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Shame di Steve McQueen

shame fassbender <i>Shame</i> di Steve McQueen

Uno di quei film che dividono, in questo caso a cominciare da me medesimo. Per tre quarti lo definirei una delle indagini psicologiche più impietose e vere mai realizzate. Il soggetto, se leggete in giro, è la dipendenza sessuale: ma questo è toccar solo la notoria punta dell’iceberg. Il regista, che come saprete ha il nome del tutto casuale di Steve McQueen, ha detto giustamente che “tutti possono identificarsi nella dipendenza dal sesso, perché tutti fanno sesso. All’alcol o alla droga si può in una certa misura rinunciare, ma col sesso bisogna vivere”. E in realtà il sesso (vero o surrogato) è l’unica cosa che funziona più che decentemente nella vita di Brandon Sullivan (Michael Fassbender. So che non sarete d’accordo, ma per onesta oggettività devo affrontare e prender posizione nella questione che da mesi è dibattutissima: lui personalmente nonché tutto il film si mangiano Ryan Gosling e tutto Drive in un boccone), un medio agiato professionista di New York (non sappiamo in che campo) che rimorchia con facilità, si ciba di pantagrueliche dosi di porno online e si masturba (più di una volta al giorno) in bagno al lavoro. Non sarà un tipo per il quale provare ammirazione, ma ha la sua vita: potrà soffrire di dipendenza da sesso, ma nella dipendenza ha un suo solitario equilibrio. Intervengono però due fattori di rottura: 1) Nel suo appartamento irrompe e si stabilisce la sorella minore sbandata Sissy (Carey Mulligan; anche lei si mangia il suo personaggio nel film di Refn); 2) Brandon inizia a interessarsi alla collega Marianne (Nicole Beharie), e potrebbe essere qualcosa più del sesso.

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Eastwood gay

j edgar watts Eastwood gay

[In alto, Naomi Watts in una delle sue espressioni "sosia ufficiale di Dame Helen Mirren".]

Al 4 gennaio, abbiamo già il primo grande film del 2012, il J. Edgar di Clint Eastwood che in queste ore il Vostro Affezionatissimo recensisce su Cine-Zone assieme a recuperi dei mesi e settimane scorsi: Angèle e Tony di Alix Delaporte, Ruggine di Daniele Gaglianone e Aguasaltas.com di tal Luís Galvão Teles. Buona lettura.

In aggiunta alle segnalazioni, e in aggiunta all’osservazione su Naomi Watts lasciata fuori dalla recensione in quanto più superflua del resto, questo post vuole riconoscere il mio debito verso la recensione di Alberto Cassani su CineFile, che vota il film «cerchiobottista». Cassani, esordendo con le parole «È difficile capire esattamente quale sia l’opinione di Clint Eastwood riguardo la figura storica al centro del suo nuovo film, o anche solo quali fossero precisamente le sue intenzioni nel girare questa pellicola», mi ha fornito l’assist di cui avevo bisogno per partire con la mia filippica. Sentiti ringraziamenti.

Voglio anche condividere con voi un aneddoto, che subito al suo verificarsi e nei giorni successivi mi ha dato un’idea precisa e inquietante — sebbene forse frutto solo della mia notoria pazzia e diffidenza — di come in molti hanno reagito e reagiranno al film. Proiezione stampa romana del film, 22 dicembre 2011: subito dopo la sequenza che troppo dettagliatamente descrivo nella mia recensione, un nutrito gruppo di colti spettatori si dirige compatto verso l’uscita sinistra della sala. Saranno stati offesi da qualcosa, si dissociano da qualcosa, sono turbati da qualcosa? Sicuramente non possono essere turbati o offesi da quello che Cassani chiama «un aspetto della vita di Hoover su cui i biografi sono tutt’altro che concordi», un aspetto che in quella sequenza, come dire, è molto in evidenza. Spero proprio di no. Non ho avuto modo di chiederglielo: io, notoriamente, alle anteprime come nella vita in genere son poco socievole e filo via veloce — solitamente, però, almeno inizio a leggere i titoli di coda. Spero avessero solo l’autobus da prendere.

