Essere il mondo e curare il mondo erano le aspirazioni cantate di Michael Jackson, in due dei suoi inni alla comunanza globale di gioia e sofferenza: basta poco, un piccolo spazio, una sola autonoma decisione di cambiare sé stessi (i bambini di «We Are the World» non aspettavano né chiedevano con pietismo di essere salvati, ma decidevano di salvarsi da soli: «C’è una scelta che stiamo facendo: stiamo salvando le nostre stesse vite» — è una delle frasi più pure di idealismo costruttivo mai scritte) per rendere possibile il cambiamento. Un fenomeno pop al quale manca l’arte intellettuale — il pezzo con Ritchie e la sua «Heal the World» non hanno il riconoscimento e la portata idealistica forte che può avere «Imagine» di Lennon — ma che ha avuto dalla sua qualcosa di diretto — e, almeno per me, dal nocciolo inspiegabile — che nonostante tutto è stato ciò che più ha lasciato al mondo, la sua immagine: Michael Jackson era immagine in movimento, un movimento studiato ma immediato inondato di luci, affascinante e seducente.

In un suo recente pezzo, perspicace come sempre gli capita, Matt Zoller Seitz descrive Michael Jackson parlando della cinematograficità del tributo dedicatogli dal sito Eternal Moonwalk, nel quale liberi imitatori del suo marchio di fabbrica, la magina camminata innaturale all’indietro, si susseguono da un lato all’altro come una pellicola lunghissima che unisce il mondo — ognuno che pensa e fa cose diverse (ignari segnali di aspirazioni, speranze, paure, la morte o la vita eterna nelle piccole esibizioni di amici, padri e madri con figli, bambini, amanti), ma tutti uniti dalla stessa direzione. Di seguito, una mia traduzione.

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eternal moonwalk Eternal Moonwalk

Cos’è il cinema? André Bazin ha pubblicato un libro di saggi che provava a rispondere a questa domanda. Ma se qualcuno mi chiedesse la risposta breve, gli consiglierei di visitare EternalMoonwalk.com. Sul serio.

Ad una prima occhiata, il sito sembra poco più che un’acuta sciocchezzuola: un tributo al defunto Michael Jackson che trae ispirazione dal John F. Kennedy Memorial a Washington D.C., con la sua fiamma eterna — ma invece di una fiamma che non si spegne mai, è un loop video con variazioni della mossa di fabbrica dell’Uomo col Guanto Magico.

Ma è più di questo. Oltre ad essere diabolicamente incantatore — tra la schiera di clip ed il debole ritmo di fondo di «Billie Jean», si tende a perdere la concezione del tempo fissando il giocattolo — Eternal Moonwalk è anche un casuale manuale sulle proprietà di base del cinema. Restituisce il cinema al suo punto d’origine, quando il fascino nevralgico del mezzo era la possibilità di guardare degli estranei esibirsi, i loro corpi muoversi dal punto A al punto B, le loro azioni divertenti e familiari che servivano da punto d’unione emotivo, un ricordo del fatto che siamo tutti membri della stessa specie, abitanti dello stesso piccolo mondo.

[…] in quali modi è cinematografico? Lasciatemeli enumerare. Per prima cosa, illustra il potenziale democratizzante del cinema meglio di qualsiasi numero di onesti dramma indipendenti a basso budget. Chiunque con una videocamera può contribuire, ed il talento nella danza non è solo opzionale, ma esorbita la questione. […] Il totale delle esibizioni ci ricorda che la danza (per com’è praticata nella vita) non è una gara, che non ci sono premi per la maestosità; è solo un mezzo di auto-espressione che svela la propria personalità e storia di vita come i vestiti o gli accenti. Tutti i performer sono uniti da una gioia spontanea. Se sei una persona che non balla per paura di essere deriso, questo sito potrà (temporaneamente) curarti.

Il sito dimostra anche quanto possa essere malleabile il girato. Se si impostano le inquadrature con cura — scegliendo il contenuto del quadro, la distanza della camera dal soggetto e la direzione dello schermo per ragioni estetiche — si può combinare le risultanti inquadrature in qualsiasi ordine ed esprimere ancora l’idea centrale di un film. Eternal Moonwalk mescola casualmente le inquadrature, eppure combaciano perfettamente, in un’armonica sfilata di movimento.

In modo ugualmente sorprendente, Eternal Moonwalk afferma le infinite possibilità espressive dell’arte. No, seriamente, ascoltatemi. Ogni partecipante deve soddisfare gli stessi criteri: il quadro inizia e termina «vuoto»; oggetti o persone fanno il moonwalk dalla destra alla sinistra dello schermo; la clip non puà durare più di dieci secondi; le dimensioni del file non possono superare i tre megabytes. Oltre a questo, va bene tutto. E la mera diversità dei contrubuti è stupefacente. […] I partecipanti giungono da ogni nazione pensabile, ogni razza ed etnia, da entrambi i sessi e con molte età diverse. L’apparente fusione di persone, situazioni e idee evoca il video di Jackson del 1991 per «Black or White», che usava movimenti laterali, astute transizioni ed effetti di «morphing» allora rivoluzionari per affermare una comunanza. Nella sua maniera splendida ed essenziale, Eternal Moonwalk realizza la stessa impresa. L’intero spettro dell’umanità è schierato dinanzi a te, e sta ballando.

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Vi segnalo anche il bel pezzo di Davide Di Giorgio (troppo buono con me) che offre una vincente prospettiva sul video di «Liberian Girl».