[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 13 settembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea.]

dolce vita 1 La dolce vita, ancora

«E questo insiste a guardare»

—ovvero: «I film non cambiano, ma i loro spettatori sì»

Comincio queste mie poche riflessioni sul film tornando su un personaggio che mi è molto caro, perché è il primo attraverso il quale ho iniziato a provare un qualche amore per la critica. Leggere Roger Ebert è per me sempre un’esperienza non molto diversa da quella della visione di un film. È uno dei pochi (posso citare sicuramente anche Robin Wood, che però ha un approccio più accademico) in grado di raccontarsi, più o meno di riflesso, attraverso la descrizione del lavoro altrui. In ultimo, dalla critica e dal cinema voglio proprio questo: un tentativo di comprensione dell’uomo e/o del reale. Ebert in particolare è famoso come il più grande critico “di massa”, un gioviale liberale americano coltivato professionalmente nella metropoli più provinciale d’America, Chicago, e quindi anche solo per questo ben diverso dall’atteggiamento intellettuale della media critica italiana (quella che, proprio parlando de La dolce vita, Pasolini su “Filmcritica” definiva «crocian[a] e borghes[e]») e più in generale europea. Ho citato Pasolini, che da Ebert non potrebbe essere più lontano: è da notare come la sua riassuntiva descrizione ideologica del film («il rapporto intimistico tra peccato e innocenza, la presenza circolante della grazia, la osservazione analitica e amorosa di un mondo livellato dalla metafisica»), con la quale lui sarebbe chiaramente in contrasto, pare curiosamente rimandare al “piccolo” ambiente ideologico in cui Ebert è cresciuto, con la sua rural-borghese Urbana nell’Illinois non molto diversa dalla provincial-borghese Rimini in Romagna.

Da qualche mese Ebert ha, oltre al ben noto portale che raccoglie quasi tutti i suoi scritti di decenni, un suo blog; se penso che ora, dopo i duri colpi alla salute che ha subito, non è più in grado di parlare, non posso che essere toccato da questa decisione di mettersi in dialogo così diretto e aperto con i lettori. In un suo recente post torna a dire cose che aveva già detto, ponendosi l’imprescindibile domanda: «Qual è il tuo film preferito?». Non sentendosi di rispondere, decide di cambiarla nella valida alternativa:  «Quale film mi piacerebbe di più vedere in questo esatto momento?». La sua risposta è proprio il film di Fellini. Per giustificarla cita un passo della sua recensione nella raccolta “Great Movies”, che mi sembra dare un senso tutto personale (oltre a tutti gli altri ahi noi più “terreni”, quelli della «sconcia vita» prima ancora di averlo visto, che si possono facilmente citare; ancora Pasolini fa riferimento alle «goffe persone senza anima», ai «clerico-fascisti romani» e ai «moralistici capitalisti milanesi»), nella sua prosa piana e sincera, alle confliggenti reazioni al film al tempo in cui uscì. Quanto dice mi ha ricordato il particolare dell’occhio del pesce nel finale, che se ne sta lì fisso a guardare i personaggi, e di riflesso sembra osservare dritto verso di noi, proprio come fa il film:

I film non cambiano, ma i loro spettatori sì. Quando ho visto “La dolce vita” nel 1960 ero un adolescente per il quale “la dolce vita” rappresentava tutto quello che avessi mai sognato: peccato, esotico glamour europeo, l’estenuante storia d’amore del cinico giornalista. Quando l’ho rivisto, nel 1970 circa, stavo vivendo una versione del mondo di Marcello; la North Avenue di Chicago non era Via Veneto, ma alle tre di mattina i suoi frequentatori erano ugualmente coloriti, e avevo più o meno l’età di Marcello.
Quando ho visto il film all’incirca nel 1980, Marcello aveva la stessa età, ma io avevo dieci anni di più, avevo smesso di bere, e non lo vedevo come un modello ma come una vittima, condannato a un’infinita ricerca della felicità che non poteva trovare, non in quel modo. Nel 1991, quando ho analizzato il film inquadratura per inquadratura all’Università del Colorado, Marcello sembrava ancora più giovane, e se un tempo l’avevo ammirato e poi criticato, ora provavo pietà per lui e lo amavo. E quando ho visto il film subito dopo la morte di Mastroianni, ho pensato che Fellini e Marcello avessero preso un momento di scoperta e lo avessero reso immortale. Potrà non esserci una cosa come la dolce vita. Ma è necessario scoprirlo da soli.