I migliori film del 2011

L’inattività su questo blog da ormai due mesi, con un post che mi è costato l’amicizia di uno degli indirettamente nominati (è davvero potuto succedere? Mah. Pessima strategia per conservare i propri affezionati lettori, in ogni caso), è forse l’avvisaglia di grossi cambiamenti. Aumentando la mia mobilità, diminuisce il tempo dedicato alle nuove (o vecchie) visioni, figuriamoci il tempo per scriverne; il nuovo anno porterà, si spera, molte soddisfazioni, ma non relative al cinema — o forse sì: maggiore stabilità, per quanto altrove, potrebbe favorire la produzione delle mie risibilmente inutili elucubrazioni. Intanto, quest’oggi ho raccolto le forze e ho scritto di tre film di cui dovevo scrivere da tempo: Le nevi del Kilimangiaro di Robert Guédiguian, Almanya – La mia famiglia va in Germania di Yasemin Samdereli e The Artist di Michel Hazanavicius. Inoltre, di un film uscito quest’ultimo weekend, Emotivi anonimi di Jean-Pierre Améris. Il tutto è, come sempre, su Cine-Zone, dove potete trovare anche una spoglia classifica annuale compilata da tutta la vostra cara redazione. La lunghezza e qualità dei pezzi testimonia il mio pessimo periodo creativo, ma portate pazienza.

Nessuno dei titoli appena citati, venendo a noi, appare nella mia ormai a voi cara classifica di fine anno. Continua a leggere …

La privacy del blogger di cinema

Un mio precedente post (al quale non linkerò onde preservare per quanto possibile l’anonimato dei coinvolti) ha prodotto osservazioni di stile per via di messaggio privato. Il mio errore sarebbe stato quello di riportare su questo blog quelli che erano commenti su pagine Facebook, cosa che — dicono — non si fa. Al che, io mi limito molto semplicemente a riportare quanto ben visibile nelle note privacy di Facebook stesso:

Pensaci bene prima di pubblicare qualcosa. Proprio come qualunque altra informazione che pubblichi sul Web o invii tramite e-mail, le informazioni che condividi su Facebook possono essere copiate e condivise nuovamente da chiunque sia in grado di visualizzarle.

Con questo, per quanto mi riguarda, chiudo la faccenda. Ancor più perché, badando al sodo, i commenti in questione non avevano contenuto strettamente personale e non ponevano, mi sembra, nessun problema di riservatezza di quanto scritto. L’idea che si pensi, nella seconda metà del 2011, che quel che si scrive su Facebook rimanga rigorosamente un affare fra pochi ristretti amici mi suona un po’ curiosa, se non ingenua, se devo dirla tutta. Ma visto che, a quanto pare, la cosa dà comunque fastidio, quel post sarà l’ultimo di tal fatta.

La questione interessante, tuttavia, rimane, nella misura in cui i coinvolti sono, fra le altre cose, blogger di cinema. I messaggi che mi sono giunti, in particolare, lamentavano che io mi riferissi a loro non con i rispettivi nick bensì con nomi e cognomi.

Nick #1 osserva:

Come mai quando fai un link al mio blog (mi arrivano dei trackback automatici) utilizzi il mio nome e cognome? Cioè, ovviamente il mio nome non è segreto, per carità, ma i miei post e il mio blog sono firmati [Nick #1] e mi aspetto che io venga citato altrove come tale (non per niente tu sei l’unico che mi abbia mai citato usando nome e cognome, e mi sono sempre chiesto perché).

Noto però che se si va nelle info del blog di Nick #1 si può leggere chiaramente che tal blog “è un blog di [nome e cognome]”. Perché se Nick #1 scrive a chiare lettere che il blog è di una persona con un nome e cognome precisi dovrebbe aver noia a vedere tali nome e cognome citati in relazione al suo blog? Nick #2, da parte sua, osserva:

Quando scrivo di cinema sul mio blog, nei commenti di altro blog, ecc. io sono [Nick #2]. […] Anche questa cosa a te sembra incomprensibile e strana visto che hai un blog che si chiama col tuo nome.
Non è questione di riservatezza, è questione del gioco del cinema, del fatto che quando si parla di cinema indossiamo la nostra maschera e ci rilassiamo, divertendoci ad essere qualcun altro.
Questo credo sia lo spirito degli Avatar e questo accade in tantissimi forum, anche esteri, dove appassionati (di giochi, di fumetti, di cinema, di musica) discutono tra loro. Alcuni si conoscono di persona e conoscono i loro reciproci nomi.
Questo non impedisce loro di chiamarsi con gli Avatar quando sono nel forum. Questo è lo spirito con cui sono nati i blog di cinema e la connection.
Altrimenti non vedo per quale motivo si debbano usare e si usino gli Avatar, se non per giocare e fare un bagno di irrealtà.

