Insufficiente per capienza, sempre stracolma, con computer occupati da alcune testate privilegiate e giornalisti che ci passavano l’intera giornata o che se ne andavano per ore lasciando lì borse e oggetti personali come per sottolineare: «Questo posto è occupato». Ma i computer a tempo di Cannes e Venezia?
I film. Guardando il concorso, sembra che Roma abbia fatto la spesa a Toronto e poi abbia riproposto i film come il cibo surgelato che viene scongelato per l’occasione. […] Qualche titolo ci potrebbe anche stare, ma un concorso di un grande festival non dovrebbe presentare delle anteprime mondiali?
Anteprime stampa. In certi casi, più che a un festival, sembra di stare alle giornate professionali del cinema. Viola di mare di Donatella Maiorca è stato presentato al pubblico lo stesso giorno dell’uscita in sala, il 16 ottobre. Ma il meglio arriva il 23 ottobre. Dal festival alla sala: Oggi sposi di Luca Lucini, Io, Don Giovanni di Carlos Saura, Julie & Julia di Nora Ephron, L’incredibile viaggio della tartaruga di Nick Stringer, e volendo essere pignoli, anche Parnassus. L’uomo che voleva ingannare il diavolo di Terry Gilliam. Sono vere e proprie anteprime stampa. E per di più a pagamento. Ricordiamo che l’accredito stampa costa 40 euro e quello per i culturali 60 euro.
Film già doppiati per la sala. Come già detto in una news, Astro Boy di David Bowers si è visto già doppiato con le voci di Silvio Muccino e Carolina Crescentini. L’incredibile viaggio della tartaruga con quella di Paola Cortellesi. Già pronti quindi per la sala. Ma almeno nei festival non si dovrebbero proiettare i film in lingua originale con sottotitoli? Senza dimenticare poi la proiezione stampa di Les regrets di Cédric Kahn dove in alcuni momenti i sottotitoli italiani erano fuori sincrono. Ma quello può capitare anche in altri grandi festival.
Eppure forse siamo noi gli alieni in questo luogo. «Repubblica» gli ha dedicato di media 3 pagine al giorno, gran parte di tv e stampa sono stati sempre sulla notizia ancora di più che a Cannes e Venezia. Al di là dei giudizi personali, non sembra però che questo evento stia crescendo e stia acquistando una sua identità. Tutt’altro. Non si capisce ancora, dopo quattro anni, cos’è. Si ha l’idea di un baraccone tenuto su con il respiratore artificiale. E non è neanche seducente e ipnotico come l’Imaginarium del Parnassus di Gilliam.
Più che un festival, l’evento romano sembra la parodia di un festival. Anche le star sembrano come quei camei di attori famosi nei film demenziali. Ma, parafrasando Rondi, quello che si vede a Roma non si vede da nessuna parte. Come dargli torto?
Insomma, una tragedia. Diamine: gira e rigira, mi è venuta una voglia matta di farmi «guidare» a vedere New Moon.
[La perfida foto della suora — vedi sopra — con la quale i selvaggi hanno accompagnato il loro sdegnato pezzo è abbastanza vicina al genio.]

Una riflessione divertente. In realtà dalle parole di Emiliani mi sembra si abbia conferma di quanto dicevano i quotidianisti.
Essendo una Festa del cinema diretta al pubblico e non ai giornalisti, le anteprime stampa si rivelano inutili (quanto le critiche sui giornali: non portano pubblico al cinema) e quindi trovo geniale fare uscire i film subito dopo le anteprime che servono solo ai giornalisti e blogger per vantarsi di avere visto il film prima di tutti.
Se poi è una questione di soldi (40 euro per un accredito non mi sembrano tanti, ma forse i giornalisti sono abituati ad avere troppe cose gratis, non ultima le entrate nei musei italiani…) allora diciamolo chiaramente.
Sulla questione film in originale, è verissimo: ai festival si dovrebbero vedere film in orginale e senza bambini tra i piedi (visto che le opere non dovrebbero ancora avere il visto censura. Una delle cose belle dei festival che io ricordo è che non avevi ragazzini in mezzo alle scatole).
D’altro canto però anche a Venezia le scuole votano i loro film e quindi li vedono tutti. Curioso che poi quando i film escono in sala, i loro coetanei alcune di queste pellicole non possano vederle in quanto vietate ai minori.
Questo Festival invece mi pare andare, come dice la stampa quotidiana, verso il popolo, che come si sa non ha grande piacere nel leggere i sottotitoli.
