Amiconi, tette, tulipani ed assist
C’è mia roba fresca da leggere, se siete proprio disperati, su Cine Zone. Fra le nuove uscite dello scorso weekend, offro qualche ruminazione sull’apatowiano Funny People, sul quale spendo qualche buona parola “d’incoraggiamento”. Potete poi trovare tre miei recuperi home video: esprimo moderato apprezzamento per Tulpan ed Il canto di Paloma, della scorsa stagione cinematografica, tenendo invece un po’ la bocca storta a Linha de Passe, uscito lo scorso settembre direttamente in dvd.
Vi segnalo poi uno scritto molto più degno del vostro prezioso tempo: Elvezio Sciallis ha prodotto un’analisi coi fiocchi che mette a confronto Orphan di Collet-Serra, che al Vostro Affezionatissimo è molto piaciuto, e Halloween II di Rob Zombie. Buona lettura.





21/10/2009 | 17:37
Ho letto.
Conclusioni: un bravo regista è bravo e fa bei film, un cattivo regista no.
Geniale.
Avrei preferito che si confrontassero due registi coi fiocchi e si analizzasse come fanno bene in modo diverso le stesse cose.
Sarebbe stato più interessante e forse avrei scoperto qualcosa che non so già.
22/10/2009 | 08:14
Ti ringrazio per avermi segnalato, ora sto leggendomi i tuoi articoli passati, molto interessanti.
22/10/2009 | 23:56
sicuramente è off topic, ma mi chiedo, traendo spunto dal tuo invito alla lettura, e anche con riferimento a passati dialoghi: come mai si riesce a parlare con grande piacere e naturalezza di film horror/splatter, di budella squarciate, teste mozzate, sangue che sprizza, occhi che balzano fuori dalle orbite e ci si trova a disagio con il sesso e la sessualità che dovrebbero invece ispirare positività e gioia di vivere?
Io mi trovo a disagio con una gamba mozzata e delle budella che fuoriescono da uno stomaco e per nulla a disagio di fronte a un pene eretto o a una vagina umida. O un pompino reale come nell’interessante Brown Bunny di Vincent Gallo. Un film che se tanto mi dà tanto, un blogger di nostra conoscenza definirebbe porno semplicemente perchè si vede una reale fellatio.
Chi è il freak?
La seconda questione off topic è la seguente: senza entrare nel particolare – non è questa l’intenzione, nè mi interessa minimamente – mi sono sempre chiesto, leggendo il mantra dell’odio per l’Italia e la sua incultura e la sua produzione scientifica e il suo modo di affrontare certi problemi, ecc. e invece quanto sono bravi all’estero, specie nei paesi anglofoni di cui conosciamo la lingua – perchè chi scrive in italiano, vive in Italia, ha lettori italiani, e dice di leggere solo cose in inglese (non in finlandese, norvegese, turco, ma nemmeno in francese, come se gli anglofoni fossero i depositari della scienza filmica o della scienza nelle altre arti, quando sono spesso dei formidabili copiatori di cose inventate qui da noi e straordinari banalizzatori di altre) poi ritiene che qualcuno dovrebbe leggerlo, anzichè dirottarsi direttamente su blog anglofoni?
E non sarebbe più semplice scrivere in inglese ed entrare nel mare magnum della competizione con i blog anglofoni?
E non sarà che spesso usiamo homeless o clochard perchè ci fa senso o è meno figo dire senzatetto o barbone?
Non sarà una sorta di pigrizia mentale che ci spinge a dileggiare la nostra lingua per buttarsi senza necessità su altri idiomi imbastardendo il nostro linguaggio altri non farebbero?
Fruttero e Lucentini che pure leggevano in inglese e francese sono stati fenomenali adopratori della nostra lingua.
Aldo Busi, qualunque cosa se ne pensi, scrive romanzi di straordinaria complessità linguistica (in italiano) eppure è anche traduttore dall’inglese, dal francese e dal tedesco.
Siamo uno dei popoli che più disprezza la sua essenza e la sua storia, uno di quelli che in Europa si è più asservito, con provincialismo deprimente, all’invasore angloamericano.
