anniehall mcluhan Mancante di strutture coesiveÈ con rincrescimento che prendo atto che ciò che non doveva accadere è accaduto: sia io che il mio valente collega Pietro Signorelli non abbiamo saputo esimerci dal giocare come vecchi rintronati sul titolo dell’ultimo film di Allen, Basta che funzioni, il quale a sua volta se l’è andata a cercare — e appunto per questo, a maggior ragione, bisognava resistere. È da notare in particolare come entrambi inseriamo parallelamente lo squallido giochetto proprio in conclusione dei rispettivi nostri pezzi, a proposito di argomentazioni circolari. Roba da mandarci ambedue in viaggio premio nell’assolatissima Norilsk nel prossimo mese di gennaio — e Norilsk è stupenda, in gennaio.

Ma veniamo alle cose importanti. In apertura della sua recensione del film, Fedra Grillotti di Loudvision (tenetevi pronti: «“Basta Che Funzioni” non funziona proprio», anche lei) ci avverte che «[è] notoriamente più facile scrivere una stroncatura piuttosto che la recensione di un capolavoro». Sbagliato: posto che nelle cose umane le verità assolute esistono solo in numero assai limitato, di solito è l’esatto contrario. In un «capolavoro», o anche solo un bel film, si possono come minimo notare e lodare di preferenza gli aspetti positivi, anche solo per farne uno svogliato elenco e limitarsi a quello; poniamo viceversa che si pensi che un film faccia totalmente schifo e non si trovino neppure aspetti utili da sottolineare: il vuoto totale si allargherà alla recensione stessa, che si troverà in imbarazzo nell’andare alla ricerca di una qualche degna parola in giustificazione di un giudizio così severo. C’è poi il pericolo allarmante, che è quello principale, di poter prendere dei bei granchi: cosa succede se, per giustificare il giudizio, ci si mette ad elencare presunti difetti del film che in realtà sono frutto di poca attenzione da parte di chi scrive? Succede che, peggio che nel caso di una recensione positiva, diventa ancor più evidente che gettar nella mischia solo qualche aggettivo al posto di un’accettabile forma di analisi non aiuta a chiarirsi le idee.

Ad esempio, la Grillotti si lamenta del fatto che «[l]a promessa di un film “cattivo” tanto fieramente decantata nel prologo resta una vana speranza». Da questa frase si ricava quantomeno che la Grillotti ha momentaneamente dimenticato l’esistenza di una cosa chiamata «ironia», quel procedimento per cui ciò che si dichiara o promette è il contrario di ciò che si intende o farà: se all’inizio di un film c’è un personaggio che dice fino allo sfinimento che non si sposerà e alla fine del film finirà proprio per sposarsi, beh quella è ironia. Le applicazioni del meccanismo sono pressoché infinite. Così, se un personaggio dichiara che un film non avrà (per usare le parole della stessa Grillotti) un «lieto fine da film di Natale», è probabile che le sue parole si riveleranno beffarde.

Si rimane poi attoniti quando la Grillotti enumera fra i «contro» il fatto che, secondo lei, «[l]’eccessiva teatralità, sia nella messa in scena che nell’atmosfera da commedia degli equivoci, alle lunghe stufa». Inoltre, i «personaggi secondari [sono] noiosi». Si può innanzitutto ribadire la mia inconfutabile massima: la noia non è una caratteristica del film ma una reazione di chi lo guarda, e può esser dettata da mille fattori, fra i quali — a puro titolo esemplificativo — l’aver visto troppi film in un giorno, l’aver fretta di far la spesa, l’aver dormito troppo poco, l’aver mangiato troppo, etc. In secondo luogo, c’è da chiedersi cosa pensa la Grillotti degli altri film di Allen, o magari di un film di Rivette o Rohmer, per dire.

Passando ad altro. In una sua confessione serale, Paolo D’Agostini ci tiene a farci sapere che ha rivisto due film — che in una certa misura gli provocano quindi una qualche associazione d’idee — e che non ha cambiato la sua opinione contraria al clima generale sugli stessi. Il primo è Il grande sogno di Placido, che continua a piacergli tanto: già nella sua recensione su Repubblica, gli elementi per capire se sia nel giusto o meno sono totalmente assenti, limitandosi il pezzo al suo giudizio ammirato. Alla seconda visione, e con più spazio sul suo blog per difenderlo meglio contro i detrattori, D’Agostini si apre totalmente: «non capisco perché molti lo bollano come brutto, non riuscito, riduttivo, caricaturale sull’argomento che tratta. A me è ri-piaciuto». Beh, ci fa molto piacere. Sta di fatto che non c’è niente altro, solo il suo giudizio d’incredulità ribadito con maggior forza: se D’Agostini non capisce perché ad altri il film fa schifo, non capiamo molto neanche noi perché lui sia tanto emozionato.

