La critica cinematografica è in una strana posizione. [Diciassette anni fa] non mi sarei mai immaginato che sulla stampa le recensioni sarebbero morte. Per me è inconcepibile. Non mi piace leggere critica cinematografica su un portatile. Mi piace tenerla in mano.
Qualcuno risponderà mai alle dieci simpatiche domande che Andrea Bruni, fresco reduce dalla 66ª Mostra di Venezia, pone a Repubblica sul suo blog? L’establishment della critica nostrana, provocato e colpevole di molte delle stesse pratiche più generalizzate presso tutta la nostra stampa (riassumendo: il parlare a favor proprio anziché del diritto a conoscere dei lettori), se la sentirà di discutere ponendosi a livello pari con gli interlocutori, lettori e «nuova critica»? Soprattutto: si è l’establishment accorto del mondo in cui vive, di modo da potersi ri-organizzare come meriterebbe la sua funzione, che è ancora — o dovrebbe essere — meritevole? Paolo D’Agostini, preso di mira proprio da Bruni (e rabbrividisco per il suo commento su Solondz che Bruni cita), rifletteva qualche mese fa su quanto lamentato dal compianto Tullio Kezich, ossia appunto sul fatto che lo spazio per la critica sui giornali è ormai sparito:
[L]a tendenza è generale, anche se le soluzioni adottate variano in base a caratteristiche e profili delle singole testate e delle persone che ci scrivono su. L’insofferenza verso l’approccio critico è diffusissima. Ma non disperiamo, e al contrario dell’illustre collega che guarda alla Rete con diffidenza (anche se è vero che è piena di chiacchiere vacue com’egli sostiene) contiamo sulla trasmigrazione di passione, pensiero e riflessione sul cinema dentro lo strumento dei blog. Insomma lo spazio cartaceo lo diamo un po’ per perduto. Non che ci piaccia, non che siamo pronti a sottoscrivere il pregiudizio e il luogo comune secondo cui “la critica (la recensione) non interessa”. Chi l’ha detto? Come lo sanno i granitici sostenitori di questa teoria? Ma senso della realtà e coscienza dei rapporti di forza dicono che è così. Dunque no a lamentazioni e vittimismo, rimboccarsi le maniche e ricominciare altrove.
Ottimamente detto, se non fosse che è un discorso in ritardo almeno di qualche anno: i blog e i siti di cinema, saprete giacché siete arrivati qui, esistono già da parecchio, e ormai è lì che gente come me — modestamente, la «gente giovane» (di spirito) — si alimenta (e produce). Una critica che tratta ancora Internet come una nuova frontiera da scoprire, magari a malincuore, è una critica che ha dormito troppo e forse sta ancora dormendo. Sarà forse che, seguendo quanto succede col resto della popolazione italiana (che è mediamente abbastanza in là con l’età rispetto a quella mondiale o anche solo del resto dei paesi sviluppati), i nostri critici cinematografici non sono ancora sufficientemente alfabetizzati digitalmente. È — o dovrebbe essere — ormai a mio avviso del tutto acclarato che ciò che è critica oggi deve allargarsi a comprendere questi mezzi, che in realtà non sono «mezzi» affatto: un film (il cui mezzo è costituito da immagini in movimento, più eventualmente suoni) non è meno film in dvd di quanto non lo sia proiettato in una sala cinematografica; allo stesso modo, per la critica il mezzo rimane sempre la lingua, e quel che cambia è solo il supporto. A Tarantino potrà piacere più tenere un articolo in mano (piace più anche a me), ma in realtà e coscienza sa che se proprio vuole della carta c’è probabilità debba stamparsi quanto trova in rete.