Per me gli avatar — più precisamente, i nickname — sono sempre stati un semplice mezzo di autenticazione che permette di usare un determinato servizio, abbinato a una password. Se voglio acquistare un biglietto sul sito di Trenitalia ho uno username e una password; se voglio accedere a Splinder ne ho un altro paio. Non c’è altro verso, per il momento: nickname e password servono per questioni pratiche, anche quando se ne vorrebbe fare volentieri a meno. Non ci sono necessariamente implicazioni filosofiche dietro, né tutti utilizzano i nickname allo stesso modo quando queste potrebbero esserci.

Chi attacca implicazioni filosofiche alla propria identità “da avatar” dovrebbe, secondo me, dimostrare una ferrea coerenza. Uno spirito ascetico, anche. Non è facile, lo so. Ma, ripeto, siamo nella seconda metà del 2011 e non credo nessuno di noi, adulto e vaccinato e blogger di cinema, possa permettersi di far l’ingenuo. Non siamo primi adolescenti indifesi che postano foto imbarazzanti a caso in bacheca.

Cosa succede quando un nickname viene abbinato a un nome reale? Nello specifico, ad esempio, cosa succede quando sul proprio profilo Facebook si linka al proprio blog? O quando dal proprio blog si fa il salto a scrivere per un sito, rivista, etc. firmandosi Marco Rossi? Si pretende forse che chi legge (amico, conoscente o sottoscrittore) non possa fare il salto logico e cominciare a parlare di quel blog come “un blog di [nome e cognome]”? Sarebbe un po’ contraddittorio e irragionevole. Avete rinunciato al vostro nickname come unica fonte identificativa, ragazzi: mi spiace. E fatico, in realtà, a capire perché dovreste dispiacervene.

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La pelle e le palle

Tempo fa avevo avuto l’ardire di affrontare la questione Battistini contro Malick: uno scontro che mi è costato la stima e l’amicizia di molti, sospetto. La situazione è particolarmente delicata, dato che non mi ero limitato a citarla, ma l’avevo sostenuta dicendo: “io penso che se ogni quotidiano italiano avesse un critico al suo pari, saremmo un passo verso la redenzione”. Non è un’affermazione della quale posso vergognarmi, se vado a rileggere i pezzi sul suo vecchio blog “Non ho sonno”. Ora però mi trovo davanti la sua recensione de La pelle che abito sul Fatto Quotidiano, e agito nervosamente la testa. Questo pezzo contiene uno fra i peggiori incipit che si possano ideare:

“A mà, so Vincenzì”. Il genio della sala ogni tanto parla. E dice la verità. Quella vera. Dalle retrovie del cinema, di fronte all’imbarazzante finale di La pelle che abito, si leva una battuta in romanesco seguita da sghignazzi. Perché no, così tanto no. Nessun regista può permetterselo. Neppure Almodóvar che è ormai un classico. Ma che qui arriva là dove, grazie al cielo, non era mai giunto ma verso cui stava andando, specialmente dopo Gli abbracci spezzati. Ovvero a un insulso polpettone anatomo-non-patologico. Che più che la pelle, ci fa ripensare alle palle che “abitiamo” per due lunghissime ore.

Le palle, signori: le palle. La Battistini inizia a parlare di un film di un autore di un certo seguito (il seguito non ne garantisce la qualità: richiede però ai detrattori uno sforzo in più per convincere i rispettosi a farsi nascere almeno qualche dubbio, se si hanno argomenti validi per suffragarlo) citando un gentile disturbatore romano (un cafone, se posso permettermi) e continuando con un persino più squallido gioco di parole su pelle/palle. Le palle. Vi tralascio di entrare nei dettagli della sua sinossi, al capoverso successivo, che se possibile è anche peggio. Mi domando a questo punto, ecco, se la Battistini non debba passare, per coerenza, dal Fatto Quotidiano al Foglio.