Ma il titolo del post è «Abbasso Tarantino». Quindi perché l’introduzione con Placido? Perché ha rivisto Placido è gli è ri-piaciuto, mentre ha ri-visto Bastardi senza gloria e gli è ri-dispiaciuto. Un salto del tutto arbitrario che si può perdonare al massimo per il dato temporale che li abbia rivisti lo stesso giorno — spero D’Agostini non intendesse mettersi a far seri accostamenti fra i due. In ogni caso, cos’ha da dirci sul film D’Agostini, ora che potrebbe spiegarci perché non è un film valido? Riparte in quarta: «non capisco perché invece questo è atteso come la rivelazione dell’anno, il capolavoro per forza. Non è vero. E’ una cosa noiosa di due ore e mezzo». Accipicchia, ancora la noia.

Il meglio però deve ancora venire, perché nel resto del suo brevissimo post D’Agostini non ha idea se il film gli fa schifo perché non è brillante alla «maniera di chi fa, appunto, “maniera”: di chi si è nutrito in maniera esclusiva di cinema», oppure proprio perché si nutre in maniera esclusiva di cinema. Perciò, visto che crede l’entusiasmo verso questo film sia troppo alto, più alto dell’entusiasmo per i due Kill Bill, Pulp Fiction o Le iene, che «[c]apisc[e] con antipatia e disapprovazione ma capisc[e]», passa direttamente all’attacco ad personam contro una marmaglia indefinita di esseri umani: se ti piace Tarantino sei un deficiente, un immaturo, uno svitato:

[I]l contagio dilaga anche oltre i limiti di età che invocano indulgenza. Ma quanti ce ne saranno di Tarantino sparsi per il mondo? Sorci di cineteca che ovunque sarebbero guardati con la condiscendenza magari benevola che si riserva a quelli cui manca qualche rotella: contenti loro che si appagano masturbandosi con le citazioni (io le chiamerei copiature) dei loro film preferiti, ma da qui ad attribuire loro la patente di maestri ce ne corre.

Il suo disdegno si colora poi furentemente di acuti politici (di qui la partenza col ’68 di Placido?):

Invece se il messaggio proviene dal cuore dell’impero tutti in ginocchio: è vangelo, e non importa che si tratti di riciclaggio — arido, decontestualizzato, feticistico — di ciò che altri hanno già inventato. Proporrei allora di collocare i fratelli Vanzina sul medesimo piedistallo. Che differenza c’è?

Dall’accostar Tarantino a Placido ad arrivare ai Vanzina, il passo è breve, in effetti. Quindi eccoci all’argomentazione ideologica per eccellenza, contro la quale nulla può dirsi: quel che proviene «dal cuore dell’impero» è spazzatura, anzi è il male (di cosa, del consumismo postmoderno?). Al di là del fatto — con tutta la simpatia per i Vanzina — che si potrebbe prendere una qualsiasi sequenza di Inglourious Basterds e metterla a confronto con una di Un’estate ai Caraibi, per dire, bisogna ancora una volta notare che del film non si è detta una sola parola: c’è solo l’apodittico giudizio di D’Agostini, condito per di più con gratuita presa condiscendente per i fondelli. A proposito di maturità e del «non capire».

Edit 23/09/2009: Con una certa gratificazione, riporto che D’Agostini — forse in risposta indiretta al presente post — ha finalmente ampliato il suo discorso, decolorandolo quantomeno dai poco gentili epiteti rivolti all’enorme massa di ammiratori del film. Mi sembra un apprezzabile passo. Purtroppo, D’Agostini non manca di protrarre una punta di questo suo vaghissimo attacco ad hominem contro un non meglio precisato «coro degli aderenti al culto», come dovesse rispondere sempre a gente cui manca qualche rotella. Devo altresì registrare, ad accompagnar ciò, che l’argomentazione di fondo — che rimane al livello del semplice giudizio in assenza di esempi presi sul campo (volendo chieder troppo: comparazioni fra sequenze o inquadrature, motivi stilistici e/o narrativi e quant’altro per dimostrare che Tarantino copia solo roba altrui ma non la combina in maniera personale ed «innovativa», ammesso sempre che l’innovazione abbia una qualche valenza in sé; va segnalato, come ho già fatto presente, che le argomentazioni contrarie a tale tesi sono copiose ed approfonditissime) — non è cambiata: D’Agostini giudica che Tarantino sia un mero scopiazzatore, anche se adesso riconosce almeno che è un abile scopiazzatore. Ciononostante, par di capire, non ha «innovato il cinema degli ultimissimi decenni» (mentre, con un po’ di sorpresa, Alfonso Cuarón — che, pur ammette, assieme agli altri innovatori da lui citati, con Tarantino non ha granché in comune — sì). Intanto, attendiamo il responso di Sergio Leone dalla tomba: a te, Sergione, Quentin piace?