Se non altro, l’estate aiuta chi ha il tempo a recuperare molte cose — se recenti, il più delle volte affatto necessarie. Hero Wanted e Personal Effects vanno in onda su Sky Cinema 1 rispettivamente stasera mercoledì 5 e domani giovedì 6 agosto: entrambi debutti registici, di uno stuntman di lungo corso e di un creatore-produttore di serie, nessuno dei due è stato distribuito nelle sale (il film di Hollander è passato solo a New York e Los Angeles) — non c’è quindi da sorprendersi del fatto che abbiano il vivo aspetto di produzioni da cassetta, drammi veloci pronti per la tv. In entrambi i casi, come spesso accade, c’entrano i postumi di un lutto.

hero wanted smrz Eroi ed effetti personali cercansi

Hero Wanted (Brian Smrz, 2008) — Con Cuba Gooding Jr., Ray Liotta, Norman Reedus.

Dopo il suo periodo fortunato di più di un decennio fa con Jerry Maguire e Qualcosa è cambiato, Cuba Gooding Jr. si è per lo più rintanato in poco nobilitanti ruoli di sottobosco, a volte comici e più spesso drammatici: la promessa di un tempo conserva ora solo l’aria da sparo nel vuoto. Gli piace soprattutto, un po’ come Will Smith, prestarsi a ruoli martirizzanti, che trovano facilmente espressione in sceneggiature cucite con quattro pezze attorno a qualche stereotipo struggente: qui è un uomo che non è riuscito a salvare la moglie in un incidente d’auto e si ritrova a diventare l’eroe che salva una bambina da simile sorte. Intuirete benissimo che vede la moglie in incubi ad occhi aperti. La storia è raccontata con la sua voce over, in una sorta di cornice narrativa (il flash forward alla sua sbronza al bar) che viene ripresa ad aprire il terzo atto e che fornisce a Smrz la scusa per un quasi-piano sequenza nella prima scena. Purtroppo è solo troppo zelo di farsi notare, in un altrimenti blando dramma d’azione che nel finale svacca decisamente troppo per i miei gusti. Ray Liotta, manco a dirlo, fa lo sbirro.

personal effects hollander Eroi ed effetti personali cercansi

Personal Effects (David Hollander, 2009) — Con Michelle Pfeiffer, Ashton Kutcher, Kathy Bates.

Hollander segue le aspirazioni più artsy del cinema prossimo all’indipendente: notate nell’immagine sopra una delle sue inquadrature inclinate, fa abbondante uso di particolari e fuori fuoco, appresta un setting plumbeo (la piovosa Vancouver e le sue vicinanze, spacciate ovviamente per il nordico Ovest statunitense) e lo rafforza con le musiche ulteriormente desolate dell’islandese Jóhann Jóhannsson. Anche qui abbondano i drammi stereotipati, parlando ancora di traumi da lutto: il fratello di una ragazza rapita, stuprata e vilemente uccisa (il Walter di Ashton Kutcher) e una madre vedova del marito alcolizzato ucciso da un suo compagno di bevute (la Linda di Michelle Pfeiffer) si conoscono ad un gruppo di sostegno e si avvicinano mentre fanno i conti con i relativi processi — quelli in tribunale e quelli personali. La storia è inserita anche qui in una specie di meccanismo a cornice incentrato su Clay (Spencer Hudson), figlio sordo e problematico di Linda che ci fornisce anche una finto-profonda narrazione over — che, a dimostrare la sua gratuità, sparisce per poi tornare a rifarci la predica nel finale, con relativa sorpresa. Il film funziona meglio come esplorazione del rapporto fra una donna matura ed un ragazzo ventenne  — situazione che replica esperienze passate degli attori (Kutcher, sarete di certo al corrente, è il giovin sposo di Demi Moore;  la Pfeiffer c’è già passata in 2 Young 4 Me – Un fidanzato per mamma, titolo italiano come sempre inventivo per un altro suo recente sforzo di cassetta) — che non come riflessione pura su lutto e solitudine, frangenti nei quali più si fa sentire una mano pesante.