In Germania si parla inglese più che in Italia, ma non mi pare che l’orgoglio nazionale sia venuto meno.
Lo stesso dicasi della Francia.
Per non parlare dell’Olanda o della Danimarca o della Svezia in cui il bilinguismo è una realtà diffusa.
Eppure eccoci qui a disprezzare la nostra lingua e, di riflesso il nostro Paese.
Come se poi non ci vivessimo bene.
Chi dovrebbe disprezzarlo o quantomeno trovarsi a disagio sono coloro che non si sentono tutelati dal punto di vista dei diritti civili.
Ma tutti gli altri? Cosa gli manca?
In verità, come una volta disse Augias (uno che con le lingue non ha mai avuto problemi) la lingua madre si chiama così perchè è come nostra madre. Per quanto la detestiamo, ci appartiene geneticamente e non possiamo eliminarla, nonostante alcuni ci provino con tutte le loro forze.
In realtà è il fascino dell’esotico, di quei posti che adoriamo per il tempo della vacanza (come il Giappone).
Ma se ci vivessimo, ci spareremmo dopo un paio di mesi.
Ho una amica francese in Italia da molti anni, sposata con un italiano che sogna di potere fuggire da qui per tornare in Francia.
Lei la capisco: sogna per i suoi figli una educazione alla francese (alla strasburghese, città piccola ma culturalmente vivissima), una educazione alla lettura, alla cultura all’apprezzamento delle diverse culture e i diversi modi di vivere la vita.
Qui in Italia, dove si mettono femmine a petto gonfio tra un post e l’altro, che tipo di serietà si pretende per i propri scritti? Almeno non facciamo finta. Spassiamocela e basta.
E poi si critica il premier.
La mia amica mi faceva notare, non so se sia vero, che in Italia ma non altrove, si vendono i telefoni cellulari e le auto con l’aiuto di procaci ragazze, indispensabili a quanto pare per valorizzare le caratteristiche tecniche del prodotto evidentemente rivolto al target maschile, senza che ci sia una donna che si arrabbi.
Ma chi non ha in mente questo per i suoi figli, perchè andare via dall’Italia?
Chi sogna la classica educazione da maschio italiano che, come dice la mia amica, non si sa cucinare nemmeno un uovo senza la femmina che glielo prepara, perchè dovrebbe impartirla lontano dalle mura domestiche?
E, spesso, ho verificato che non basta leggere tante cose provenienti dall’estero o vedere tanti film – e nemmeno fare esperienze studentesche o lavorative all’estero – per uscire dal provincialismo della propria ment(e)alità da piccolo centro italico.
23/10/2009 | 02:58
souffle: Ehi, piano, piano! Sul primo ragionamento — oltre al fatto che io e te abbiamo già iniziato a discuterne — con il qui presente freak caschi male nel momento in cui tiri fuori "The Brown Bunny", un film che mi ha talmente segnato che non son riuscito a scriverne nulla se non questo addolorato tributo:
http://gahanmovies.splinder.com/post/17943177/Con…
Per gli altri non mi sento di rispondere: chi vuole può intervenire.
Sulla seconda questione: in effetti non sei il primo che mi fa notare che in inglese scrivo e parlo meglio che in italiano (il che non basta in ogni caso a portarmi ad un livello sufficiente, anche qui), per cui non escludo che in futuro si potrà abbandonare del tutto questo paese ingrato e salutarvi, tanto non avete bisogno di me. Comunque sbagli se pensi io ritenga qualcuno debba leggermi in italiano: io mi son semmai sempre chiesto come mai è possibile ci siano idioti che perdon tempo. Però — fuor di scherzo — questo è un appunto strambo, proprio ora che ho linkato (o, se preferisci, "fatto un collegamento esterno") ad un articolo italianissimo. Sarà che forse la nostra lingua, quando è ben usata, io non la disprezzo affatto. Anzi: sono molto serio e pretendo serietà. «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono».
Per gli altri non mi sento di rispondere: chi vuole può intervenire.