Se, come sostiene in maniera sacrosanta Jim Emerson, Bastardi senza gloria (in uscita da noi il prossimo 2 ottobre, a mani basse uno dei migliori dell’anno, o se preferite della stagione) mette in imbarazzo la maggior parte del cinema americano contemporaneo (inteso proprio come pratica e tecnica artigianale, dalla quale tutto o quasi discende), allora l’onda di discussioni e commenti che ha generato nella blogosfera di lingua inglese mette sicuramente in imbarazzo la maggior parte della critica contemporanea ufficialmente sanzionata. Di certo, non riesce a farmi pensar bene di quanto ci fa leggere quella nostrana. Ecco a proposito David Bordwell (quanti professori universitari italiani aprono un loro blog personale attraverso il quale condividere gratis il loro sapere? Io, forse per ignoranza, non ne conosco): «È un misura dei cambiamenti portati da Internet il fatto che Bastardi senza gloria in circa un mese abbia accumulato un volume impressionante di commenti seri. Senza l’ausilio del DVD (siamo benevoli e presumiamo senza l’ausilio di BitTorrent), dozzine di scrittori online hanno scavato nel film. Come a dimostrare le virtù del crowdsourcing, questa raffica di discussione critica ha mostrato che la maggior parte dei recensori professionisti hanno idee stanche, sanno poco di storia del cinema e sono intrappolati dal format e dalle scadenze incombenti della pubblicazione cartacea».
Facciamo qualche esempio, restando solo ai numeri. Oltre alle recenti osservazioni di Bordwell, il già citato e sempre generoso Jim Emerson ha scritto almeno due articoli di analisi del film (1 e 2), rispettivamente di 3018 e 4085 parole; Dennis Cozzalio e Bill R. hanno condotto una serie di quattro scambi di e-mail pubblicati come conversazioni (1, 2, 3, 4), totalizzando ben 15668 parole; simile procedura è stata adottata da Jason Bellamy e Ed Howard nelle loro rituali conversazioni, con 10327 parole; Chris Stangl ha scritto un’analisi di 5150 parole. Mi fermo qui: se volete leggere anche solo quanto ho linkato (tutti contributi chiari, articolati ed intelligenti), dovete prendervi almeno una mattinata di tempo. Noto solo tre cose: una, evidente, è che in rete si può scrivere e si scrive molto; che si può scrivere bene e con una postura critica attenta ed aperta; che c’è un pubblico pronto ad appassionarsi a questo tipo di discussioni, come dimostra la mole di commenti (a loro volta stimolanti) che segue ognuno dei post citati (tranne quello di Bordwell, che non ha i commenti abilitati). Cozzalio ha osservato, cogliendo bene una caratteristica della felice sovrapposizione di iniziative: «Non so se sembra così solo agli interessati, ma la mia sensazione circa il modo in cui si sta sviluppando questa discussione, con i commenti ulteriori dei lettori [è che] ha reso possibile accedere a maggiore conoscenza ed esame di idee ed impulsi e reazioni a questo film di quanto mai potrebbe una singola recensione (almeno quella che sarei capace di scrivere io)».
Questi sono, oserei dire, dati toccabili con mano, per quanto siano nei numeri pur sempre eventi rari (d’altronde un film come Inglourious Basterds, sia per qualità che per appeal presso il pubblico, non esce nemmeno ogni mese); in larga misura mi danno da essere ottimista sul fatto che quella che ho chiamato «twitterizzazione della critica» (che riscontro sia nei blog italiani che più in generale anche in molti siti nostrani, per tacere proprio della stampa) non debba essere la regola, e che anzi la rete debba essere lo spazio principe dell’approfondimento: i cosiddetti standard di lettura su web, che vorrebbero farci credere che «breve è bello», sono fallati. Cosa è necessario? Beh… Persone disposte, se vogliamo, a «mettersi in discussione». Una cosa quasi stupefacente che è successa è che nella discussione si è inserito anche Jonathan Rosenbaum, vecchio critico del Chicago Reader ora in pensione, dopo le osservazioni negative sul suo blog (anch’esso chiuso ai commenti) in seguito alle quali è stato criticato e si è trovato a rispondere nei commenti altrove.
