albertodifelice.com
Ultimi articoli

Talmente vero da non ammettere replica

giussani meeting 2010 Talmente vero da non ammettere replicaSparito dalle scene telematiche ormai da troppo (mentre scrivo, la mia ultima recensione risale all’11 agosto), il Vostro Affezionatissimo è stato nelle ultime settimane impegnato in attività assai interessanti. Fra di esse, trovarsi qualcosa da fare a partire da settembre (sembra, con successo) e trascorrere tempo ameno in località pericolose. La scelta più intrepida, per un indefesso liberale laico ed individualista qual mi sapete essere, è ricaduta sull’annuale Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, conosciuto presso i liberali laici ed individualisti anche con l’appellativo “Covo del Demonio”. L’intento era quello di tornare con alcune mie convinzioni sanamente scardinate attraverso la conoscenza di prima mano di questa realtà fatta di giovani volonterosi, sempre in gruppo e solo in gruppo; purtroppo, le mie convinzioni sono difficili da scardinare, e certe realtà le rinsaldano facilmente. Ho assistito a due giorni di incontri (26 e 27), tre dei quali erano di primo piano: l’ospite d’onore Franco Frattini ha concluso le riflessioni su “Libertà religiosa e responsabilità politica”, Giuliano Amato quelle su “Presenza religiosa nello spazio pubblico” e José Manuel Durão Barroso (di fianco al celebratissimo Roberto Formigoni) quelle su “L’Europa delle regioni”. Non lasciatevi ingannare dal titolo dell’ultimo incontro: l’impressione che ho ricavato dalla mia trasferta riminese è che l’argomento imprescindibile di cui parlare dovesse essere la libertà religiosa — anzi di più, l’annosa questione crocefisso. Sempre lei. Rinominiamo quindi “L’Europa delle re(li)gioni”. Il più sicuro del punto era il capogruppo del PdL al Parlamento Europeo Mario Mauro, che non voleva proprio parlar d’altro.

Continua a leggere …

Imbarazzata confessione di un lohaniano

lohan georgiarule Imbarazzata confessione di un lohaniano

Non sono questi i giorni, se mai ce ne sono stati o ce ne saranno, nei quali confessare una propria particolare debolezza verso Lindsay Lohan. Col tempismo che è loro solito, quelli di Mediaset hanno pensato di riproporci su Canale 5 nella serata di giovedì 5 agosto (il periodo estivo par essere quello giusto: è andato in onda per la prima volta, a quanto ricordo, proprio l’estate scorsa) un filmetto di Garry Marshall di tre anni fa, Donne, regole e… tanti guai!, nel quale la Lohan interpreta un personaggio cucito tanto su misura per lei che c’è da dubitare sia vero che quel furbone di Mark Andrus (co-sceneggiatore dello squisito Qualcosa è cambiato di James L. Brooks) l’abbia scritto più di dieci anni fa, come dichiarato. Il film è di quelli giusti per il periodo, nel quale — complice anche la moltiplicazione dell’offerta coi canali digitali — è facile essere sommersi da pellicole buone per La5 ed altri canali al femminile; ad ogni modo, basterà confrontarlo con l’ultimo di Marshall, il sanvalentiniano Appuntamento con l’amore uscito da noi lo scorso marzo, per apprezzarne le qualità. La maggiore delle quali è costituita proprio da una decente sceneggiatura umana, con scheletri nell’armadio e conflitti da sistemare.

