Hancock (Peter Berg, 2008)
Voto: **
Opera di veri bricconi, Hancock. Come il recente tetro cavaliere oscuro, il supereroe barbone non piace alla popolazione. Il fatto che l’uno sia tetro e l’altro sia un casinaro barbone con la bottiglia in mano sarà dovuto certamente (lo conferma anche quel goliardo donnaiolo di Tony Stark) alla diversa aria di Los Angeles rispetto a Gotham—se si vuol fare il barbone, la prima è senza indugio un’opzione migliore. La sua presenza ed azione contro il crimine creano troppi dei famosi “danni collaterali”, e quel che più importa è che a rimetterci sono cose che al pubblico (ma forse più a chi lo informa) importano magari anche più delle vite di qualche poliziotto (o soldato): grattacieli, auto e barche a vela, e in generale quanto sia più prontamente calcolabile in sede di risarcimento. Finito il lavoro, il casinaro si rende però irreperibile alle autorità, e quindi ogni compensazione finanziaria è da escludersi: per lui non c’è commissario Gordon da quella parte della barricata, ma solo i notiziari.
Naturale dunque che si pensi a reinventare questo eroe in termini ugualmente monetari, quando Hancock (Will Smith) si allea (ovviamente, senza avere idea di quello che sta facendo: lui è solo un bambino alcolizzato con superpoteri—state forse pensando a George W.? Lecito) non con l’autorità in sé (che, si capisce, è incapace di fare il da farsi) ma con colui che è più bravo a “venderlo” al pubblico che ha iniziato a detestarlo, l’esperto di pubbliche relazioni Ray Embrey (Jason Bateman). Dato che non riesce a vendere alle corporation l’idea di un mondo migliore e più equo, diventa allora una sorta di Aaron Eckhart, non ancora Harvey Dent dalle due facce, che in Thank You for Smoking insegnava che se ben si argomenta non si ha mai torto: prende quindi il Nostro e lo rivolta come un calzino, tanto che ora si presenta (sebbene inizialmente riluttante) ripulito con la faccia del bravo comandante in controllo della situazione, che invita gentilmente le forze dell’ordine a farsi da parte con una pacca sulle spalle e un «Good job!». Ora ci pensa lui.
Smith, saprete, è molto legato a Miami dai tempi di Bad Boys. Nei panni dell’eroe Hancock racconta anche che il suo primo ricordo da eroe risale a ottanta anni prima proprio nella più celebrata città della Florida—ancora, se pensate “Florida” e arrivate a George W., siete legittimati a farlo. C’è anche che Hancock è realmente un buontempone: arriva a trasformarsi in eroe positivo passando, ancora riluttante, per la tappa fondamentale di un carcere federale disperso nel deserto, dove nessuno del pubblico lo può vedere, nel quale si diverte a torturare i criminali che lui stesso ha spedito fra le sbarre, mettendo in opera metodi ben poco umani—peccato che, oltre all’invidiabile capacità di inserire teste in culi, non abbia anche un guinzaglio a portata di mano col quale portare a spasso i due malcapitati.
Ma Hancock per fortuna è anche un eroe per famiglie, un modello per bambini. Ha (aveva) anche una famiglia, o almeno una moglie. È anche tentato di distruggerne una, di famiglia, prendendosi una legalmente altrui moglie (Charlize Theron, ça va sans dire, splendida), se non fosse che il suo ritrovato senso di responsabilità (se mai ne ha avuto uno), unito alla voglia di non rimetterci le penne, lo consigliano altrimenti—almeno per il momento. Rimane però sempre il dubbio—è qui il bello—sul fatto che questo eroe, riformato o meno, sia di qualche utilità o peggiori comunque le cose; ecco che per risponderci, il film termina portando il logo che Ray tentava di vendere ai tizi coi soldi quando l’avevamo visto per la prima volta, quello del mondo migliore e più equo, sul nostro satellite naturale, mentre la sua rinvigorita famigliola è al luna park col gelato in mano e guarda in alto. Non trova il supereroe, appunto, ma un cuoricino rosso su sfondo lunare. Good job, Hancock!