Se c’è qualcosa che l’avvento dei nuovi supporti dovrebbe aver sottolineato è che per far «critica» non occorre esser critico: che la persona che si trova a scrivere sia il vecchio critico professionista, un «libero recensore» o il «blogger della domenica» poco importa, perché quel che conta è la qualità di quel che si scrive. Questa è una cosa che si può giudicare solo leggendo nel merito, e purtroppo — come lamentavo riferendomi alla «twitterizzazione» — la «pigrizia critica» è diffusa senza grosse distinzioni. Le «chiacchiere vacue» sono dappertutto. Sul punto, uno dei pochi ad aver capito come dovrebbero funzionare le cose è Paolo Mereghetti:
[I]l critico non dovrebbe essere un giudice che condanna o assolve, ma piuttosto un maestro, un modesto maestro elementare che aiuta lo spettatore a capire meglio i film con la propria esperienza e conoscenza. Un «traghettatore» tra l’opera e chi la guarda, diceva un francese di non poco ingegno… La critica è tutta qui, ma cercare di esercitarla con onestà e coerenza costa fatica e offre scarse gratificazioni. Soprattutto perché a sgarrare si rischia di mandare in fumo l’unica arma di cui può disporre: la propria autorevolezza. Critici ce ne sono tanti. Truffaut sosteneva che tutti hanno due mestieri – il proprio e il critico di cinema – e non aveva torto, perché chiunque è autorizzato a giudicare un film. Il problema è fin dove ci si può fidare di quel giudizio, sia che lo dica un amico o che lo si legga su un giornale. Perché l’autorevolezza nasce solo dalla credibilità, dalla dimostrazione ogni volta rimessa in gioco che di quei giudizi ci si può fidare. Magari senza condividerli fino in fondo, ma con la convinzione che non tentano di fregarci, di prendere per il naso la nostra intelligenza. Solo allora, si è disposti a riconoscere una qualche autorevolezza a chi giudica. E che l’abbia fatto da una rivista, un giornale, un blog o sul tram importa poco. Poi, ma solo poi, possiamo prendere in considerazione anche i vantaggi che i bravi critici possono offrire, come aiutarci a non perdere opere che rischiavamo di ignorare. Senza che nessuno si monti la testa (perché non sono i critici che aprono la strada agli Oscar, altrimenti Into the Wild ne avrebbe vinti una valanga) o confonda la critica con il surrogato di altre professioni (i critici non sono né romanzieri falliti né accademici frustrati: sono critici e basta). Ricordando sempre che la critica, quella vera, deve solo impegnarsi a sferzare l’intelligenza di chi legge, non certo a consolarla o compiacerla. Come appunto dovrebbe essere il compito dei giornali. E se qualcuno se lo dimentica, per prima cosa non fa un buon servizio a se stesso.

una disamina decisamente interessante e convincente.
Alla quale mi permetto di fare, per amore di discussione alcune obiezioni.
La prima è relativa al film di cui si parla.
Se in rete il film di Tarantino ha ricevuto una mole di «recensioni» e una valanga di commenti è perchè chi scrive di cinema in rete è maschio e giovane e il film solletica il suo interesse.
Ahimè questo non vale per altri e ugualmente meritevoli film, che hanno dalla loro l’essere opere rivolte a un pubblico più adulto, meno «trendy» (il Rivette veneziano? l’ultimo Chabrol? la poetica di Michel Gondry a partire dai video, passando per la pubblicità e arrivando al cinema?)
Dico questo perchè, almeno in Italia i quotidiani hanno un target over 50, spesso borghese, e il cinema di cui si parla nei quotidiani e il modo in cui se ne parla riflette il pubblico cui sono rivolti e che paga un euro per leggerli.
In rete si è (e si dovrebbe essere) molto più liberi (anche da vincoli editoriali/commerciali).