Continua a leggere …

Michael Clayton, non tra le nuvole

michael clayton getsomesleep Michael Clayton, non tra le nuvole

Stasera ho rivisto, doppiato (felice di dire, per una volta, che questo è uno di quei doppiaggi che è un piacere ascoltare, nonostante qualche scelta affrettata di adattamento), Michael Clayton di Tony Gilroy. È un film ordinatissimo e scarno che soffre però, come del tutto usuale con gli americani, della necessità di chiudere il cerchio narrativo (qualcuno direbbe che è anche la sua forza) e di farlo in una certa direzione: il protagonista del titolo alla fine trova redenzione e — facendosi beffe di tutti gli intrighi visti finora, il che significa che Gilroy (anche sceneggiatore) ha giocato un po’ sporco — fa un bel discorsetto ad una spaurita Tilda Swinton. Le cose sono sistemate, insomma: la giustizia trionfa. Come a chieder scusa di questa netta risoluzione, saprete tutti a questo punto, il film termina con un lungo primo piano di Clooney pensoso in taxi, che si dirige verso un luogo e futuro incerto. Finale aperto, sembrerebbe: oppure solo una bella idea per chiudere. E come sarebbe stato se, invece e per chiudere in maniera diversa, avessero infine vinto i cattivi? Avreste gradito di più se Clooney, il suo silenzio comprato indirettamente per soli 80.000 $ e una garanzia di tre anni, se ne fosse tornato alla sua vita di spazzino del crimine bianco? La mia risposta è sì: avrei gradito di più. (I tre cavalli del prologo seguito da flashback con reprise li avrei anche esclusi dai giochi, ma ultimamente i cavalli sembrano spuntare come funghi a simbolizzare una presa di coscienza: l’ingiustamente lodatissimo Fish Tank dell’inglese Andrea Arnold, ad esempio, ha copiato spudoratamente la trovata del cavallo imprigionato dal bel Garage di Leonard Abrahamson, ma nessuno se n’è accorto.)

Continua a leggere …

Ma questo qua li ha letti i libri?

stephenie meyer signs book Ma questo qua li ha letti i libri?Sulle pagine di Cine Zone non sono solo io ad attirare l’acida animosità dei commentatori. Tempo fa, con la sua recensione di Eclipse, il mio prolifico collega Pietro Signorelli si è cercato — invocandole del resto in apertura di pezzo, pessima mossa — le lamentele di crepuscolini e crepuscoline. La discussione è continuata anche su Facebook (avverto che leggendola potete vedere il Signorelli che, forse adeguandosi alla compagnia, evidentemente non guarda la tastiera mentre digita e non rilegge prima di postare: in quanto segue mi premurerò di editare e correggere tutti i contributi, altrimenti soffro). Ovviamente il punto di partenza dei commentatori — che da quanto è dato capire sono in buona parte donne sulla trentina, non solo adolescenti come ci si sarebbe potuti immaginare — è che Signorelli sia presuntuoso, abbia smarrito da qualche parte il suo cuore e compagnia bella. Ecco un commento intitolato «Un animo vecchio»: «In questa sua recensione sfalsata dai suoi evidenti preconcetti si capisce quanto poco conosce la saga, quanto poco conosce il target delle sue fans e quanto sia lontano anni luce da una critica costruttiva». «Conoscere la saga», ossia aver letto i libri.

Continua a leggere …

The Box, scatola estiva

box kelly stairs The Box, scatola estivaNon sono molte le uscite estive interessanti (per qualità o puro richiamo) del 2010. A riprova del fatto che l’esperimento di allungare la stagione distributiva italiana sia fondamentalmente fallito, quest’anno le uniche uscite blockbuster sono state il pixariano Toy Story 3 ed il terzo episodio della saga di Twilight, Eclipse; A-Team usciva ancor prima, in giugno. Fino alla fine di agosto non comparirà null’altro di grosso rilievo. È una ragione in più per dedicare attenzione all’ultimo lavoro di Richard Kelly — come saprete, il creatore di Donnie Darko — arrivato finalmente sui nostri schermi (oltre 160) con l’accompagnamento di opinioni critiche e di pubblico che sembrano giustificarne in toto la collocazione/spostamento nel nostro sonnacchioso luglio. Ci sono invece alcuni motivi per tenerselo stretto.