Mi piace sempre notare come con parole “da uomo comune” (che sono cosa diversa — è bene precisare — da populismo e qualunquismo), Ebert riesca sempre a racchiudere molto, ivi inclusa appunto la sua persona e la sua visione di cinema e vita, in un modo opposto ma nella sostanza concomitante a come possa fare ad esempio il già citato Pasolini, che affronta l’opera da tutt’altra prospettiva e con tutt’altro eloquio. Torno a notare come l’atteggiamento di Ebert mi sembri vicino all’essere di Fellini, in particolare per quello che ancora Pasolini definisce un «ottimismo, amoroso e simpatetico», che da toccato non degenera mai nel paternalistico. In questo breve estratto vedo ad esempio pienamente riflessa quella che Pasolini chiama l’«abnorme forma di conformismo» felliniano: La dolce vita è un film, come lui e Fellini stesso lo dichiararono in faccia alle cieche prese di posizione ecclesiastiche e democristiane, profondamente «cattolico» — parla di un uomo, nelle parole di Ebert, per cui provare (cristiana) pietà e da amare. Citerò ancora Pasolini:

non c’è nessuno di questi personaggi che non risulti puro e vitale, presentato sempre in un suo momento di energia quasi sacra. Osservate: non c’è un personaggio triste, che muova a compassione: a tutti tutto va bene, anche se va malissimo: vitale è ognuno nell’arrangiarsi a vivere, pur col suo carico di morte e di incoscienza. Non ho mai visto un film in cui tutti i personaggi siano così pieni di felicità di essere: anche le cose dolorose, le tragedie, si configurano come fenomeni carichi di vitalità, come spettacoli. Bisogna davvero possedere una miniera inesauribile d’amore, per arrivare a questo: magari anche d’amore sacrilego…

Se gli spettatori cambiano, più lenti a cambiare sono i “sentimenti” collettivi — d’altronde il cattolicesimo (e tutto quanto ne consegue, specialmente in un paese che vi è così complicatamente invischiato nello spirito come il nostro) è ancora lì, nonostante tutto. L’occhio di quel pesce sembra osservare anche questi ultimi. Spinto dal post di Ebert e dall’immediata associazione visiva con quell’occhio che ha generato in me, ho rivisto giorni fa il film, e ho pensato che il paese ritrattovi non sia affatto mutato rispetto a quello in cui mi trovo a vivere.

Ho notato per la prima volta soprattutto l’insistenza allusoria e oscura, a mo’ di monolite kubrickiano, di luci e pilastri di varia forma lungo tutta la pellicola. Alcuni esempi: le luci che vengono scrupolosamente preparate per illuminare l’«apparizione» della Madonna, e le impalcature sulle quali sono fissate;

dolce vita 2 La dolce vita, ancora

la prima sequenza a casa di Steiner (Alain Cuny), che si apre con una soggettiva, nella quale il primo oggetto messo in risalto nel salotto all’ingresso di Marcello (Marcello Mastroianni) ed Emma (Yvonne Furneaux) è una lampada sistemata sul pianoforte,

dolce vita 3 La dolce vita, ancora

ripresa anche in seguito come perno della composizione;

dolce vita 4 La dolce vita, ancora

nella stessa sequenza, i fasci di luce che insistono sempre sullo sfondo fuori dalle finestre,

dolce vita 5 La dolce vita, ancora

e in particolare nel dialogo sul terrazzo fra Marcello e Steiner;

dolce vita 6 La dolce vita, ancora

la sequenza del party finale nella casa vicino alla spiaggia viene introdotta da una dissolvenza incrociata, dopo il prelievo della moglie di Steiner (Renée Longarini) a seguito della tragedia, passando dalla macchina fotografica che si avvicina alla camera ai fari delle auto in corsa,

dolce vita 7 La dolce vita, ancora

che in seguito vedremo dall’interno del salotto della villa a richiamare i fasci di luce nella sequenza descritta a casa di Steiner;

dolce vita 8 La dolce vita, ancora

la sequenza del litigio fra Marcello ed Emma, su uno stradone nel quale in lontananza appaiono dei lampioni sistemati su una struttura in legno;

dolce vita 9 La dolce vita, ancora

alla fine della stessa sequenza, questa struttura si sovrapporrà in dissolvenza incrociata nell’esatta posizione in cui si trovano le mani giunte dei due riconciliatisi a letto, prima dell’annuncio della morte di Steiner;

dolce vita 10 La dolce vita, ancora

strutture simili appaiono anche in apertura e chiusura — ad esempio, i pali della porta nel campetto di calcio di fianco alle rovine romane della prima inquadratura, al passaggio dell’elicottero che trasporta il Cristo;

dolce vita 11 La dolce vita, ancora

la struttura sistemata sulla spiaggia nell’ultima scena nel dialogo muto fra Marcello e Paola (Valeria Ciangottini).

dolce vita 12 La dolce vita, ancora

Mi è forse estemporaneamente tornato in mente, pensando a queste immagini e questi richiami, un articolo di Richard Owen dello scorso dicembre sul Times, soprattutto perché ero rimasto colpito dal suo contrapporre in apertura le luci natalizie per le vie di Roma al sentimento di insicurezza, lo “stringere la cinghia” di un’Italia che si scopre d’improvviso «vecchia e povera», conseguentemente all’attuale periodo di sostanziale recessione. La dolce vita, da questo e da altri punti di vista, è un film vertiginosamente centrale per comprendere la nostra cultura.