Si può scrivere tanto o poco, ed essere letti tanto (ma percentualmente meno di quanti leggono i giornali, si tratta pur sempre di nerd cinematografici che dedicano ore e ore di tempo ad animare discussioni — quindi spesso giovani studenti, chi lavora non ha così tanto tempo da dedicare alla lettura di note lunghissime), ma anche la critica — professionale o meno — su Internet è legata ai concetti di maggioranza e minoranza.
Cioè, per avere tanti commenti, una discussione fenomenale, ecc. devo parlare di un film che piace a tutti o che tutti hanno visto.
Se parlo di un cinema che non vede nessuno o quasi, per quanto io possa parlarne bene e a lungo, non si scatenerà nessuna discussione.
E un critico autorevole che cominciasse a parlare solo di certo cinema molto di nicchia in rete finirebbe per avere contatti ridottissimi e pochi commenti e gente che voglia discutere.
Ti dico subito: quale sarà il film veneziano del concorso di cui meno parleranno i blogger italiani? A single man di Tom Ford.
Eppure si tratta di una opera prima in concorso a Venezia e di una scommessa di uno stilista che si dedica al cinema. Il film è tratto da uno dei romanzi più belli di uno scrittore tra i più importanti del ’900, che certo non è il «gettonatissimo tra i ggiovani» McCarthy ma fa la sua bella figura.
Del resto il da te citato D’Agostini su repubblica on-line, dice: «tipico esempio di cinema dei costumisti e degli scenografi, disperso in mezzo a una drammaturgia decrepita e allo speculare compiacimento fotografico per i bei corpi maschili ha solo un momento di intensità: quello dell’incontro tra George e la sua amica, interpretata da Julienne Moore».
Scommetto che se si fosse trattato di compiacimento per i bei corpi femminili D’Agostini non avrebbe avuto nulla da ridire.
E Gironi su coming soon scopre con sollievo che «grazie al cielo che la storia sia omosessuale è solo incidentale» (cosa non del tutto vera per chi ha letto il romanzo). Grazie al cielo?
Che sia su carta o che sia on line la critica riprende i suoi limiti dettati dalle persone.
souffle: C’è ovviamente del vero in quel che dici. Ma solo se ti riferisci a quello che succede in Italia; il che è esattamente il mio punto. Gli articoli che ho linkato sono scritti da trentenni/quarantenni, non semplicemente nerd ma appassionati ed anche critici di ogni tipo (spesso gente che un tempo scriveva per pubblicazioni cartacee, che dati i tempi se ne sono sbarazzate — Matt Zoller Seitz, fondatore di «The House Next Door», è poi un regista); e non mi aspetterei che i commenti agli articoli vengano — e gli articoli stessi vengano letti — solo da giovani studenti che non hanno nulla da fare tutto il giorno. Anche fosse, ci sarebbero studenti che si dedicano a leggere e scrivere quegli articoli e commenti: non è mica poco.
Sono di certo più d’accordo sul fatto che, come del resto ho riconosciuto, quello di «Inglourious Basterds» è per forza di cose un caso eccezionale, per il volume di articoli e commenti. (Mi chiedo, però, se qui da noi vedremo un livello anche solo lontanamente paragonabile di analisi su questo «blockbuster» d’autore.)
Quelli che fan critica, in ogni sua forma, sono ovviamente persone: questo è un dato irrisolvibile, e direi grazie al cielo. Se uno è più interessato a Tarantino che a Chabrol, ha pur diritto di esserlo. A patto, chiaramente, che quando scrive di Chabrol (ma anche di Tarantino!) non scriva cavolate. Ma non vorrei farmi prendere da discussioni laterali: io «A Single Man» non l’ho visto, e non posso sapere se è un film interessante o se invece è solo un blando esercizietto di uno stilista che forse dovrebbe tornare a fare il lavoro che sa far meglio. A prima vista non mi sembra un’ipotesi fuori dal novero delle possibilità. Mi piacerebbe di certo leggere qualche opinione — favorevole o meno — che si dilunghi un po’ di più e che sia basata su elementi distinguibili del film, piuttosto che su due veloci aggettivi, che mi aiuti a capir meglio e con la quale possa meglio discutere.