Dopo il pasticcio di Southland Tales, Kelly pensa bene di semplificare le cose partendo da materiale non suo — racconto breve di Richard Matheson, o meglio l’episodio della serie The Twilight Zone da esso ispirato e disconosciuto dall’autore. Le premesse note a tutti (una coppia [Cameron Diaz e James Marsden] che sta per conoscere una crisi economica vede recapitarsi una scatola con un marchingegno ed una proposta da parte di un misterioso uomo sfigurato [Frank Langella]: se schiacciano il pulsante del marchingegno faranno morire uno sconosciuto, ma intascheranno un milione di dollari) guidano fedelmente la prima mezz’ora, prima che i dettagli del mistero vengano pian piano ingigantiti in direzioni inventate autonomamente dallo stesso regista, che allunga a suo piacimento il labirinto della materia prima. La direzione si fa, intuibilmente, fantascientifica, coinvolgendo “coloro che controllano i fulmini”. Ciononostante, quel cui assistiamo è rispetto ai precedenti sforzi molto lineare; tanto che fra le lamentele che circondano il film c’è quella che vorrebbe meno dialoghi esplicativi. D’altra parte, c’è pur sempre qualcuno che asserisce di aver trovato troppo complicata la farina del “presuntuoso” Kelly.

Continua a leggere …

Zoe Saldana e i Dardos della passione

losers hotelroom Zoe Saldana e i Dardos della passione

[In alto: La splendida Zoe Saldana e il sosia povero di Javier Bardem, tal Jeffrey Dean Morgan, si contorcono con velate allusioni sessuali in un combattimento infuocato nella loro stanza d'albergo in The Losers, uscita del weekend in corso. Il film è diretto dal videoclipparo franco-statunitense Sylvain White, responsabile in precedenza di Stepping – Dalla strada al palcoscenico, che non ho ancora recuperato e se tutto va bene mai recupererò. Non c'è nessun motivo per segnalare quest'inquadratura (e soprattutto questo film, al quale trovate la mia puntuale singola stellina su Cine Zone — mentre al mio collega Signorelli purtroppo è parso addirittura passabile), se non il fatto che vi si intravede la splendida Zoe Saldana contornata da fiamme di fuoco, il che è sempre un bel vedere.]

Il tempo di riappropriarmi delle mie cose di casa, di rientro da quasi due settimane lontano dalle mie solite occupazioni riguardanti internet e cinema, e apprendo di esser stato ricordato da due fedeli lettori di queste pagine nell’ennesimo (per me era già successo due volte, che pensavo bastare) catenone fra blogger. Trattasi di tal “Premio Dardos”, assegnato come al solito a “blog meritevoli per i contenuti di carattere culturale, etico e/o letterario”; gli sciagurati che hanno avuto la pietà di premiarmi, pensando chissà come io rispettassi i requisiti, sono stati i cari Aurora (La Ragazza dei Sogni) e Souffle (Percorsi diversi). Nel ringraziarli di cuore, evito di continuare la catena, di suo già troppo lunga; noto solo che fra i blog di cinema variamente segnalati anche in altri più influenti lidi, l’assiduità nell’aggiornamento dei contenuti è andata notevolmente scemando — ci si è ridotti a premiare molti blog che come il mio ultimamente sembrano non aver più tempo da dedicare a sé stessi. Il che fa tornare in mente vecchie riflessioni. Sarebbe ora di darsi un po’ tutti (e con ciò intendo me) una bella mossa. Prossimamente, dunque (e prendendo ancora spunto dalle uscite di questo weekend), su queste frequenze: sparute considerazioni su The Box di Richard Kelly e sul perché ne abbiamo nonostante tutto bisogno.

“Lei è troppo per me” di Jim Field Smith

shes out of my league 0 Lei è troppo per me di Jim Field SmithFra le commedie romantiche di recente uscita è da guardare di buon occhio questo film di Jim Field Smith, finora regista solo di corti (l’ultimo e più famoso dei quali è visibile qui), dal sapore molto anni ’80/’90. Se volete ritrovare alcuni dei motivi per cui il da noi conosciuto come Kiss Me (She’s All That, 1999) vi era tanto piaciuto, accomodatevi pure. Mi sorprende un po’, a proposito, che il buon Francesco Chignola possa pensare che

Sean Anders e John Morris sembrino inseguire per tutto il film il modello dei film prodotti da Apatow e dei rispettivi epigoni: lo sguardo bambinesco e immaturo dei maschi sul mondo femminile e delle relazioni sentimentali, le dinamiche di amicizia virile, il ritratto dei personaggi-tipo, e soprattutto i meccanismi comici, sia linguistici sia narrativi, che si rifanno a un misto di candore e trivialità che abbiamo già visto altrove.

