[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 26 Marzo 2008 sul mio vecchio blog Gahan at the Movies.]

prestige balcony The Prestige: Su immedesimazione e inganno

«Osserva attentamente»

The Prestige è un film dalla struttura relativamente complessa e ad un tempo comprensibile, che progredendo attraverso dei flashback ricompone progressivamente una verità: ci vengono presentati due personaggi, entrambi protagonisti, vengono esplicitati i loro punti di conflitto, viene fornita una risoluzione che spiega, quantomeno, come sono andati i fatti. Al tempo stesso è un’applicazione puntuale, all’interno di questo schema narrativo, delle tre parti di un trucco di magia: promessa, svolta, prestigio. Ciononostante, il film contraddice la risolubilità che si sembrerebbe rintracciare in quest’ordinata successione: sebbene alla fine, come detto, abbiamo in mente un quadro pressoché completo dello svolgersi dei fatti, la conclusione della pellicola manca di fornire allo spettatore quella valvola di sfogo costituita dalla “catarsi” del prestigio. Come Angier (Hugh Jackman), lo spettatore si scopre immerso, in apnea, in una vasca piena d’acqua. Non a caso, questa è l’immagine che conclude ex abrupto il film.
Il prestigio finale, dunque, chiude gli interrogativi principali della scarna storia, ma provoca anche una sensazione di malessere e inadeguatezza. Nell’ultima sequenza del film ascoltiamo la voce over di Cutter (Michael Caine), che con quasi perfetta circolarità riprende l’incipit: «Ora, voi state cercando il segreto. Ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo: voi volete essere ingannati». Su quest’ultima frase finisce il film, e quest’ultima parola a commento dell’immagine di Angier nella vasca esegue uno sgradevole taglio, impedisce il nostro appagamento. Si potrebbe dire che il trucco, in un qualche modo, è riuscito (volutamente) male. La circolarità del reprise, dicevo, è quasi perfetta, in quanto la voce over di Cutter si ferma prima di ripetere anche la spiegazione della parte finale del gioco di magia, che è quella che abbiamo appena visto: il prestigio. Manca la catarsi, appunto, un ritorno in equilibrio. La frase finale è ancora quella che ci spiega il funzionamento della “svolta”, la sparizione dell’oggetto del trucco: a suggerire che a doverci interessare non è la sua riapparizione ma il saper guardare per scoprire dove è andato a finire. Il vero “prestigio”, amaro, del film è infatti quell’ultima immagine, che per pochi secondi ci pone di fronte all’oggetto umano scomparso, l’uccellino ucciso che ci era stato nascosto perché sgradevole, non all’altro che lo sostituisce ai nostro occhi: il vero prestigio è il retroscena della svolta.

E tu per chi fai il tifo?

Se narrativamente potremmo ritenerci soddisfatti, felici nel vedere la comparsa di un finale che chiude un cerchio ricostruendo l’insieme dei fatti, il film in realtà non chiude semplicemente il cerchio narrativo, ma per farlo deve svelarcene del tutto il funzionamento: ci fa vedere la mani sporche, ci fa provare un disagio. Il film, al contrario di un trucco d’illusionismo, non ci inganna su nulla e ci lascia invece con l’interrogativo inquietante: «Perché vogliamo essere ingannati?», ovvero «Perché guardiamo un film?». Parte della risposta consiste proprio nel parallelo fra trucco di magia e narrazione, che costituisce indubbiamente l’aspetto più affascinante, in quanto meta-testuale, della pellicola. Un aspetto tuttavia pienamente integrato in questa narrazione stessa, e in particolare nel funzionamento crudele del meccanismo di immedesimazione dello spettatore con i personaggi. I protagonisti sono due, dicevamo, eppure è inevitabile che lo spettatore ricostruisca un “vero” ed unico protagonista col quale entrare in empatia: essendo il film la ricostruzione di una lotta, si cerca di individuare per chi fare il tifo, e infine chi sia il vincitore. Il film rende però alquanto arduo questo processo durante il suo svolgimento, facendoci entrare in punti diversi in simpatia con entrambi, e allo stesso modo rendendoci oscure le loro motivazioni profonde. Con queste premesse, a visione ultimata si può tuttavia agevolmente individuare il vero protagonista in Borden (Christian Bale): il fatto è reso evidente dalla circostanza che è lui il contendente che pare aver la meglio, in ultimo, nella sfida a due. Già durante il film si hanno svariati indizi, specie archiviato il punto di partenza nominale della rivalità fra i due, l’incidente in cui perde la vita Julia (Piper Perabo). L’empatia con Borden è, ad esempio, rafforzata sottilmente dalle sue umili origini, che fanno vedere più di buon occhio la sua ossessione come un metodo di guadagnarsi da vivere attraverso le proprie doti ed il sacrificio; di converso, Angier viene presentato come nobile («Lo sono sempre stato», dice quando si rivela come Lord Caldlow), e sembra intraprendere la lotta, a livello inconscio, come via alternativa per affermare la propria superiorità di classe sull’avversario, spendendo buona parte delle sue fortune nell’inseguimento della macchina di Tesla (David Bowie).
Nonostante tutto questo, rimane difficile fare chiaramente il tifo per uno dei due: anche con tutte le carte scoperte, non riusciamo ad immedesimarci pienamente col vincitore. In questo entra in gioco una funzione essenziale del trucco magico, e della narrazione in senso ampio (quindi anche del cinema, che è ciò che ci interessa qui), quella di intrattenere (di “ingannare”) il pubblico. La narrazione classica conduce per mano lo spettatore attraverso la messa in scena di una storia, non da ultimo rendendo in varia misura evidente un punto di vista, il più delle volte proprio un personaggio, attraverso il quale lo spettatore è messo nella posizione di leggerla. Lo spettatore stesso, come già detto, sente il bisogno di riflettersi in un personaggio principale, attraverso il quale ricavare anche una qualche “morale” rassicurante dal film; attraverso quest’ultima, egli è portato non solo a cercare la morale interna al film, il “vincitore”, ma a stabilire un rapporto fra il film e la realtà, e in maniera altrettanto essenziale un rapporto fra il personaggio e sé stesso. Questo bisogno è frustrato dal funzionamento del trucco di The Prestige, o meglio dal suo essere nei fatti interrotto dalla rivelazione di cos’è dietro la svolta, cosa che impedisce di gioire meravigliati di fronte al prestigio. La morale del film vacilla, e con essa la posizione dello spettatore.