Riassumendo quel che leggo qui e alcuni anni di frequentazione delle aree cinematografiche della Rete:
la Rete parla di quel che parla la pubblicità, cioè dei film americani col budget pubblicitario più alto e la presenza più forte su tivù e giornali. Si da il caso che oggi il grosso dei film americani con tali caratteristiche e di cui si parla sono film diretti a un pubblico di adolescenti e adolescenti invecchiati di sesso maschile (si sono viste lunghe discussioni sui siti di cinema su Twilight e Sex and the City, film per un mercato femminile? No). Che poi possano esservi interventi interessanti non ne dubito (capita talvolta di incontrarne qualcuno) ma sono esercitazioni di stile su film che ne fanno tranquillamente a meno e la competenza storica è abbastanza svalutata in tempo di Imdb. Del resto il 99% delle discussioni è strettamente nozionistico e pedante: il film è fedele al fumetto/telefilm/video/vecchio film da cui è tratto?
Il caso Tarantino è l’eccezione: l»autore’, il ’maestro’ che può fare quel che vuole e il cui status critico giustifica le ossessive discussioni su Star Trek; un po’ come Kubrick per i non più giovanissimi, dove Shining giustificava l’ossessivo interesse per i seguiti di Venerdì 13…
Con mia grande fortuna, grazie all’età, ora ho la possibilità di portare al cinema la nipotina a vedere film a cartoni animati, Pixar, Disney, giapponesi, che si dividono fra belli e splendidi: non per niente sono diretti a un pubblico di bambini e genitori, saltando il deserto dei 15 – 35 anni…
@ Alberto Di Felice:
anche io vorrei leggerne, ma tolto il Mereghetti o D’Agostini o Gironi, o il Conte, non ho letto altro in giro.
Il problema però non è solo leggere una critica ma abbandonarsi allo stereotipo come fa D’Agostini, cui il film può anche non essere piaciuto, ma non per il fatto che anzichè due tette ha visto un pettorale maschile.
Cinema dei costumisti e degli scenografi! Se lo sentisse Visconti!
E non sono più disponibile ad accettare come scusa il fatto che «si tratta di una realtà che non conosco in quanto etero».
Perchè la stessa cosa non vale quando si recensiscono film intrisi di ebraismo senza essere ebrei o film scritti e pensati da autori neri, senza essere di colore.
Non vedo perchè occorra essere gay o lescbiche per cogliere le dinamiche di un rapporto affettivo tra due uomini o due donne.
Sul tuo secondo punto, credo sia interessante riflettere: la moltitudine di commenti e riflessioni sul film di Tarantino fa percepire un certo target interessato in rete a questo prodotto.
Esattamente come nei quotidiani si parla di certi film e non di altri, proprio perchè il target di riferimento a quelli è interessato.
Qui nella blgosfera discussioni ci sono state, anche potenti, ma viziate da un baco di fondo: ognuno degli interlocutori riteneva di avere ragione di essere talebanamente nel giusto. Il dubbio non era concepito.
Basti solo fare i nomi di Allen e Eastwood: CAPOLAVORO e basta! TUTTI i loro ultimi film. E BASTA.
Puoi impostare una discussione fondata sul dubbio in questo caso?
No, pena l’esclusione sociale. Se parli male di Allen sei bandito, se hai dubbi su Eastwood non capisci nulla di cinema.
Viceversa si può spandere merda su Gilliam perchè nella cineblogosfera non lo ama quasi nessuno.
E prendere per il culo Gondry senza temere l’ostracismo.
Infine c’è anche il fatto che la critica professionale italiana raramente si mette in gioco con discussioni in rete con il pubblico, perchè credo, parte dal presupposto di parlare non al pubblico ma ad altri critici in un gioco di gruppetti (come i cinebloggers, che sono divisi in gruppetti anche loro).