Nel leggere questo devo pensare che Apatow abbia ormai talmente monopolizzato una certa nicchia comica che risulti facile vederlo anche dove, in effetti, di apatowiano non c’è nulla; ancora, che abbia fatto in modo (faccio ancora fatica a capire come) da appropriarsi di alcuni meriti del cinema di John Hughes, col quale io ho sempre trovato non condivida assolutamente nulla anche e soprattutto in termini di «meccanismi comici, sia linguistici sia narrativi».

Continua a leggere …

Cannes e dintorni 2010

La rassegna che porta Cannes a Milano — fra coupon da ritagliare e code — si è conclusa ieri, anche se per me si è conclusa domenica. Mi spiace in particolare essermi perso Illégal di Olivier Masset-Depasse, vincitore principale della Quinzaine des Réalisateurs, che Gabriele Niola descrive come «un racconto nel quale le emozioni dei brevi momenti e dei piccoli gesti prend[ono] vita e in cui i sentimenti dei personaggi in ogni singolo momento [sono] chiari come essi fossero fatti di vetro». Ho trovato modo di vedere (solo) sette film, due dei quali visti assieme al sempre amabile Souffle (qui trovate il suo resoconto). Oltre a questi, è stato proposto (a quanto pare, con una proiezione indecorosa) l’ultimo di Jane Campion, lo stupendo Bright Star, del quale parlo su Cine Zone (vi invito a leggere, più che le mie indegne due righe, quelle del sempre ottimo Augusto Leone). Eccovi le opere da me visionate, in ordine di apprezzamento:

another year cannes Cannes e dintorni 2010

Another Year di Mike Leigh [Selezione ufficiale]

Mentre ero in fila per l’ultimo film visto della rassegna, una signora davanti a me argomentava discutendo con un’altra: «Un film così non è credibile: questa coppia perfetta che ha tutti e solo perdenti come amici. Voglio dire: qualche amico perdente l’abbiamo tutti, ma se avessimo solo amici perdenti ci sarebbe da deprimersi!». Esatto, o quasi, al contrario: per i coniugi Tom e Gerri (Jim Broadbent e Ruth Sheen — non c’è bisogno vi dica che sono stupendi, perché in un film di Leigh si è naturalmente portati ad esserlo) la felicità sembra essersi stabilizzata proprio nel potersi dire stabilmente migliori dei propri amici. Leigh, ovviamente, non li disprezza in quanto coppia — sono persone che si direbbero adorabili, pronte ad aiutare (sapendo sempre però quando fermarsi e mettere davanti a tutto “la famiglia”, come quando l’attaccamento della vecchia amica spinster Mary [Lesley Manville] per il figlio Joe [Oliver Maltman] minaccia di farsi imbarazzante) come i familiari più affidabili — ma parteggia per la povera Mary bislacca oltre gli anni, il povero Ken condannato a rimanere grasso e alcolizzato (Peter Wight) ed il povero (?) Ronnie vedovo (David Bradley). Mi sono trovato a sperare di non finire come loro: la vita, quando si ha per modello l’esistenza borghese di Tom e Gerri, sembra un imbarazzo dal quale, quando va bene, non può salvarti neppure l’ennesima tazza di tè.

Continua a leggere …

Concorso diplomatico, destino d’acciao

— Ho l’impressione che oggi essere un buon soldato non significhi nulla: dovremmo trovarci un posto in diplomazia, nell’amministrazione, o roba del genere.
— Neanche se mi scannano.