E non sembra nemmeno prendersela per la qualità sempre più scarsa e frettolosa del doppiaggio rispetto a come era anni fa.
Immagino che l’Auditorium romano non sia il massimo per un film, ma nemmeno il Palagalileo di Venezia, tensostruttura provvisoria/definitiva che io ricordi mi pare svolgesse il suo compito. Per non parlare della sala Volpi o della sala Perla, per le proiezioni stampa.
Sul concorso: se fosse un grande Festival Emiliani avrebbe ragione, se è una grande Festa, probabilmente recuperare film da altre parti per farli vedere anche da noi (non è detto che tutti i film che vanno a Toronto poi vengano distribuiti in Italia) ci può stare.
Non conosco il calendario dei film del festival romano e non so se ci fossero anteprime mondiali, cosa che però mi suonerebbe strana, visto che la collocazione del Festival romano non è tanto adatta a collocare anteprime mondiali dal punto di vista commerciale (le anteprime le collochi se vuoi lanciare — NEL MONDO — il film subito dopo. Ed è raro che un filmone, specie USA, venga lanciato a metà ottobre).
Insomma a me pare che Emiliani e Mereghetti, da due punti diversi, dicano la stessa cosa.
Mai come questa volta mi sento capace di dibattere visto che per 3 anni di fila ho seguito la Fest(iv)a(l) di Roma e vorrei commentare punto per punto le critiche di Emiliani. Ma prima confermare ciò che ho scritto e che tu hai fedelmente riportato: un calo di presenze palpabile, visibile. Cosa che avevo sostenuto anche l’anno scorso, andando contro ai quotidiani nazionali e, per dirne uno, all’autorevole voce blogger di Gabriele Niola (che invece parlava di grande successo). Il fatto è che molto spesso tirano le somme del successo in base ai biglietti staccati, dimenticando (o volendo dimenticare) che molta gente compra molti biglietti senza poi recarsi davvero alle proiezioni. Detto ciò, inizio.
La cosa delle sale non adatte al cinema mi sembra una boiata. E’ vero, l’Auditorium è nato come luogo musicale ma che c’entra questo con il cinema? Il problema sono forse certi posti a sedere nella sala grande? E’ verissimo, ma basterebbe dire all’organizzazione di non vendere quei posti (che fra l’altro, di certo, non vengono assegnati alla stampa). Per il resto le sale reggono: gli schermi sono buoni, l’audio anche. Ma perché attaccarsi su questa cosa?
La sala stampa. L’ho ammetto, ho potuta entrarvi solo quest’ultimo anno essendo per la prima volta presente al festival con pass stampa. Non l’ho mai usata ma per scelta. Per quel poco che l’ho vista, era sempre desolatamente poco vissuta. Altro che strapiena.
I due punti successivi, film e anteprime stampa, mi trovano sostanzialmente d’accordo anche se il giudizio va ridimensionato. Questi problemi sono cominciati negli ultimi due anni (ovvero con l’arrivo di Gian Luigi «fate largo ai giovani» Rondi) e in percentuale ridotta rispetto a quello che scrive Emiliani. Sarà che certe volte la foga nello scrivere sfugge al controllo dell’autore? Beppe Grillo insegna.
I film già doppiati sono un caso isolato. Si tratta di film al cui doppiaggio hanno partecipato personaggi noti e su questo elemento presentati nell’ambito del festival. Non in concorso, non in anteprima mondiale. Provincialismo puro ma un’altra cosa rispetto a quella che vuol far credere Emiliani.
Io, che non sono nessuno ed esprimo pareri solo di ciò che posso realmente testimoniare, sposo le idee di Mereghetti & Co. e cioè vedo in questo festival la possibilità di rendersi diverso e farsi festa senza snaturare nulla. Ho visto tutto ciò verificarsi moderatamente (ma con grande impegno di migliorarsi e crescere) nelle prime due edizioni. Poi c’è stato… come dire, un declino. Inoltre io insisto nello sposare la linea politica: da quello che ho percepito io (nell’aria e sul posto) negli ultimi due anni si è tentato di soffocare il bambino in culla (ce le ricordiamo le dichiarazioni di Alemanno, vero?) e devo dire che ci stanno riuscendo benissimo.
Inoltre, non capisco la veemenza con la quale alcuni si scagliano contro Roma. Non capisco quale danno faccia un festival in più; piuttosto immagino il danno che farebbe un festival in meno.