[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 10 gennaio 2008 sul mio vecchio blog Gahan at the Movies. È qui ripubblicato con i fotogrammi inseriti nel corpo del testo.]

blade runner ford Blade Runner: Sguardo sulla fiamma

blade runner eye Blade Runner: Sguardo sulla fiamma

Per parlare di Blade Runner prendo liberamente spunto dalla discussione col mio amico Emanuele Rauco su Death Proof di Tarantino, e da questo post di Sandro Lozzi. Questo perché Blade Runner mi sembra un ottimo esempio per ragionare sulle potenzialità espressive del cinema, ossia sui suoi modi di creare significato, e specificamente sul ruolo dei temi e di quello della messa in scena. Come scrivevo nella discussione con Rauco, «la bellezza di un film è appunto quella di racchiudere un discorso al suo interno, per come porta avanti la sua trama e per come dice delle cose per tramite della messa in scena»; in altre parole, «per come ti invita a riflettere su quello che vedi». Blade Runner lo fa in una maniera molto complessa, portando in rilievo ogni aspetto della produzione. Quello citato più spesso, con buon merito ma forse eccessivo peso attribuito, è senz’altro la scenografia di Syd Mead.

Lozzi, che evidentemente il film deve averlo detestato avendo detestato la (presunta mancanza di) regia di Scott, sostiene che il plot sia l’unico elemento che ne ha fatto la fortuna. Essendoci già un libro, dice, di questo film non si sentiva la mancanza. Io il libro di Philip K. Dick non l’ho letto, ma basta buttare un’occhiata su Wikipedia per vedere che già la sceneggiatura, risultato delle due riscritture di Fancher e Peoples, differisce in maniera importante non solo nello sviluppo narrativo ma anche nei risvolti che suggerisce tramite la caratterizzazione dei personaggi, e dunque parzialmente per i temi. Nello specifico, come spiega Patrick Meaney, è proprio quel tema del «più umani degli umani», il desiderio dei replicanti (e specularmente dell’umano spettatore) di conservare la propria vita e le sue forme affettive che adesso motiva le loro azioni, che viene portato al centro dell’adattamento. A riprova di ciò, il nome degli “androidi” del libro di Dick muta appunto nel più ambiguo “replicanti”. Ma al di là di questo, il film sviluppa esclusivamente per mezzo della messa in scena un motivo strettamente collegato a questi fondamentali cambiamenti effettuati dalla sceneggiatura: quello del tempo, dello sguardo e dei ricordi a questi associati, ovvero del senso e della percezione della realtà e dell’esistenza. In Blade Runner Scott sviluppa un insieme di indizi visuali, accenni palesi (i più evidenti sono quelli ricorrenti agli occhi, ai manichini, alle bambole e ai giocattoli) o subliminali alla fabbricazione dei concetti di umanità e vita naturale. Nelle brevi considerazioni sparse che seguono cercherò di focalizzarmi sulle tracce più nascoste, sia perché finora non ho letto da nessuna parte degli esempi che vado a fare (ma ammetto di non aver letto troppo, quindi sono benvenute segnalazioni e correzioni — come sempre, d’altronde), sia perché sono quelle che a mio avviso spiegano meglio alcuni dei modi in cui il film funziona e crea significato (ossia la capacità di stimolare l’intelletto) in maniera propria. Ciononostante, mi sarà impossibile non tornare sul motivo dell’occhio dato che quanto vado a dire inevitabilmente ci si ricollega.

È un bene che di questo film siano uscite le versioni successive a quella originaria del 1982, perché eliminando la voce-over del protagonista, e quindi attenuando l’identificazione univoca col protagonista tipica del noir, oltreché negando un finale consolatorio, valorizzano il lavoro di Scott, tutto volto a porre lo spettatore in una tensione irrisolta ed angosciosa con l’altro da sé. Scott crea un puzzle di rimandi che mettono in dubbio la nostra piena e chiara coscienza. Ad esempio, in un cassetto nella stanza d’albergo del replicante Leon (Brion James), Deckard (Harrison Ford) trova delle foto che i replicanti hanno scattato in quella stessa stanza. Nel commento over, più in avanti nel film, dopo che Rachel (Sean Young) va via dall’appartamento di Deckard, a Deckard veniva da pensare che quelle foto fossero dei falsi, come la foto da bambina con la madre che Rachel gli aveva mostrato prima. Il che non può essere, perché sappiamo che Rachel e l’innesto in lei di ricordi sono solo un esperimento: quei replicanti sanno di essere replicanti, ma questo non gli impedisce di far da soli quello che qualcun altro ha fatto per Rachel, ossia fabbricarsi delle prove della propria identità. In questa scena, Rachel scopre di essere una replicante perché Deckard conosce due suoi ricordi che lei non ha mai raccontato a nessuno. Quando Rachel scappa via dopo aver pianto una sola lacrima, getta la foto a terra; Deckard la raccoglie e la guarda [1].