[Comunicazioni di servizio. Se vi interessa, parole ancor più indegne di quelle della Battistini son state spese sul film di Almodóvar dal Vostro Affezionatissimo, come sempre, su Cine Zone. Sempre sulle stesse pagine, da più tempo, le recensioni di In un mondo migliore (in ritardo), Prom, Bad Teacher e Inside Job.

Carpenter e il “gesto-cinema”

ward sept2011 Carpenter e il gesto cinema

Nel pomeriggio di ieri ho rivisto The Ward di John Carpenter. Era una seconda visione di quelle che sentivo come dovute. Di tanto in tanto, capita infatti che io non mi faccia piacere un film che ha avuto troppe attestazioni di stima da troppe persone il cui parere ritengo valido, rendendo necessario un riesame di coscienza: un domandarsi “C’è qualcosa di sbagliato in me, o avrò forse dormito durante la proiezione?” (capita, se la proiezione avviene dopo una giornata di lavoro e un po’ di sano Montepulciano a cena; in realtà, comunque e per come ho potuto verificare, la possibilità che io malgiudichi un film, persino da ubriaco, negli ultimi anni è estremamente residuale). Ho recuperato il film e, per come la mia modesta visione delle cose riesce a stimare, purtroppo non mi ero sbagliato. Per una volta, non devo qualificare troppo l’opinione del mio collega compagno di merende Pietro Signorelli e posso citarla come riflettente la mia:

Quello che manca in The Ward non è la bellezza di ripresa in se stessa, che appare comunque degna e rispettosa delle capacità di chi è un vecchio volpone dietro la macchina da presa: non c’è suspense, l’apparizione della creatura è banalissima, le decisioni prese dalle povere vittime sono risapute, chi con la musica (molte volte eseguita in proprio con dei temi davvero notevoli) sapeva creare la nicchia progressiva della paura ora la usa in maniera marginale.
Carpenter torna copiando e scimmiottando, lui che aveva dato l’esempio, senza darci nessun personaggio da trasporre a memoria (Kurt Russell, dove sei?) e privo del minimo interesse. C’è una possibilità da tenere conto che ci fa ancora più paura: bisognerebbe chiedergli se questa è la marchetta oppure il film d’autore. Nel primo caso, lui sempre indipendente e in forti scontri con i produttori è giusto che racimoli denari cercando una pellicola facilmente codificabile e assimilabile; se però fossimo nel secondo caso, allora dovremmo incominciare a preoccuparci in maniera seria.

Senonché sono andato a rileggere una delle difese più appassionate del film — in realtà due, una su Filmidee e l’altra su FilmDOC — quella di Giona A. Nazzaro. Se ogni tanto mi vengon dubbi è per pezzi come quelli di Nazzaro: con un pezzo di Nazzaro puoi non essere d’accordo, ma solo con grande dolore. Non sono pezzi che puoi liquidare come scritti da chi non ha riflettuto su quel che scrive (scritti di quest’ultimo tenore sono la stragrande maggioranza, se non lo sapete).

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Recensioni che recensiscono i recensori

Mereghetti ha commentato giorni fa, data la cattiva accoglienza a Venezia del film di Philippe Garrel Un été brûlant: “viene il dubbio che l’omologazione di stili e di forme che ha già conquistato il cinema commerciale stia contagiando anche i festival, con il rischio che si riducano a passerelle promozionali per i titoli in uscita”. Non posso dire quanto l’analisi sia apprezzabile; dalla mia esperienza con i recuperi di pellicole presentate ai festival, in ogni caso, azzarderei che la percentuale di prodotti interessanti ai festival non si possa poi presupporre troppo distante da quella dei titoli in uscita; così come non ignoro che gli stessi film presentati ai festival producano — e non da ora — a loro volta una certa “omologazione di stili e forme” (i film che si dicono non senza ragione, appunto, “da festival”). Per come ho capito la questione, tuttavia, il punto non è l’omologazione nella selezione bensì l’omologazione dei gusti del pubblico, anche critico, specie dato che questo pubblico critico ormai comprende oltre alla stampa tradizionale folle molto più folte. Da questo pezzo si sviluppa una discussione sul profilo Facebook dello stimato Francesco Petrucci fra il pocanzi detto, Michele Favara e Francesco Chignola. Reagisce Chignola:

Il “problema” tra virgolette per me (a parte tutto questo rancore nei confronti di altri recensori o di quello che pensano o di come lo esprimono, personalmente penso che abbiano il diritto di esprimerlo come io ho quello di ignorarli e di non leggerli), è che secondo voi – dico voi perché Petrucci e Favara su queste questioni diventate un ortro ;) – Garrel è l’esempio ideale di un cinema “diverso, di nicchia, difficile” quando invece forse, e dico forse!, potrebbe essere solo l’esempio ideale del cinema che preferite voi. E che fate benissimo a difendere, ci mancherebbe! Ma se vi dà tanta noia che veniate additati negativamente come “il pubblico di Garrel”, perché fare la stessa identica cosa parlando di “pubblico mangiapopcorn”? Secondo me, e sottolineo secondo me, staremmo tutti meglio se tornassimo a parlare soprattutto dei film e non così spesso del fatto che gli altri non ne sanno parlare oppure del fatto che siamo tutti delle capre perché preferiamo andare a vedere Nolan piuttosto che Garrel.

Convengo sull’opposizione poco rigorosa fra pubblico d’élite e pubblico popcorn, nella misura in cui può limitarsi a un discorso snobbistico; ciò detto — e qui, scherzando ma non troppo, nego quanto afferma Favara — non nasconderei il fatto che gran parte del pubblico generico, ma anche di chi scrive di cinema, è in effetti costituita da “esseri inferiori”. Mi permetto di dissentire, però, nella misura in cui ho deciso di dedicare il presente blog a “Cinema, Film e Critica”. Parlare — anche spesso — di come gli altri scrivono di cinema e film (i concetti, almeno in lingua italiana, sono distinti: il primo è quello che altri scrivono con la maiuscola, l’arte cinematografica, la pratica, teoria e storia del far cinema; i secondi sono i singoli esemplari, le singole opere più o meno valide) è interessante quanto parlare dei film stessi, sebbene possa sembrare esercizio sterile perché — come si lamenta prontamente di fronte alla pratica — portato avanti da chi: 1. Non ha nessuna autorità per criticare quello che scrivono gli altri; 2. È mosso solo da rancore o invidia verso chi è più bravo, bello e famoso. Entrambi sono argomenti ad personam, in quanto tali invalidi. Somigliano agli argomenti (che, a rigore, non sono argomenti) che potete leggere spesso mossi dal lettore comune di fronte a una recensione negativa, blaterando che chi l’ha scritta è un aspirante regista fallito che sta solo buttando giù la propria bile dovuta al successo raggiunto dai realizzatori, loro sì persone che producono e son belle. Io, belli, non ho mai voluto fare il regista, sebbene mi sia dilettato non meno dei ragazzini di Super 8 (ma con meno valori produttivi).

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Qualche impressione del primo momento, senza eccessive pretese analitiche

bellezza del somaro Qualche impressione del primo momento, senza eccessive pretese analitiche

Nella giornata di ieri ho recuperato l’ultimo film di Sergio Castellitto, La bellezza del somaro, e sono piombato in un pacato stato depressivo che spesso mi attornia guardando alla produzione nazionale. Fortunatamente questa depressione è stata in un qualche modo bilanciata dal fatto che Rai Uno ha programmato in prima serata il Fortapàsc di Marco Risi, del quale ho potuto così rivedere i venti minuti iniziali.

Tutta la peggiore arte teatrante-farsesca nostrana viene rispolverata da Castellitto in salsa bizzarra in quella che vorrebbe essere una pregnante critica generazionale: i post-’68 imborghesiti (sempre stati borghesi, checché ne pensassero ai tempi) Castellitto e Morante devono affrontare la propria inadeguatezza come genitori ed esseri umani mentre la figlia ribelle e infelice (Nina Torresi) li sorpassa in saggezza trovandosi un saggissimo (e in armonia con l’universo: si sa che la vecchiaia rende santoni) moroso 70enne (Enzo Jannacci). La crisi giungerà all’apice — arriva anche l’amante giovane e gnocca di Castellitto (Lola Ponce procacissima arrampicatrice in carriera, variante del motivo “l’amante segretaria”), che essendo donna farà la pazza — durante …una gita bucolica fuori porta, grazie fra le altre cose al potere salvifico di uno spinello (che, si sa, come tutte le esperienze mistiche porta epifanie a iosa).