23/10/2009 | 07:02
La questione sollevata è interessante e visto che siamo off topic posso anche dare i miei due centesimi.
Per quanto mi riguarda io in Italia ci vivo bene e non intendo andarmene. Anzi, paradossalmente se dovessi valutare in modo esclusivo la situazione in base a mie vicende personali, non sento né crisi economica né regime berlusconiano o che altro (pur essendoci, sia chiaro).
Il mio unico problema con l'Italia è quando si entra in uno dei campi di mio maggiore interesse, che seguo da 30 anni, ovvero l'horror dal punto di vista della produzione letteraria e cinematografica (e il discorso vale anche, ahimè, peer le produzioni erotiche).
Produzione che è di livello così basso (sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo) e governato (specie in campo cartaceo) da logiche e cosche così assurde da spingermi a consumare (e quindi, in seguito, parlarne) esclusivamente materiale in lingua inglese (non conoscendo altre lingue). Ne guadagno sia, ovviamente, in qualità (qui i maggiori autori di romanzi non vengono tradotti, molti dvd nemmeno importati) sia economicamente: libri e dvd all'estero costano infinitamente meno che in Italia.
Ma, tolto questo aspetto, non ho altro tipo di problema con il Bel Paese a parte quelli ovvi, quotidiani e bypassabili con un minimo di impegno e riflessione.
Scrivere in inglese?
Mah, mi è facile tradurre dall'inglese all'italiano ma il lavoro contrario è un pochino più complesso e non sono sicuro che possa interessarmi: in fondo il web mi permette di raggiungere comunque un ottimo numero di lettori quotidiani, per ora sono più che soddisfatto, in futuro si potrà sempre fare…
The Brown Bunny mette in atto quello che ho sempre sognato: ovvero la caduta del lenzuolo/coperta e la ripresa di scene di sesso vissute senza patemi, crisi o che altro, inserite nel normale volgere degli accadimenti, senza dissolvenze, montaggi ribaldi o lenzuola quando non ci devono essere. Ce ne fossero, di conigli come quello…
23/10/2009 | 10:50
@ souffle:
Vediamo se ho capito:
disprezzi chi disprezza l’Italia non perché l’Italia non sia da disprezzare ma perché il disprezzo è un lusso che si possono permettere in pochi.
Se è così si tratta di una forma di razzismo intellettuale secondo cui i diritti civili calpestati siano solo quelli delle minoranze quando, di fatto, sono calpestati giornalmente anche quelli di tutti coloro che semplicemente esprimono contrarietà ai poteri forti.
Non si tratta solo di tette e culi ma di un’emergenza democratica ben più ampia.
Capisco che arroccarsi su posizioni da minoranza (effettivamente) discriminata sia una reazione assolutamente naturale ma insistere su essa equivale a ridurre la portata di un problema ben più grande.
25/10/2009 | 08:18
In verità il discorso voleva essere più circoscritto alla pubblicistica cinematografica e letteraria e poi si è inopinatamente allargato.
Effettivamente sì, Cinepillole. O meglio: il disprezzo deve essere espresso, se c’è.
Faccio un esempio banale e circoscritto ma con il quale spero di specificare meglio il mio pensiero: chi dice che siamo in un regime governato da un puttaniere, poi però deve anche dileggiare o indignarsi o quantomeno ragionare sull’uso della donna fatto in pubblicità, la mercificazione del corpo femminile e interrogarsi sul perchè per vendere le cose al maschio italico siano necessarie due tette.
Oppure solo il capo del Governo non può gridare “fica!” e tutti gli altri sì?
Berlusconi a mio parere rappresenta in modo statisticamente corretto la maggioranza dei suoi connazionali maschi e riceve l’approvazione anche di molte donne che sono contente di questa figura rappresentativa del maschio italico.
Sì, signora, ho 4 figli, tutti sistemati. (?) Tradotto: con un lavoro, sposati e possibilmente con figli, in un paese dove più di 60 milioni di persone stanno strizzate in 300.000 km quadrati.