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Nella vecchia foto lei e la mamma sono sorridenti e abbracciate sedute sotto al porticato di casa. A Rachel viene fabbricata un’immagine lieta di sé bambina per rassicurarla del proprio passato e dunque del suo presente, della sua identità. Nell’ultima inquadratura che ci mostra questa foto succede qualcosa di strano, qualcosa che probabilmente si nota poco (dura sì e no un secondo) ed è ancor più difficile da rendere in un singolo fotogramma. La foto è in esterno, ed è un falso; noi e Deckard la stiamo guardando dentro un appartamento nel quale, come in ogni interno di questo film se non nella camera da letto di Tyrell (Joe Turkel) rischiarata da candele, l’illuminazione interna è praticamente o del tutto assente. Sulla foto appaiono dei riflessi, del tutto innaturali in quell’ambiente e per il modo improvviso in cui si materializzano in coda all’inquadratura, che ricordano dei rami di albero [2].

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Quindi stiamo guardando la prova artificiale di un ricordo artificiale su cui appare per un attimo qualcosa che associamo all’esperienza reale in natura (come sarebbe potuto essere, ad esempio, se un grosso albero fosse stato davanti alla casa), come a suggerire che quel ricordo, o meglio il bisogno di Rachel di averlo, in fondo è più vero del mondo di Deckard e degli umani.
Questo riflesso rimanda ad un’altra scena, il dialogo alla Tyrell Corporation fra Tyrell e Deckard. Qui, mentre Tyrell parla degli innesti di ricordi e spiega la loro funzione, l’inquadratura lo riprende in primo piano a destra [3].

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Sullo sfondo vediamo dei riflessi sulla parete, altrettanto innaturali data l’illuminazione della stanza: ricordano stavolta dei riflessi d’acqua, un altro elemento naturale. Questi riflessi li vediamo in altre occasioni nella stanza, a cominciare dalle prime inquadrature nella scena dell’arrivo di Deckard: ad esempio già nella prima col gufo artificiale che vola via [4].

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Deckard ascolta Tyrell, e traduce il suo discorso: «Ricordi, lei sta parlando di ricordi». L’inquadratura che segue è nella stessa posizione di quella descritta, ma stavolta il suo aspetto evanescente e minaccevole è rafforzato dal fatto che Tyrell non sta parlando e dalla sua espressione placidamente compiaciuta [5].

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Così i riflessi sullo sfondo, associati al dialogo, vanno a rimandare subliminalmente ad un flusso di ricordi: la composizione di quest’inquadratura e l’uso delle luci creano per lo spettatore l’illusione di ricordi e sensazioni che rimangono sospesi (o creati ad arte) come un galleggiante riflesso di luce dall’acqua, creando un senso d’inquietudine.
Dopo un controcampo su Deckard, l’inquadratura successiva mostra l’esterno dei giganteschi edifici piramidali della Tyrell e la macchina volante di Deckard che si allontana [6].

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L’inquadratura richiama l’inizio del film, e in effetti mostra lo stesso panorama. Le prime due inquadrature dopo i titoli di testa e le didascalie iniziali [7] [8] lo riprendono però dalla direzione opposta:

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le prime immagini dei possenti gettiti di fuoco che si innalzano al cielo all’inizio le vedevamo dalla prospettiva dei palazzi della Tyrell, che adesso sono all’interno del campo come nella quarta inquadratura dell’incipit [9].

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Fra la prime due e la quarta inquadratura c’è quella dell’occhio che riflette una delle fiamme [10].

