bachelorparty 3d Cinema in 3 D, ragioni controBachelor Party, commediola culto del 1984. Tom Hanks entra in un multisala da 36 schermi all’inseguimento della sua bella rapita, giungendo infine nella sala dove è in corso la proiezione in 3-D di un filmaccio di fantascienza di quart’ordine; si tuffa subito sul rapitore, piazzandosi con lui proprio davanti allo schermo, e da qui in poi le mosse dei tre in combattimento replicano fedelmente ogni movimento dei tre personaggi sullo schermo (principessa, eroe e cattivo), causando il visibilio del pubblico con gli occhialini disteso di fronte a loro, cui finalmente è servito un vero spettacolo tridimensionale.

Il 2009 è l’anno in cui più o meno la scena si è ripetuta: il 3-D è di nuovo una realtà, come prima e più di prima, dopo esser già morto. A cosa serve? Sostanzialmente, la linea direttiva è la stessa: il 3-D fornisce un’attrattiva in più, una sorta di duplicazione visiva attraverso la quale si vede due volte la stessa cosa, che avrebbe in sua assenza la stessa precisa dinamica. Finora, infatti, le speculazioni attorno al significato per quel che si suole chiamare «mezzo» degli sviluppi della tecnologia tridimensionale risultano più spasmodici desideri di una qualche rivoluzione che non reali ipotesi attorno alla realtà — nella quale i titoli fatti uscire a tre dimensioni sono quasi esclusivamente d’animazione o relegati a generi ben precisi come azione ed horror, spesso di modesta caratura. Sempre, in ogni caso, facendo notare a tutti che le strategie seguite (i famosi effetti in your face) non cambiano affatto il film, per il quale il 3-D rimane se va bene un appagante (?) accessorio.

Il 3-D non è al momento motivo di evoluzione epocale delle immagini in movimento; ci sono parecchi motivi per cui è dato di speculare che molto difficilmente lo potrà essere. Cory Doctorow inquadra concisamente uno dei motivi distributivi che stanno dietro alla scarsa o nulla essenzialità delle tre dimensioni nella realizzazione e nella visione di nuove pellicole. Essendo la filiera di fruizione ancora basata essenzialmente su supporti a due dimensioni — l’interezza dell’home video, così come la tv, computer e cellulari — è normale e necessaria politica industriale rendere un prodotto cinematografico adatto alla visione in 2-D; di conseguenza, l’aspetto tridimensionale non può mai caratterizzare un film al punto da inficiarne il godimento in altra sede.

Ma ci sono anche motivi di rilevanza ancora più immediata, come illustra ampiamente Kristin Thompson. C’è ancora, innanzitutto, il problema della conversione: bisogna avere un certo numero di proiettori 3-D per garantire un sufficiente ritorno. Ora, un conto è offrire le tre dimensioni per un prezzo extra a chi le vuole, lasciando agli altri la possibilità di vedersi a meno il film bidimensionale; è tutta un’altra storia quando bisogna recuperare i costi di un blockbuster fra i 100 ed i 200 milioni di dollari potendo contare solo su un numero esiguo di sale attrezzate. Un film pensato solo per il 3-D, al momento, sarebbe un quasi certo flop di dimensioni colossali; per rientrare dei costi, se gli va bene, dovrebbe attendere magari anni. Un’eventuale competizione per le poche sale disponibili fra più film in 3-D negli stessi periodi, poi, sarebbe una sorta di fratricidio annunciato.

In secondo luogo, non tutto il cinema è fatto di blockbuster. Fuori da Hollywood nessuno sta annunciando proprie particolari intenzioni nella direzione di convertire il proprio modo di far cinema a favore del cinema tridimensionale; se neanche Peter Jackson sente la necessità di realizzare Lo Hobbit in 3-D, perché mai gente come Cédric Klapisch dovrebbe sentire l’impulso di tridimensionalizzarsi?

Ci sono poi gli occhialini. Sapevate che ogni tipo di proiettore tridimensionale ha bisogno di un suo speciale paio di occhiali? Questi ultimi, come tutto, e per quel che conta, costano; c’è in più chi, a ragione, li trova una seccatura. Un esempio è Roger Ebert, quotato, che rigetta il 3-D su basi estetiche, attaccando l’idea che la tridimensionalità accentui l’aspetto realistico della rappresentazione: «Nella vita reale percepiamo tre dimensioni, sì, ma non percepiamo parti della nostra vista che si staccano dal resto e che ci si gettano addosso». Si riferisce ai sovracitati effetti che prevedono meccanicamente oggetti lanciati in avanti. Ma la Thompson fa notare che la poca utilità estetica del 3-D caratterizza anche quello che finora sembra esser stato il suo utilizzo più interessante, teso ad allungare la visione in profondità piuttosto che eccitarla con noiose operazioni cinetiche:

[S]ebbene abbia visto Coraline e Up in 3-D, li ricordo in 2-D. Quei film non lanciavano frecce allo spettatore né cercavano in altri modi di rompere la quarta parete con oggetti. Certo, mentre guardavo notavo che la messa in scena aveva strati di profondità e che le figure avevano un aspetto rotondo, ma a quanto pare le mie abitudini di visione hanno filtrato quegli aspetti nel farli entrare nella mia memoria. […] Sì, Coraline era accuratamente progettato con in mente effetti 3-D, giocando con una prospettiva obliqua per caratterizzare i due mondi fra i quali si muove l’eroina. Ma come David [Bordwell] ha mostrato riproducendo un fotogramma qui sul nostro blog 2-D, gli stessi motivi funzionavano anche senza gli occhiali. Sono molto simili, in effetti, alla prospettiva forzata o distorta usata nei film tedeschi degli anni ’20.

Le ragioni si fanno qui più fondamentali, riflettendo proprio sull’eventualità che a tutti gli effetti non sia proprio possibile per il 3-D sconvolgere gli assunti di lungo corso del cinema come forma espressiva, e quindi porsi come reale forza rivoluzionaria per il «mezzo». Ebert è forse un po’ eccessivo, come tenderei ad esserlo io, quando asserisce che «[i]l processo 3-D è come uno zombie, un vampiro, una larva di cicala: sembra morto, ma striscia fuori vivo dopo anni. Ci serve un bastone». Forse basterà prender atto del fatto che — forse — il 3-D semplicemente …non serve.