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Pan & Scan della settimana

Se ieri sera (ma anche ieri all’incirca all’ora di pranzo) avete provato a connettervi su queste pagine, avrete notato che il sito era in manutenzione. Mi sono preso un po’ di tempo — più di quanto sarebbe stato necessario a una persona più sveglia del sottoscritto — per sistemare il blog. Essendo la mia prima esperienza con la gestione di un dominio autonomo, la prima installazione del software aveva lasciato qualcosa fuori posto; ora tutto è sistemato, e il blog dovrebbe continuare a funzionare stabilmente a tempo illimitato — beh, almeno finché sarò in grado e avrò voglia di pagarlo. Ho proceduto nientemeno che ad una nuova installazione, che ha comportato un cambiamento dei permalink; l’esportazione di articoli e commenti è stata un problema che avrei potuto risolvere molto semplicemente, e che invece data la mia assoluta ignoranza in fatto di gestione database ha richiesto molto tempo. Comunque, ora siamo di nuovo all’opera, il blog è alla lettera come da tempo volevo risistemarlo, e mi ritengo molto soddisfatto. Non so come, ma tutte le indicizzazioni acquisite rimandano ai relativi post nei nuovi indirizzi: tutto va alla perfezione, dunque. L’unico aspetto visibile di tutto ciò è che ho risistemato la paginazione di alcune analisi: ora trovate tutte le immagini direttamente nel corpo del testo.

quantum-of-solace-7-11-2008 Pan & Scan della settimanaIl weekend è stato nullo sul fronte recensioni. Avevo intenzione di vedere The Burning Plain, ma il caso ha voluto che abbia invece visto, nonostante la mia intenzione contraria, la preannunciata hit della settimana, Quantum of Solace. Non me ne son pentito, sebbene per tutta la prima parte del film mi sia chiesto perché avessi deciso di non darmi retta — del genere «A volte vorrei tornasse Roger Moore». Avrei potuto scriverne, se solo ne avessi avuto voglia — e la voglia di scrivere, almeno in questo momento, è inibita dagli “impegni” relativi alla tesi. Apprendo intanto che Daniel Craig, complici i buoni nuovi sviluppi della politica americana, non vedrebbe di cattivo occhio l’idea di esser rimpiazzato da uno 007 di colore — pace Fleming.

La scorsa settimana mi è arrivato un dvd atteso da un po’. Scartato e inserito nel lettore, ho constatato che purtroppo le cattive abitudini non sono finite: il dvd di Pretty Persuasion della britannica Metrodome è in pan & scan 1.78:1 dall’originale 2.35:1. È una cosa che capita ogni giorno su Sky Italia (non credo le cose siano cambiate da quando ero abbonato), e che ai tempi delle vhs era addirittura peggio dato che un’aspect ratio 2.35:1 finiva regolarmente dimezzata alla catodica 1.33:1. Comunque, in un dvd venduto al pubblico nel 2008 la cosa diventa molto fastidiosa. Ad esempio, ricorderete l’immagine tratta dal film che alla nascita del blog usavo all’interno dell’header. In quest’immagine Kimberly (Evan Rachel Wood), Randa (Adi Schnall) e Brittany (Elisabeth Harnois) sono sul letto nella camera di Kimberly a guardare un porno: l’inquadratura a tre ne cattura in un attimo una reazione congiunta a quello che stanno vedendo:

pretty-persuasion-three Pan & Scan della settimana

Bene, nel dvd quest’inquadratura (queste inquadrature), che riprende assieme le tre mentre discutono, è sezionata in inquadrature distinte che riprendono a turno Kimberly e Randa o Randa e Brittany:

pretty-persuasion-pan-scan-1 Pan & Scan della settimana

pretty-persuasion-pan-scan-2 Pan & Scan della settimana

Il risultato è che, tra le altre cose, l’effetto comico di quel momento viene totalmente perso. Questo fa inevitabilmente passare in secondo piano la sola presenza di una traccia audio in Dolby Stereo e l’assenza di sottotitoli. E pensare che per anni ho visto film rovinati peggio di così — ma del resto, allora neanche immaginavo come funzionasse davvero un film. Dovessero continuare a sfornare dvd di tal fatta, potrei considerare l’opzione di preferire al loro acquisto la re-visione gratuita su YouTube di tutto I magnifici sette, o un pomeriggio in compagnia di Kevin Bacon a rivedere Apollo 13:

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The Air I Breathe (Jieho Lee, 2007)

Voto: *½

air-i-breathe The Air I Breathe (Jieho Lee, 2007)

Se nel caso della celebrata accoppiata fra Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga si può avere (più di) un esitante sospetto, per chi scrive comunque mai soverchiante, nel film del coreano-americano Jieho Lee la farragine della costruzione (in sé, a dire il vero, ormai talmente sovraesposta da risultare quasi del tutto scontata; qui in particolare, di più, letteralmente lineare e circolare) si presenta come più chiaramente segno dell’abitudine di un maquillage di discreta presa momentanea, ma con la magari involontaria alterigia di chi dà per scontato che, trovato un proverbio cinese e fattevi incastrare per suo tramite quattro storie, noi si debba pensare che le storie stesse siano naturalmente in accordo e significative.
Ricostruita a Città del Messico è una metropoli americana che per la sua disfunzionale tassonomia rimanda subito a Los Angeles (solo, con molti meno messicani in vista), dove “persone sole” sono nel bel mezzo del flusso di soldi (e destini, e ricordi) che girano e minacciano di lasciarsi prendere. La regola è: se cerchi di prendere i soldi, ci rimani secco. Vagamente noir (e molto noir nel secondo segmento, intitolato al personaggio di Brendan Fraser), con le voci over dei quattro personaggi a tentare di dirci qualcosa, affonda—e non potrebbe essere altrimenti—a piene ginocchia nel post-moderno; difatti la presenza in scena della pop star Sarah Michelle Gellar cita fuori dai denti la sua porno star Krysta Now per Richard Kelly, a richiamare altri scenari di sfaldamento incrociato sugli schermi tv del contemporaneo.
Sarebbe però consigliabile prendersi poco sul serio (come faceva, se non ve ne siete accorti, Kelly; e come, per rimanere forse meglio vicini al tipo di film, faceva ad esempio Slevin), quando oltre ad una star interpretata dalla Gellar si ha intenzione di chiamare a raccolta anche un dr. Kevin Bacon esagitato, in cerca di sangue, in giro per frigoriferi e sale operatorie, come neanche i suoi invisibili scienziati mitomani. Il cast (dei quattro, almeno) non brilla, in altre parole, fatta eccezione per il citato Fraser ed un Forest Whitaker che si mette con routine scientificamente al sicuro la parte. Peccato il suo segmento, e l’opzione di renderlo trait d’union finale, sia anche la scelta più nebulosa dell’approssimato script—del regista con Bob DeRosa.
Lo stesso film non sembra alla distanza che una routine che comincia a girare troppo seriosamente a vuoto, con poco o nessun gusto da parte dell’esecutore, sotto il peso di quattro impegnativi pilastri della vita (felicità, piacere, tristezza e amore, secondo questa versione dei cinesi) resi ognuno invariabilmente sulla stessa nota. Tanto che non si sa di che cosa farsene della presunta varietà di questi punti di partenza; e il pensiero più pressante è che, come del resto già detto, assieme queste quattro indifferenti note non conoscano la fine del motivetto che è stato ordinato loro di intonare.

Recensione pubblicata su Cine Zone

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