alexis tioseco nika bohinc1 Impulsi damoreSe non fosse successo un fatto tragico lo scorso martedì primo settembre — la loro morte nella casa in cui da qualche mese convivevano a Quezon City — non avrei probabilmente mai conosciuto la bellissima storia di Alexis Tioseco e Nika Bohinc, compagni nella vita e nel loro amore per il cinema. Filippino-canadese lui e slovena lei, ventotto e ventinove anni, si incontrarono al festival di Rotterdam nel 2007, facendo poi continuare la loro relazione principalmente e forzatamente a distanza mentre ognuno rimaneva intento a proseguire il proprio lavoro a casa ed in giro per il mondo, fino alla decisione di lei di trasferirsi nelle Filippine. Jason Sanders e Gabe Klinger ne offrono due profili-ricordo esaustivi e molto personali. Li vedete assieme nella foto di lato in alto, invidiabilmente belli e complici.

Oltre alla naturale sensazione di precarietà che si prova spesso di fronte a morti giovani e nel mezzo di un progetto di vita appena messo in moto, mi turba constatare quanto la passione dei due fosse reale: se c’è una critica «militante» oggi (o se è possibile), credo che l’esempio da loro fornito come campioni delle rispettive cinematografie nazionali (nel caso di Alexis, un’attività tanto più affascinante quanto la sua storia personale da “espatriato di ritorno“ nella terra natia) sia uno dei più meritevoli. I battibecchi e le deboli opinioni che si sprecano su carta ed in rete — io ci metto tutto di mio, per il poco male che posso fare — impallidiscono quando si pensa a quanto due persone così giovani si siano spese per far conoscere il proprio cinema nascosto, un cinema del quale io per primo devo purtroppo constatare di non conoscer nulla: non ancora trentenni, lui era fondatore ed editor del sito Criticine, dedicato al cinema del sud-est asiatico, e lei era direttrice della più importante rivista slovena, Ekran. Di contro io, per dire, sono al massimo un fallito blateratore.

Nel luglio dello scorso anno, Alexis pubblicava su Rogue un proprio autoritratto da critico. Sceglieva di farlo in forma di lettera a Nika: «Mi è sempre sembrato strano parlare in pubblico delle motivazioni personali dietro il lavoro che ho scelto di fare, così ho scelto di usare te come scusa: ci sono cose che devi sapere, che avrai intuito ma che non puoi capire a meno che io non te le dica, e quindi userò questa occasione per metterle su carta». Non solo perché letta postumamente, è una timida dichiarazione che difficilmente può far rimanere indifferenti. Di seguito, la mia traduzione di alcuni passi.

Sul perché della sua scrittura critica:

Il primo impulso di ogni buon critico, e con questo credo saresti d’accordo, dev’essere d’amore. Essere emozionati al punto da voler condividere il proprio affetto per un certo lavoro o da raccontare la propria esperienza cosicché altri possano incuriosirsi. È per questo che la critica, l’insegnamento, e l’organizzazione o la programmazione, in un senso ideale, devono andare mano nella mano.

[…] Scrivendo in inglese, non ho mai sentito granché un bisogno di scrivere di film stranieri (non-filippini); anche se me lo chiedono spesso, principalmente per roba hollywoodiana. Sebbene mi piaccia il cinema in generale, una passione che è cresciuta esponenzialmente negli anni, non sento la necessità di mettermi al servizio di ciò che non ne ha bisogno. La mia sensazione è sempre stata: perché scrivere di «Juno» quando ho a malapena letto qualcosa d’incisivo sulla grande animazione di Roxlee? Perché scrivere di «Non è un paese per vecchi» quando ci sono gli affascinanti film di Antoinette Jadaone che aspettano di essere scoperti dai lettori? […]

Non mi aspettavo di avere l’opportunità di viaggiare grazie al cinema, specialmente non a spese altrui; ma, lentamente, le opportunità si sono presentate. Viaggiare è un privilegio, e non lo prendo alla leggera. […] Ho mantenuto sempre lo stesso atteggiamento: che è importante che la gente scriva del proprio cinema e non lasci che siano quelli fuori a dettare cos’è importante.

Ma questi biglietti, questi viaggi, costano. Gli alberghi costano. Il tempo costa. L’inquinamento provocato dagli aerei nel cielo ci costerà a lungo andare. Considerando tutte queste cose, è un investimento: un investimento serio fatto su un individuo. Sembra che la prenda troppo sul serio? Lascia che lo dica in un altro modo: senza l’investimento culturale fatto su di me, per il lavoro che ho o posso fare per il cinema delle Filippine, non ti avrei mai incontrata. C’è molto da ripagare.

Su Nika:

Quando ci siamo incontrati a Rotterdam lo scorso gennaio c’era qualcosa di te che mi ha colpito subito. Non era la tua bellezza, o almeno, non solo la tua bellezza, ma il tuo modo di parlare: un modo che ora sedici mesi dopo è per me ancora molto impegnativo. C’è una preziosa intensità nei tuoi gesti, il modo in cui i tuoi occhi guizzano e le tue mani si allungano per afferrare la giusta parola, che mostra che desiderio forte di comunicare hai, soprattutto quando la conversazione devia verso le cose che per te hanno peso: l’integrità del tuo lavoro, l’importanza della natura, la preoccupazione per tuo fratello. (So cosa pensi — «Zitto! Non sono una madrelingua» — ma non è una questione di familiarità con la lingua.)

[…] So che a volte pensi che sia stato il fatto che lavoriamo nello stesso campo ad attrarmi di te, ma devo dirti che questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. Perché? Perché una delle grandi gioie che credo si possano provare è condividere quanto si crede bello con qualcuno che altrimenti non l’avrebbe notato, e vederlo apprezzato. […] il cinema non è ciò che ci fa essere più vicini: perché da questo punto di vista siamo alla pari, e io devo invece trovare altre cose da condividere con te. Chi mi conosce sa quanto questo sia difficile per me.

[…] Mia cara Nika,

Se c’è stata una causa di fatica nella nostra relazione è questa: l’idea del mio attaccamento alle Filippine, il forte desiderio che sai ho di lavorare qui, ed il modo in cui, forse, lo vedi come una questione di priorità sbagliate. Un posto significa più di una persona? Il mio lavoro nelle Filippine significa più della possibilità di una vita con te, da qualche parte, da qualsiasi altra parte? Devi essere tu a trasferirti, a fare il (so che odi il termine, ma usiamolo) sacrificio di trasferirti? E cosa dice questo di noi, se dice qualcosa — che il nostro amore pesa di più sulla tua bilancia?

So che hai accettato l’idea di trasferirti qui, forse il prossimo anno, ma sento ancora il bisogno di parlare di alcune delle ragioni per le quali voglio restare, quantomeno per il momento. Non sto cercando di paragonare il mio affetto per Manila al tuo per la Slovenia, ma solo di spiegare i pensieri che mi frullano in testa, le cose che sento di dover fare, cose che, forse, possiamo fare insieme.

Tuo,

Alexis

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