La critica cinematografica è in una strana posizione. [Diciassette anni fa] non mi sarei mai immaginato che sulla stampa le recensioni sarebbero morte. Per me è inconcepibile. Non mi piace leggere critica cinematografica su un portatile. Mi piace tenerla in mano.

Quentin Tarantino

tarantino inglorious Bastardi senza gloria, Tarantino e la critica laptopQualcuno risponderà mai alle dieci simpatiche domande che Andrea Bruni, fresco reduce dalla 66ª Mostra di Venezia, pone a Repubblica sul suo blog? L’establishment della critica nostrana, provocato e colpevole di molte delle stesse pratiche più generalizzate presso tutta la nostra stampa (riassumendo: il parlare a favor proprio anziché del diritto a conoscere dei lettori), se la sentirà di discutere ponendosi a livello pari con gli interlocutori, lettori e «nuova critica»? Soprattutto: si è l’establishment accorto del mondo in cui vive, di modo da potersi ri-organizzare come meriterebbe la sua funzione, che è ancora — o dovrebbe essere — meritevole? Paolo D’Agostini, preso di mira proprio da Bruni (e rabbrividisco per il suo commento su Solondz che Bruni cita), rifletteva qualche mese fa su quanto lamentato dal compianto Tullio Kezich, ossia appunto sul fatto che lo spazio per la critica sui giornali è ormai sparito:

[L]a tendenza è generale, anche se le soluzioni adottate variano in base a caratteristiche e profili delle singole testate e delle persone che ci scrivono su. L’insofferenza verso l’approccio critico è diffusissima. Ma non disperiamo, e al contrario dell’illustre collega che guarda alla Rete con diffidenza (anche se è vero che è piena di chiacchiere vacue com’egli sostiene) contiamo sulla trasmigrazione di passione, pensiero e riflessione sul cinema dentro lo strumento dei blog. Insomma lo spazio cartaceo lo diamo un po’ per perduto. Non che ci piaccia, non che siamo pronti a sottoscrivere il pregiudizio e il luogo comune secondo cui “la critica (la recensione) non interessa”. Chi l’ha detto? Come lo sanno i granitici sostenitori di questa teoria? Ma senso della realtà e coscienza dei rapporti di forza dicono che è così. Dunque no a lamentazioni e vittimismo, rimboccarsi le maniche e ricominciare altrove.

Ottimamente detto, se non fosse che è un discorso in ritardo almeno di qualche anno: i blog e i siti di cinema, saprete giacché siete arrivati qui, esistono già da parecchio, e ormai è lì che gente come me — modestamente, la «gente giovane» (di spirito) — si alimenta (e produce). Una critica che tratta ancora Internet come una nuova frontiera da scoprire, magari a malincuore, è una critica che ha dormito troppo e forse sta ancora dormendo. Sarà forse che, seguendo quanto succede col resto della popolazione italiana (che è mediamente abbastanza in là con l’età rispetto a quella mondiale o anche solo del resto dei paesi sviluppati), i nostri critici cinematografici non sono ancora sufficientemente alfabetizzati digitalmente. È — o dovrebbe essere — ormai a mio avviso del tutto acclarato che ciò che è critica oggi deve allargarsi a comprendere questi mezzi, che in realtà non sono «mezzi» affatto: un film (il cui mezzo è costituito da immagini in movimento, più eventualmente suoni) non è meno film in dvd di quanto non lo sia proiettato in una sala cinematografica; allo stesso modo, per la critica il mezzo rimane sempre la lingua, e quel che cambia è solo il supporto. A Tarantino potrà piacere più tenere un articolo in mano (piace più anche a me), ma in realtà e coscienza sa che se proprio vuole della carta c’è probabilità debba stamparsi quanto trova in rete.

Se, come sostiene in maniera sacrosanta Jim Emerson, Bastardi senza gloria (in uscita da noi il prossimo 2 ottobre, a mani basse uno dei migliori dell’anno, o se preferite della stagione) mette in imbarazzo la maggior parte del cinema americano contemporaneo (inteso proprio come pratica e tecnica artigianale, dalla quale tutto o quasi discende), allora l’onda di discussioni e commenti che ha generato nella blogosfera di lingua inglese mette sicuramente in imbarazzo la maggior parte della critica contemporanea ufficialmente sanzionata. Di certo, non riesce a farmi pensar bene di quanto ci fa leggere quella nostrana. Ecco a proposito David Bordwell (quanti professori universitari italiani aprono un loro blog personale attraverso il quale condividere gratis il loro sapere? Io, forse per ignoranza, non ne conosco): «È un misura dei cambiamenti portati da Internet il fatto che Bastardi senza gloria in circa un mese abbia accumulato un volume impressionante di commenti seri. Senza l’ausilio del DVD (siamo benevoli e presumiamo senza l’ausilio di BitTorrent), dozzine di scrittori online hanno scavato nel film. Come a dimostrare le virtù del crowdsourcing, questa raffica di discussione critica ha mostrato che la maggior parte dei recensori professionisti hanno idee stanche, sanno poco di storia del cinema e sono intrappolati dal format e dalle scadenze incombenti della pubblicazione cartacea».

