The Mist (Darabont, 2007)
Voto: **½
Il cinema di Frank Darabont è quello di una carestia d’identità, perturbato da un’inclemente magnanimità verso i vari inni patriottici che vorrebbe declamare e anche nei fatti declama a squarciagola, ma che al contrario è poi costretto nel nocciolo ad ostruire, a procrastinare: se c’è bisogno di cantare, di battere i pugni, è perché si sa (si vorrebbe non sapere) di esser retti da una serie forse permanente di contrizioni. Sembra dunque naturale che sia pervenuto, dopo i suoi due universi carcerari (Le ali della libertà e Il miglio verde) e la sua parabola liberal (The Majestic), ad un cinema da combattimento, non tanto politico quanto di pura (condanna alla) sopravvivenza.
In The Mist c’è un bisogno inconsolabile ed ingestibile di fare retorica: ributtati nella costernazione del medioevo della coscienza, gli umani lasciati a sé si dividono e poi ri-raggruppano adottando frasari inequiparabili, sovrapposti anziché sincronizzati. In altre parole, non riescono a parlarsi reciprocamente, ma solo riflessivamente: ognuno si auto-convince delle proprie ragioni. Nel tempo della calamità biblica o scientifica che dir si voglia, si ripete fedelmente il drammatico giogo della non-comunicazione nell’era della moltiplicazione delle voci, una condanna ad una non-conoscenza reciproca. Ovvero ciò che conduce, puro e semplice e senza l’assistenza di calcoli utilitaristici, alle varie manifestazioni di guerra.
Le camere poste nello spazio di un supermarket colgono dunque casualmente i dialoghi, ci circolano attorno e spesso li oppongono in lontananza, fuori fuoco, da una parte timidi bisbigli e dall’altra una collera chiassosa. Noi e loro, anche se scelti e smembrati comunque fra conviventi e consimili. Fermo restante comunque il punto di vista dell’americano democratico e progressista (il fin troppo perfetto WASP muscolo-mandibolare Thomas Jane), che però sfocia, contrariamente al racconto kinghiano, nello sconforto abissale dell’impotenza. Un’impasse («Per che cosa?», piange in ginocchio il protagonista come ultime parole) che supera persino il grido tragico d’amore dell’ultimo Shyamalan.
Smesso ogni momentaneo sorriso di serenità, senza facce amiche cui guardare (vedasi il risveglio impietrito nella jeep del piccolo Billy, interpretato da Nathan Gamble, bambino la cui funzione catartica viene sotterrata assieme alle lacrime della bionda Laurie Holden: gela per sempre il pre-epilogo, quasi a raddensare la nebbia all’esterno nell’inquadratura successiva), Darabont rifà anche lui—come anche il bistrattato Hirschbiegel—un horror-fantascientifico quasi rattoppato, nel suo caso filmando già in interni come stesse rimbalzando fra diversi piani militari, e finendo poi con una giungla del Maine rasata a zero dal fuoco come un campo di Apocalypse Now. È guerra, e nessun soldato ci aiuterà.




12/10/2008 | 13:00
quindi me lo perdo tranquillamente.. odio i film con retorica.
12/10/2008 | 13:56
spero di vederlo in settimana
12/10/2008 | 16:49
per molti versi sono d’accordo, ed in un certo senso non si può neanche negare che sia un film retorico, ma non nel senso negativo del termine. è un film diretto ed esplicito, che riesce però a trovare un suo equilibrio nella regia descrittiva, quasi documentaristica, eppure molto curata. mi manca the majestic, ma questo credo sia il miglior film di darabont, un passo avanti notevole dal punto di vista dell’originalità e del valore cinematografico.
12/10/2008 | 18:13
Anche a me, come a iosif, è parso retorico ma nell’accezione positiva del termine.
Meno bello e intenso degli altri due tratti da King, ma decisamente più “politico” il che non guasta di certo.
Soprattutto nella società contemporanea.
13/10/2008 | 14:07
per me un capolavoro ideologico che abbatte le ultime porte rimaste in piedi del Genere.