Il discorso «impatto» dipende essenzialmente dal tipo di film e quindi dal tipo di target che bazzica la rete e ha tempo, voglia e passione per parlare di cinema.
Ma SOLO di un certo tipo di cinema.
souffle: Sugli stereotipi: siamo perfettamente d’accordo. Tu sei sensibile ovviamente sul punto dell’omosessualità, ma non baserei l’osservazione solo su questo, perché in realtà lo stereotipo dilaga, ed è una cosa triste leggere cose scritte da giornalisti o da blogger (che sempre più spesso vengono poi chiamati in progetti di siti) — è indifferente, davvero — nelle quali si trovano ben individuabili frasi fatte copiate pari pari dalla critica quotidiana opinionista: io vorrei non leggere più, ad esempio, frasi come «Un film che non aggiunge nulla alla carriera del regista».
Quelle di cui parli in seguito, a mio avviso, non sono state discussioni. È una cosa che mi rattrista, perché saprai che io adoro sia Allen che Eastwood. Ho anche la presunzione di ritenermi abbastanza bilanciato quando devo parlarne, anche se ricordo il mio tono poco carino sul tuo blog su «Vicky Cristina Barcelona». Però il punto è che, indipendentemente dai giudizi, non dovrebbe interessare la distinzione fra capolavoro e schifezza: dovrebbero interessare i film, bisognerebbe discutere di elementi del film. Io e te, ad esempio, eravamo in disaccordo sulla descrizione del ruolo della Johansson: era un punto importante, anche se non l’abbiamo approfondito, perché secondo me si riflette sull’interpretazione di tutto il film. Se non c’è nessuno disposto a discutere di queste cose, chiaramente non se ne discute.
Qui arrivo al problema: il problema è che mediamente né ai giornalisti né ai blogger italiani, mi sembra (e fatte salve eccezioni), interessa realmente argomentare e scontrarsi nello specifico. Il dubbio va bene, ma solo se aiuta a riflettere e non si ferma a dire «va bene tutto». Non va bene tutto, neanche un po’.
Quindi ecco la «twitterizzazione», sia sui giornali che su internet: poche righe di giudizio, per capire chi è con me e chi è contro, e nessun punto di argomentazione. Come dici tu, si scrive per sé stessi ed i propri colleghi. È chiaramente un problema culturale.
Sascha: Il punto preliminare essenziale è: ti stai riferendo a quel che succede in Italia o prendi in considerazione quel che succede fuori? Sulla pubblicità siam d’accordo: d’altronde buona parte dei siti e dei blog sono avventure commerciali, buona parte dei quali non fanno neanche critica ma …diciamo, un altro tipo di «informazione». Non mi attendo ci sia un gran livello di analisi da parte di pubblicazioni online dirette alle tredicenni, sulle quali tra l’altro si è molto discusso sia di «Twilight» sia di «Sex and the City»; stessa cosa dicasi per i siti dei fanboys. Ma le pubblicazioni che ho linkato non appartengono a queste categorie: sono posti dove trovi discussioni serie. Se le si legge, ovviamente.
Alberto il dubbio va bene se si mette qualcosa in dubbio, se Allen fa solo capolavori e Eastwood fa solo capolavori, siamo dalle parti del ragionamento socratico, fingiamo di discutere per arrivare alle conclusioni dichiarate all’inizio.
Io ti potrei dire: con onestà leggi i testi degli anni ’70 (citarsi addosso, effetti collaterali, saperla lunga) e l’ultmo suo scritto pubblicato un paio di anni fa e, semplicemente, mewttili a confronto: come direbbe un americano, i primi funzionano, l’ultimo non funziona, semplicemente perchè non fa ridere.
Io mi ci sono accostato pieno di aspettative: non ho riso.