Rispettivamente, il generale Bradley (Karl Malden) ed il generale Patton (George C. Scott) in Patton, generale d’acciaio (Franklin J. Schaffner, 1970)

patton diplomacy Concorso diplomatico, destino dacciaoLa diplomazia è l’arte del saper passare un concorso, almeno per chi ancora non la esercita. Fra i concorsi pubblici, nonostante leggende che lo vogliono baronato dei baronati, quello diplomatico viene celebrato come uno dei più aperti al merito e con bassa incidenza (si noti bene: bassa, assolutamente non nulla) del fattore raccomandazione: ottima ragione, dunque, per provarlo. O almeno così dicono. Il programma, comprendente tre materie con relative sotto-branche (Storia delle relazioni internazionali a partire dal Congresso di Vienna; Diritto internazionale pubblico e dell’Unione europea; Politica economica e cooperazione economica, commerciale e finanziaria multilaterale) più due lingue (inglese obbligatorio, poi una a scelta tra francese, spagnolo e tedesco), è abbastanza vasto da poter apparire sterminato; tuttavia, con un po’ di organizzazione (specie se fornita da uno degli istituti specializzati nell’apposita preparazione) ed una sufficiente esperienza universitaria si riesce facilmente a raccogliere le idee utili. Il resto si gioca sul saper scrivere in un buon italiano (e inglese + francese/spagnolo/tedesco), sulla freddezza mentale e fisica da spendere nei cinque giorni di prove (ad esempio, è determinante comprendere bene il titolo del tema sorteggiato — opera nella quale aiuta molto il fatto che il commissario che l’ha scritto non abbia usato il piede sinistro) e su molta ma molta (ma proprio molta) fortuna. Si può provare tre volte, o oltre fino ai 32 anni (estendibili) se ci si ritira prima.

Continua a leggere …

Racconti i fatti e lasci stare l’allattamento

favoritewife Racconti i fatti e lasci stare lallattamento

Bene, dov’eravamo? Vi avevo promesso che avrei cercato di riprendere le trasmissioni del blog, con più regolarità, e vi sarete accorti che non ci sono riuscito. Nella scorsa settimana sono stato perennemente chiuso in casa, assai poco piacevolmente impegnato la totalità di mattina e pomeriggio e con giusto la voglia disperata di trascorrere le serate in poltrona per riuscire almeno a trovare il tempo per un film. Fino al 28 maggio le cose non miglioreranno di certo. Nel fotogramma in alto, intanto, trovate la selezione di stasera: Le mie due mogli (Garson Kanin, 1940) con Cary Grant e Irene Dunne, una piacevolissima commedia romantica che Leo McCarey non ha potuto dirigere per colpa di un brutto incidente d’auto. In ogni caso, il brio un po’ frustrato dei valori familiari in pericolo rimane, e Grant da solo mi fa andare su di giri come sempre. L’immagine in questione è tratta dalla scena d’apertura, nella quale l’avvocato di Harvard Nick Arden (Grant) cerca di ottenere in un sol colpo la dichiarazione di morte della moglie Ellen (Dunne), ritenuta ormai nelle mani del Signore dopo esser sparita sette anni prima in un naufragio, seguita dal suo nuovo matrimonio seduta stante con la giovane Bianca (Gail Patrick). Nella scena successiva, subito Ellen si è fatta dare un passaggio e, sorpresa, è tornata a casa ad abbracciare i due figli, creando un parapiglia. Nella gustosa apertura, imperdibile il siparietto col giudice Bryson (Granville Bates), svogliato e poco sveglio, che anche giustamente ci capisce poco rovistando nella pratica sotto i suoi occhi mentre Arden prova a spiegargli. La scena si ripeterà alla fine del secondo atto, ugualmente spassosa, quando marito, due mogli e amante naufrago della prima moglie (quel fustacchione di Randolph Scott) tornano in corte per far rettificare il tutto.

Continua a leggere …

Archivi
toolbar powered by www.iconcy.com
toolbar powered by www.iconcy.com