Morte allo specchio

Per classificare la posizione in cui viene a trovarsi lo spettatore di The Prestige, oltre all’immagine di Angier nella vasca, trovo interessante far riferimento ai due bambini presenti nel film. Non c’è difatti mente più candida, nel leggere una storia, o nell’assistere ad un gioco d’illusionismo, di quella di un bambino, avvolto dalla sua magia e pronto a spalancare occhi e bocca dallo stupore. Pensate a com’era diverso, e com’era bello, guardar film da bambini — e guardare tutto il resto, se è per questo. Ora, nel film sono presenti due bambini: la piccola Jess (Samantha Maurin), figlia di Borden, e il nipote di Sarah (Rebecca Hall), sua moglie. All’inizio del film vediamo la bambina che osserva e reagisce al trucco dell’uccellino, eseguito da Cutter, con la purezza che ci si aspetterebbe. Viceversa, una volta che, nel corso del film stesso, abbiamo visto che fine fa quell’uccellino, quando è il bambino  ad assistere allo stesso trucco, si mette a piangere: «L’ha ucciso!». Il bambino non è meno sincero della bambina nella sua reazione: semplicemente, per qualche motivo sente, esattamente come se avesse seguito il film con noi fino a quel momento, che qualcosa è morto, e questo causa una morte nel bambino stesso, e in noi, appunto perché lui che guarda si sta ora immedesimando nell’uccellino morto, condividendone il destino e sentendosi come in colpa.
Il meccanismo di immedesimazione del film è crudele in quanto, anche nella conclusione del gioco d’illusionismo che è la storia, ci rivela il segreto delle illusioni di Borden ed Angier. E il segreto è non solo un segreto di morte, ma — quel che è più sgradevole — è un segreto che ci rivela la morte di una metà di noi stessi nel trucco, e quindi l’assenza di un vincitore, di una morale che acquieti, l’assenza di un protagonista che ci dia un appiglio per uscire dalla vasca: nella conclusione del film sappiamo di non essere il Borden che cammina via, ma quello giustiziato a morte; non l’Angier che muore ucciso da Borden, ma quello affogato. –«Sei Fallon, lo sei sempre stato»; –«No: eravamo entrambi Fallon, ed eravamo entrambi Borden». Scopriamo che la lotta fra i due per determinare chi sia il vero protagonista ed il vero vincitore non è che la nostra stessa agonia (dal greco “agon”, campo di lotta). E torniamo allo sguardo della piccola Jess di fronte al numero dell’uccellino, col papà che finalmente può riabbracciarla; nel rivedere il numero, però, ora il nostro sguardo legge quello della bambina in modo diverso, perché sappiamo cos’è costato quel trucco, cos’è dovuto essere sacrificato affinché Borden possa continuare la sua vita, affinché Angier potesse provare di essere superiore: una metà di sé. Alla fine del film anche il pubblico continua la propria vita, sapendo che affinché questa possa continuare, una parte di sé deve morire. Vogliamo essere ingannati per non vedere le nostre mani sporche.

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