bruno chanel shooter La twitterizzazione della criticaI tempi di permanenza di un film in sala sono ormai, come ben sapete, sottilissimi, ed il primo weekend di programmazione determina — soprattutto negli USA — se una grande produzione è un successo o meno; per le pellicole “d’autore» il meccanismo è diverso, permettendo a film che vanno bene nelle pochissime sale nelle principali città in cui escono di farsi pian piano spazio nella distribuzione nazionale — questo ovviamente quando va bene, come nel caso di The Hurt Locker, un film che è una soddisfazione aver visto prima noi. Il più delle volte, bene non va.

L’ultimo film di Sacha Baron Cohen (in realtà è di Larry Charles, ma ci siamo capiti) viene preso come test finale per la validità di quella che è probabilmente l’ultima tendenza nell’accorciamento dei tempi di riuscita o fallimento commerciale di un prodotto. Partito bene il venerdì, il film ha subìto un deciso calo già dal sabato: la teoria, che a rigore dovrebbe avere qualche dato scientifico — non citato — a supporto, è che il passaparola sul film — in questo caso, un passaparola negativo — sia rimbalzato attraverso la rete ed i suoi networking del momento (per Twitter andrebbero intesi almeno anche Tumblr e Facebook) ed abbia guidato così il comportamento del pubblico, che si è «consigliato» presto e da solo che il film non era poi granché. «Il venerdì è il nuovo weekend», e Twitter e similari sono la nuova critica cinematografica e/o pubblicità di riferimento.

Fondamentalmente sorpassati diventano, stanti così le cose, tutti gli sforzi di marketing coi quali da un buon secolo le case di produzione e distribuzione cercano di crearsi un mercato; non parliamo poi del discredito definitivo per la classe critica — la quale invero non è mai stata granché utile alle «masse», che giustamente hanno sempre fatto come han voluto coi propri soldi — recentemente mai così evidente come a seguito del successo enorme del secondo Transformers, anticipatamente vilipeso in maniera assai diffusa ma pur sempre adorato dal target di riferimento. A cosa ti servono la pubblicità o le recensioni quando la sera sei fuori a bere o mangiare e, dovendo scegliere che film vedere in seguito, puoi seguire i consigli della gente che stimi e di cui ti fidi davvero — perché è nel tuo cellulare e perché si esprime in meno di 140 caratteri?

A nulla, ma la cosa è come detto di certo non nuova. Bisogna capire se l’effetto Twitter se lo sia inventato qualche analista che sta cercando disperatamente qualcosa di nuovo nel suo noioso lavoro, oppure se siamo di fronte ad un’effettiva rivoluzione del vecchio e caro «consiglio fra amici» — i quali amici, per quelli che ne hanno tanti, possono diventare al più uno o qualche migliaio di contatti in rete. Gli analisti che parlano di questo supposto fenomeno fanno l’ulteriore esempio di Una notte da leoni, che dicono esser stato favorito dal passaparola positivo; di contro, parlano proprio di Transformers come di un’eccezione alla nuova regola, un film con passaparola negativo che però ha reso splendidamente. Sarà che si limitano a sparare quasi a caso qualche nome recente, non fornendo nessun reale supporto statistico, ma a me sembra che stiano parlando di un pugno di mosche.

La venuta delle reti sociali è però, almeno in Italia, un buon indicatore di come chi vuole andare a cercare informazioni se le procura, e soprattutto di che informazioni vuole: consigli (buono/brutto), gusti simili ai suoi, meno di 140 caratteri. Una descrizione critica ed una discussione «intellettuale» sul film, prevedendo anche e soprattutto pareri contrari, lo annoiano. È così anche per il cinefilo: a lui/lei piace vedere film, non scriverne o leggerne recensioni ed analisi — si fa guidare soprattutto dal gusto personale, dai generi di riferimento, dalla compagnia cinefila che frequenta, dalla quale si è semplicemente dentro o fuori. Il cinema è fenomeno di costume e di socializzazione, per lui. Ecco qui la vera teoria, anche questa non nuova: spiega perché gli un tempo floridi cinebloggers italiani scrivano adesso post sempre più brevi (quando li scrivono), li scrivano sempre meno spesso ritirandosi di contro in lidi di puro bivacco dov’è richiesto meno impegno (in Italia, ancora principalmente su Facebook), perché i commenti nei blog siano sempre stati spazio di socializzazione piuttosto che (tranne poche fortunate eccezioni) di dibattito. Si aspetta ora solo che anche i quotidianisti e tutti gli altri passino a scambiarsi derivati degli sms coi propri «lettori» — hanno già iniziato, a dire il vero.