Quindi, va benissimo che si discuta dei poteri forti (quali?) ma io sono più interessato al vivere quotidiano, a cosa mettiamo nel carrello della spesa (non sai quante cose si imparano sulle persone guardando quello che hanno comprato al supermercato), all’immaginario comunicativo di questo paese perchè la comunicazione (quella pubblicitaria in primis) è il vero specchio dei mutamenti sociali o la conferma di cose che qui non cambieranno mai.
Quindi: comprendo bene la voglia di andare via e le lamentele per i prodotti (libri o film) introvabili da noi, e le condivido (ho preso da poco a 2 sterline Sellevision, formidabile esordio di Augusten Burroughs mai uscito in Italia) ma sono anche convinto che allo stesso tempo dobbiamo difendere la nostra lingua che è il nostro patrimonio e la nostra cultura. E coloro che scrivendo in italiano hanno mostrato di rendere un grande servizio al nostro idioma.
Senza che nulla ci impedisca di impararne altri.
La pubblicistica italiana di genere e sul genere è vero, scarseggia, ma io credo più che per mancanza di autori validi (che si rifanno su blog e riviste) quanto per interesse del pubblico.
In Giappone come sapete si trovano colonne sonore di film italiani di genere da noi mai editate – Micalizzi, Cicognini, Ortolani, Donaggio i De Angelis – perchè i giapponesi hanno il culto della musica da film e sono appassionati.
Per quello che interessa a me, Pier Maria Bocchi ha scritto un fondamentale libro critico sul cinema queer e la militanza critica, unico esempio italico (se si escludono alcuni libri di Vincenzo Patanè che sono più guide ai film però).
La redazione di Nocturno offre molti spunti ai veri appassionati del genere.
Ci sono diversi festival (cinema noir, futurfestival, festival del cinema gay di Torino, cinema e ambiente, le rassegne di cinema orientale in Toscana, il cinema muto a Pordenone, il Far east festival a Udine ecc.) che offrono la possibilità di vedere altro cinema e di parlarne con appassionati dello stesso genere.
L’altro giorno ho visto alla Fnac “La vita privata di Sherlock Holmes” di Billy WIlder, un film introvabile, uno dei suoi più interessanti e curiosi. Anche lui ce l’ha fatta a uscire.
I dvd hanno aperto mille possibilità, nonostante ancora diverse cose qui non si trovino (ci pensate che non è mai uscito un cofanetto su Waters in Italia?).
Chiudo sull’intellettualismo: io in realtà cercavo proprio di fare un discorso NON intellettuale.
L’intellettuale è quello che si lamenta del doppiaggio, che si lagna per la traduzione del titolo, che si duole perchè certi film da noi non arrivano, e nella sua furia si dimentica di gioire perchè Gilliam che ha fatto fatica a uscire in USA qui da noi è arrivato (ed è uscito prima che in Francia) e forse lo vedranno tante persone, anche quelle che non hanno mai visto un suo film.
Ogni volta che sento lamentele di questo tipo, dico: ma tu che ti lamenti che in Francia esce tutto prima che da noi, l’ultimo Ozon lo hai visto al cinema? E Racconto di Natale lo hai recuperato in dvd preferendo vedere Cloverfield? E i nuovi polar di Marchal? Ti sono sfuggiti?
Perchè si tratta anche di economia e qui vesto i panni del vero “intellettuale”: se esce un film Teodora preferisco vedere questo e dare i soldi a Vieri Razzini più che alla Fox che fa uscire l’ennesimo film spettacolare.
Qui si vede se la lamentela per il Paese culturalmente disastrato è solo una lamentela o si traduce in azioni concrete.
Io vivo qui e mi ci trovo bene e cerco con le piccole cose di cambiare le grandi.
Cominciamo ad andare a vedere i piccoli film (Rivette, Chabrol, Ozon, Marchal, Lifshitz, Gilliam, Sarah Polley, Baumbach, Mamet ecc.) e sosteniamoli scrivendone nei blog.
O se nella nostra città non sono arrivati, scriviamolo!
Poi possiamo con coerenza lamentarci che al cinema non arriva nulla.