Burn After Reading - A prova di spia (Ethan e Joel Coen, 2008)
Voto: **½
La via alla network narrative dei Coen non ha dietro un pessimismo cosmico che ci vede tutti vittime di comuni drammi, bensì un abissale circolo di malconce maschere di bellezza, con in realtà modesti segreti, che risalgono nello stesso momento una montagna fatta di grasso da liposuzione, e intanto sperano di riuscirci a preparare del sapone. C’è chi vuole meno grasso, chi di più, ma a tutti andrà necessariamente male. Eppure, si può dire che qualcuno di loro abbia colpe? Probabilmente no: puoi organizzare più appuntamenti col “destino” (in sostituzione di termini migliori), ma è più che possibile che ti capiti sempre lo stesso film. Bisogna vedere se sei in grado di ridere.
Scarpe corrucciate si fanno laboriosamente strada nei corridoi vuoti e circospetti dei palazzi del top secret a Langley, Virginia. Qualche segreto di più o meno ordinaria amministrazione viene travasato sempre più su da funzionario a funzionario, fino a quando, a giochi fatti, non sarà chiaro che neppure l’occhio vigile della CIA ha idea di che cosa sia successo. Tocca a J.K. Simmons, sulla poltrona al vertice, dire in parole più povere e noncuranti (d’altronde questa è una commedia, si dice in giro) quello che testimoniava alla moglie lo sceriffo Ed Tom Bell: è proprio un «cazzo di casino».
La scena finale consiste di una semplice alternanza di campi su lui e l’agente (David Rasche) che gli restituisce il resoconto definitivo della faccenda: si stacca con rigore ad ogni nome e cadavere che salta fuori, e matematicamente il pubblico in sala ammira la reazione di Simmons e ride, esattamente quando è richiesto. In pratica un altro “giochetto” dei Coen, che non mutano di un soffio il loro fare da “signori omicidi”, aspramente attaccati alle banali e mostruose urgenze dei personaggi. È come sentire il tonfo di corpi che cadono lentamente uno ad uno nel fiume, per non esser più ricordati, mentre siamo costretti a prenderne atto e a spassarcela—con un po’ d’angoscia.
I Coen come li conosciamo, dunque, forse non troppo inventivi in sede di scrittura ma efficacissimi nella garbugliosa messa in scena dentro case, palestre, vicoli e strade dove sembrano aver attecchito moleste ombre di prevedibili sventure (val sempre la pena di sottolineare la fotografia di Emmanuel Lubezki), in irrisolvibile contesa con facce da avanspettacolo che vorrebbero tutto e subito. Appare difatti ancor più evidente che altrove la battaglia di toni, col grottesco quasi tutto consegnato alle espressioni ipocondriache di George Clooney, quelle assetate di Frances McDormand, quelle stizzose di John Malkovich, quelle amenamente babbee di Brad Pitt.