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Subito dopo la rivelazione sui ricordi innestati nei replicanti, dunque, veniamo idealmente riportati a quella celebre immagine che funziona da traccia inconscia (dura più o meno due secondi) lasciataci da Scott in apertura e che, attraverso il motivo degli occhi, ci perseguita idealmente per tutto il film. Le fiamme vengono solitamente interpretate come parte della Los Angeles inquinata del film. Dopo questa scena, tuttavia, quella fiamma riflessa nell’occhio diventa il simbolo stesso della vita (quindi dei ricordi, delle emozioni), e nello specifico della vita dei replicanti (e attraverso l’empatia che si crea fra loro e lo spettatore, dell’incertezza di quest’ultimo) come conferma il dialogo fra Tyrell e Roy: «La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo». La combinazione di questi rimandi suggerisce svariate domande e conseguenti riflessioni: l’occhio che riflette la fiamma dov’è posizionato? È dal lato degli edifici della Tyrell o dal lato opposto? Di chi è l’occhio? Di Dio? Di un replicante? O forse è l’occhio interiore dello spettatore terrorizzato nel vedere la fiamma della vita ardere così possente per poi svampare?

Nella scena nella stanza d’albergo di Leon, nella foto che Deckard si ferma a guardare per qualche secondo (la stessa che Deckard analizzerà nel suo appartamento) si vede leggermente a sinistra Roy in penombra seduto a pensare, triste, con la testa appoggiata al braccio destro, mano chiusa a pugno; in posizione speculare a quella di Roy, più in alto, nella foto compare uno specchio. Deckard tiene la foto fra le mani, così che lo specchio nella foto è situato quasi al centro del quadro [11].

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Anche qui, la composizione dell’inquadratura sembra suggerire qualcosa allo spettatore, puntando dritto a lui che guarda la foto dalla prospettiva di Deckard, invitandolo a riflettersi nella foto e dunque ad immedesimarsi in una qualche misura con i replicanti che vi sono ritratti, e in particolare con Roy che è dipinto subito come eroe tragico anziché cattivo. L’uso delle foto, prove visive cui viene tolto l’attributo della certezza, chiama in causa il processo tramite il quale l’individuo percepisce il tempo: ai replicanti (che gli vengano date per inganno o che le scattino loro) le foto servono come punti di riferimento, per sapere che hanno un passato e che hanno un presente, che esistono. Di converso Deckard, che è sicuro di essere umano, non ha foto di sé. Le uniche sue foto sono sistemate sul suo piano (sul quale, significativamente, sogna l’unicorno che dovrebbe rafforzare l’idea che Deckard stesso è un replicante nella versione Director’s Cut; davanti a quelle foto, dopo averle viste, Rachel inizia ad aprirsi a lui suonando e sciogliendosi i capelli), e sono foto vecchie se non antiche, per la grandissima parte in bianco e nero [12].

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I ricordi di Deckard sono affidati ad immagini di umanità che non hanno neppure la parvenza di qualcosa che lui conosce di persona. Ai replicanti, almeno, è dato modo di vedere (o di credere di vedere) sé stessi nelle foto.

Nell’introdurre le mie riflessioni anticipavo che sarei tornato al motivo dell’occhio, che in ultima analisi mi sembra la chiave appropriata per leggere il lavoro di regia di Scott. Un lavoro sulla visione che non si basa esclusivamente sulla grazia ricevuta dell’opera di Dick e del fascino delle scenografie di Mead, ma che estrinseca il senso della rilettura del romanzo. L’immagine dell’occhio e di quella fiamma, così carica, perseguita la pellicola dopo i due secondi di quella inquadratura, e predetermina lo stato dello spettatore di fronte a quanto vedrà. Come notato da molti, in inglese l’occhio come visione (”eye”) si unisce per assonanza all’Io (”I”). Come ho tentato di dimostrare almeno in parte, il film semina delle tracce e dei rinvii interni, furtivi come il turbamento inconfessato che vogliono generare, lungo i quali lo spettatore è provocato a mettere in discussione il ruolo creativo di senso della psiche, l’affidabilità di tempo, memoria e visione nella consapevolezza di sé, scoprendo la loro natura simulata.

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Qui trovate una lista di interessanti saggi on-line sul film, con relativi link:

http://brmovie.com/Analysis/index.htm