Facciamo qualche esempio, restando solo ai numeri. Oltre alle recenti osservazioni di Bordwell, il già citato e sempre generoso Jim Emerson ha scritto almeno due articoli di analisi del film (1 e 2), rispettivamente di 3018 e 4085 parole; Dennis Cozzalio e Bill R. hanno condotto una serie di quattro scambi di e-mail pubblicati come conversazioni (1, 2, 3, 4), totalizzando ben 15668 parole; simile procedura è stata adottata da Jason Bellamy e Ed Howard nelle loro rituali conversazioni, con 10327 parole; Chris Stangl ha scritto un’analisi di 5150 parole. Mi fermo qui: se volete leggere anche solo quanto ho linkato (tutti contributi chiari, articolati ed intelligenti), dovete prendervi almeno una mattinata di tempo. Noto solo tre cose: una, evidente, è che in rete si può scrivere e si scrive molto; che si può scrivere bene e con una postura critica attenta ed aperta; che c’è un pubblico pronto ad appassionarsi a questo tipo di discussioni, come dimostra la mole di commenti (a loro volta stimolanti) che segue ognuno dei post citati (tranne quello di Bordwell, che non ha i commenti abilitati). Cozzalio ha osservato, cogliendo bene una caratteristica della felice sovrapposizione di iniziative: «Non so se sembra così solo agli interessati, ma la mia sensazione circa il modo in cui si sta sviluppando questa discussione, con i commenti ulteriori dei lettori [è che] ha reso possibile accedere a maggiore conoscenza ed esame di idee ed impulsi e reazioni a questo film di quanto mai potrebbe una singola recensione (almeno quella che sarei capace di scrivere io)».

Questi sono, oserei dire, dati toccabili con mano, per quanto siano nei numeri pur sempre eventi rari (d’altronde un film come Inglourious Basterds, sia per qualità che per appeal presso il pubblico, non esce nemmeno ogni mese); in larga misura mi danno da essere ottimista sul fatto che quella che ho chiamato «twitterizzazione della critica» (che riscontro sia nei blog italiani che più in generale anche in molti siti nostrani, per tacere proprio della stampa) non debba essere la regola, e che anzi la rete debba essere lo spazio principe dell’approfondimento: i cosiddetti standard di lettura su web, che vorrebbero farci credere che «breve è bello», sono fallati. Cosa è necessario? Beh… Persone disposte, se vogliamo, a «mettersi in discussione». Una cosa quasi stupefacente che è successa è che nella discussione si è inserito anche Jonathan Rosenbaum, vecchio critico del Chicago Reader ora in pensione, dopo le osservazioni negative sul suo blog (anch’esso chiuso ai commenti) in seguito alle quali è stato criticato e si è trovato a rispondere nei commenti altrove.

Se c’è qualcosa che l’avvento dei nuovi supporti dovrebbe aver sottolineato è che per far «critica» non occorre esser critico: che la persona che si trova a scrivere sia il vecchio critico professionista, un «libero recensore» o il «blogger della domenica» poco importa, perché quel che conta è la qualità di quel che si scrive. Questa è una cosa che si può giudicare solo leggendo nel merito, e purtroppo — come lamentavo riferendomi alla «twitterizzazione» — la «pigrizia critica» è diffusa senza grosse distinzioni. Le «chiacchiere vacue» sono dappertutto. Sul punto, uno dei pochi ad aver capito come dovrebbero funzionare le cose è Paolo Mereghetti:

[I]l critico non dovrebbe essere un giudice che condanna o assolve, ma piuttosto un maestro, un modesto maestro elementare che aiuta lo spettatore a capire meglio i film con la propria esperienza e conoscenza. Un «traghettatore» tra l’opera e chi la guarda, diceva un francese di non poco ingegno… La critica è tutta qui, ma cercare di esercitarla con onestà e coerenza costa fatica e offre scarse gratificazioni. Soprattutto perché a sgarrare si rischia di mandare in fumo l’unica arma di cui può disporre: la propria autorevolezza. Critici ce ne sono tanti. Truffaut sosteneva che tutti hanno due mestieri – il proprio e il critico di cinema – e non aveva torto, perché chiunque è autorizzato a giudicare un film. Il problema è fin dove ci si può fidare di quel giudizio, sia che lo dica un amico o che lo si legga su un giornale. Perché l’autorevolezza nasce solo dalla credibilità, dalla dimostrazione ogni volta rimessa in gioco che di quei giudizi ci si può fidare. Magari senza condividerli fino in fondo, ma con la convinzione che non tentano di fregarci, di prendere per il naso la nostra intelligenza. Solo allora, si è disposti a riconoscere una qualche autorevolezza a chi giudica. E che l’abbia fatto da una rivista, un giornale, un blog o sul tram importa poco. Poi, ma solo poi, possiamo prendere in considerazione anche i vantaggi che i bravi critici possono offrire, come aiutarci a non perdere opere che rischiavamo di ignorare. Senza che nessuno si monti la testa (perché non sono i critici che aprono la strada agli Oscar, altrimenti Into the Wild ne avrebbe vinti una valanga) o confonda la critica con il surrogato di altre professioni (i critici non sono né romanzieri falliti né accademici frustrati: sono critici e basta). Ricordando sempre che la critica, quella vera, deve solo impegnarsi a sferzare l’intelligenza di chi legge, non certo a consolarla o compiacerla. Come appunto dovrebbe essere il compito dei giornali. E se qualcuno se lo dimentica, per prima cosa non fa un buon servizio a se stesso.