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Cinema di oggi, versione ferragostana

Sulle pagine di Cine Zone, già da tempo, ho recuperato con sommo piacere Le quattro volte di Michelangelo Frammartino e Post Mortem di Pablo Larraín (almeno il primo sarebbe entrato di diritto nella mia classifica 2010, l’avessi visto per tempo, ma anche il Larraín avrebbe più che probabilmente trovato un posto); con meno piacere, Illegal di Olivier Masset-Depasse e La fine è il mio inizio di Jo Baier; infine, con ancor meno piacere, Big Mama: Tale padre tale figlio. Qui di seguito vado a presentare più sommariamente tranchant giudizi (null’altro, ché vado di fretta e dopotutto è agosto) su altri miei recuperi di pellicole recenti, in sala o meno, degli ultimi mesi. I titoli sono presentati in ordine decrescente di gradimento.

barneys version Cinema di oggi, versione ferragostana

La versione di Barney di Richard J. Lewis

Sono io il primo ad esser contrariato dal fatto che la pellicola segnalata come da me maggiormente gradita sia la più ordinaria, l’adattamento di un romanzo di un certo seguito, scritto e diretto da due signori nessuno arrivati dritti dalla TV. Avrei fatto di meglio, avessi visto così tanto di meglio. Tuttavia, Richard J. Lewis (regia) e Michael Konyves (sceneggiatura), coadiuvati dal necessario talentuoso cast (Paul Giamatti e Dustin Hoffman sono una gran bella coppia papà-figlio, Rosamund Pike è alquanto stupenda e Scott Speedman ha una gran bella faccia da schiaffi; e poi saltan fuori anche Cronenberg, Egoyan e Arcand!), tiran su un film che pur essendo perfettamente classificabile fra “quelli che tanto piacciono alla mia mamma” (io amo tanto la mia mamma, ma ella è purtroppo solita guardare inezie poco amabili in TV) non ne ha nessuno dei difetti: non ci sono troppo basso tono sentimentale, agiografia, ostentatamente tormentata deriva nella malattia. C’è invece un certo equilibrio narrativo nonché una non scontata sottigliezza, nei suoi limiti. Lo consiglierò alla mamma.

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Modificazioni cui è sottoposto il cinema nell’era del virtuale

Su quanto sia cambiato il nostro (e “nostro” di chi rimane nebuloso: parliamo, ad esempio, del pubblico di massa o della critica [c'è poi il dilemma di cosa è critica e cosa non lo è]?) modo di vedere (nel senso di “leggere”) e scrivere dei film con internet si è discusso, si continua e si continuerà a discutere. La discussione, per quanto mi è dato capire, è molto sterile nonché vecchiotta: sospetto non si siano fatti grandi passi in avanti rispetto agli arrovellamenti intellettuali ai tempi dell’avvento dell’home video. Parliamo in sostanza dei primi anni ’80, eh. L’unica cosa che è cambiata è che nel 2011 ci si posson scambiare messaggi a riguardo su vari media molto più in fretta ed efficacemente rispetto al 1981; così due mesi fa nasceva sul profilo Facebook di Gabriele Niola un lungo scambio che partiva da un pezzo di Roy Menarini. Il quale Menarini esordiva asserendo: “La sensazione è che la portata dei mutamenti indotti dal web, e dalle nuove tecnologie in generale, sia sottostimata”. Io, per dirla chiara e tonda, ho la sensazione opposta: che la portata sia sovrastimata, e anche di un bel po’.

Tanto lungo lo scambio, tanto sterili le conclusioni che del resto mancano: non si sa se è davvero cambiato qualcosa (a meno di non esserne convinti perché il cambiamento è bello, come per definizione), eventualmente che cosa e come bisognerebbe adattarsi nel caso (quel che è più importante, dato che le mancate risposte a questi interrogativi vengono proprio da chi è convinto che cambiamento sottostimato ci sia).

Ma lasciate che sia io a offrire un esempio di cosa è cambiato, o forse no.

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