Il cavaliere oscuro (Nolan, 2008)
Voto: ***½
In The Dark Knight succede qualcosa che è l’eccezione—basterà anche solo rimanere all’esempio di Batman Begins, di cui questo film sembra più il nipote che il figlio—per chi conosca un po’ Christopher Nolan: la fabula non viene, nella sostanza, alterata. Eppure si ha la sensazione di qualcosa di ugualmente scabro ed anfrattuoso; anzi, composto di una materia granulosa più uniforme, il mondo di Nolan appare se possibile maggiormente malfermo sulle gambe dei suoi personaggi. È già da questo dato strutturale, sintomatico alito vitale, che Nolan informa che, venuta definitivamente meno la necessità di trovare qualcosa di nascosto da ricostruire dall’ordine degli eventi, il film andrà più linearmente a sgranarsi sotto i nostri occhi, e a ripresentare in questa ovattata ed aerea ondulazione la stessa sostanza di specchio e dissomiglianza.
Nolan racconta adesso di piani, azioni il cui compimento è talmente rigoroso da apparire non pianificato, appunto, persino apoditticamente arbitrario: ciò che rileva non è infatti quello che si fa—ipoteticamente buono o cattivo che sia—e gli autonomi motivi retrostanti (vedasi come il cattivo si fa beffe di noi che vogliamo sapere da dove vengono le sue cicatrici, come fosse stato istruito direttamente da Haneke), bensì quanto ne consegue. Il crimine si può combattere o perpetrare, ma poco cambia se ciò che si viene a creare per entrambe le vie è il pandemonio del sistema che dovrebbe essere—questo sì—retto da un “piano”, ossia dalla “legge”. La fin scontata doppia faccia della stessa medaglia, l’opposizione fra l’eroe Batman (Christian Bale) ed il cattivo Joker (Heath Ledger), si fa quindi tricefala e si rivolge all’eroe che si fa maligno, Harvey Dent (Aaron Eckhart): è la necessità di salvare la sua faccia, a ben vedere, ad essere la vera protagonista della pellicola.
È una necessità tanto più avvertibile in quanto la rilettura estetica di Nolan ha iniziato, già dal precedente capitolo, a privare di un centro di riferimento il sistema Gotham, non più ancorato alle antecedenti secche visioni gotiche o verde psichedelico. Cade ogni giurisdizione visuale e di diritto, e con essa ogni garanzia procedimentale, dal momento che spostandosi dai palazzi di Gotham a quelli di Hong Kong la predominante è una superficie lattiginosa nella quale si può tranquillamente irrompere a fin di rapina. Ancora, che a far scena sia il pazzoide Joker (che dimezza il patrimonio malavitoso dandolo alle fiamme) o il giusto Batman (che va a prelevare il ragioniere delle triadi per congelare l’altra metà), il fine di giustizia di Gotham si ritrova servito in ogni caso da storture perniciose.
Nolan realizza, con indistinta ed illune eleganza ed estemporanei baleni, un’afona aria classica su bene e male, sulle cui note sommesse (James Newton Howard e Hans Zimmer sottacciono l’armonia che in Elfman esplodeva) danza l’agglomerato Gotham, perso e delirante, incapace di controllare e prevedere azioni concomitanti ed opposte. L’immagine, pochi secondi, nella quale Heath Ledger se ne sta penzolante, sporgendosi dal finestrino di un’auto della polizia, incorpa l’intero film replicando fatuosamente dal basso la presenza dall’alto del torvo Christian Bale scrutante sulla città: cinta nel fuori campo, Gotham li osserva mentre si cercano echeggianti, frontalmente e di spalle, arieggiando sospesa il proprio completamento, in attesa di premere un pulsante ed esplodere, di schiantarsi in velocità o tuffarsi a picco. Infine rimane a penzolare, quando ormai ha perso quasi tutto, come il Joker, e come un eroe che forse deve morire.