Se prendo in mano un suo scritto anni ’70 mi metto a ridere come la prima volta.
Qualcosa (per me) vorrà pur dire.
La stessa cosa a me pare sia avvenuta col suo cinema, una impaginazione corretta di chi sa a memoria come fare visto che lo fa da una vita, ma niente di nuovo da dire e un maldestro tentativo di raccontare le città che non siano NY.
(PS: se un qualunque regista di blockbuster ti inquadra la torre Eiffel per farti capire che siamo a Parigi si sghignazza, se Allen di riprende la Sagrada familia in modo cartolinesco si grida alla straordinaria invenzione del genio).
Il lavoro fatto con Parigi in Tutti dicono I love you era decisamente migliore e di ben altro stile, forse perchè Parigi è una città amata dal Nostro.
Poi, naturalmente, di fronte a un amore viscerale, nulla si può se non chinare il capo e tacere.
Quanto al punto sollevato sa Sacha: perchè non discutere seriamente e con armi critiche anche della commedia americana per adolescenti?
O del cinema «femminile» che tanto spiace ai maschi?
E sopratutto: perchè Sex and the city deve essere un cinema «per donne» o «per ragazzine»?
E mai si è definita la commedia di Apatow un genere per sfigatissimi 30enni nerd poco cresciuti?
Il bravo critico deve sapere potere parlare di tutto ed essere animato da curiosità per tutto.
Altrimenti si resta, come disse Roy Menarini sui cineblogger, nell’alveo della cinefilia dove uno parla solo del suo cinema del cuore o che gli interessa, come qualunque cinefilo.
(e onestamente allora meglio un critico professionista che scrive di tutti i film, possibilmente senza pregiudizi, che un blogger che scrive solo di certi film che lo rappresentano)
A meno che non sia pagato per parlare anche del cinema per 13enni e lo fa però incazzato perchè voleva scrivere di Gran Torino, non rendendo un gran servizio a quel cinema.
souffle: Beh, come detto quelle cui ti riferisci non sono state discussioni. Sarò io il primo a dirti di esser stato leggermente sconfortato da certe eccessive ovazioni con debole spirito critico. Penso però anche che mettersi a rispondere con una reazione di uguale intensità dicendo che gli ultimi film di Allen sono totali schifezze non è propriamente una bella strategia. Anche perché — ammesso ad esempio che in «Vicky Cristina Barcelona» ci si debba aspettare di ridere, cosa sulla quale ho notevoli dubbi — dire che non si è riso si presta alla facilissima e sacrosanta risposta della controparte, che può in tutta tranquillità dirti di essersi divertita. Cosa se ne ricava? Nulla: ci dovrebbero interessare i motivi per cui — ammesso sempre che si debba ridere — si è o non si è riso, e su quelli il dubbio ha un limite ad esempio nel dovere di non prender fischi per fiaschi su ciò che un film è e sta facendo. Ma il discorso è generale: non vorrei iniziare una discussione sul penultimo sforzo alleniano!
Alberto, Souffle leggervi è sempre uno stimolo e un divertimento intelligente.
Avrei voglia di dilungarmi anch’io ma dopo una giornata di lavoro sono riuscito a far addormentare mio figlio e a guardarmi Il Giorno degli Zombi, vera metafora di un mondo della critica che va alla deriva e in cui la massa (scadente) di voci soffoca ogni altra voce.
Voglio però concedermi una digressione minimalista e dare atto a Souffle che la Barcellona di Allen è davvero qualcosa di stucchevole.
Eppure se Allen continua a «funzionare» lo fa a dispetto di tutti i suoi difetti perchè ancora capace di lampi illuminanti in cui riesce ancora a parlare di noi.
Con me funziona e se si ride un po’ meno me ne faccio una ragione.
Forse è proprio la sintonia col proprio pubblico che lo rende ancora così amato. E coglierne i limiti senili ce lo fa amare, se non di più, in modo un po’ diverso.