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Stile e significato

fountainhead Stile e significato

Howard, guarda quegli edifici. Grattacieli, le più grandi costruzioni ideate dall’uomo. Eppure le hanno fatte somigliare a templi greci, a cattedrali gotiche, scopiazzando malamente tutti gli stili del passato. Sol perché gli altri hanno fatto così. Io ho detto, ho predicato che la forma di un edificio deve avere una sua funzione, che a nuovi materiali vanno date forme nuove, che un edificio non può copiare parti di un altro stile, come un uomo non può prendere l’anima di un altro.

—Henry Cameron (Henry Hull) ne La fonte meravigliosa (King Vidor, 1949)

Nel riportare la mia discussione con PogoOpossum avevo promesso due post nei quali avrei affrontato alcune delle questioni toccate. Dovrete invece accontentarvi, temo, di un solo post, più (forse troppo) lungo. Vi invito ad aver pazienza.
Parto da quella conversazione in quanto mi sembra vada a toccare due punti importanti: il primo concerne la questione iniziale delle “regole”, quindi di come giudicare la messa in scena (intesa nell’accezione comprendente l’organizzazione assieme di filmico e profilmico); il secondo riguarda la teoria del cinema, quella che PogoOpossum chiama sprezzantemente «l’analisi semiotica, estetica e tutte quelle puttanate di quei geni incompresi». In realtà le due questioni sono inestricabilmente legate, ma val la pena di affrontarle per quanto possibile separatamente. Partirò dall’ultima.
Da quella serie di commenti non traspare abbastanza, probabilmente (anche se la frase «[di Metz] me ne sbatto volentieri anch’io» è piuttosto esplicita), il fatto che a conti fatti io non sia troppo distante dal mio interlocutore, sebbene prenda la questione con tutt’altro tono e da altra ottica. Da quando scrivo di cinema, non ho mai menzionato Metz, Lacan, Barthes, etc; eppure li conosco, mi sono letto i miei bei manuali di film theory (ho la brutta abitudine di leggere in inglese, spero mi scuserete) esattamente come al liceo ho letto—ahi me, con pochissimo interesse—i miei bei manuali di filosofia. È tutta roba che ho letto e “studiato”, e che poi in buona parte ho dimenticato come sostanzialmente inutile, né più né meno come ho fatto col diritto commerciale. Ho citato invece Ebert, Pasolini e Robin Wood, fra gli altri. Il motivo è semplice: trovo che il modo e i termini in cui scrivono mi parlino meglio di quella che è la mia esperienza reale di fronte a un film e alla sua analisi.
Il mio scrivere di cinema, da persona che non ha deciso di studiar cinema all’università né se ne occupa da “pratico”, nasce essenzialmente come naturale evoluzione della mia posizione di spettatore, con una sufficiente padronanza di uno spirito critico e della lingua italiana, che a un certo punto ha iniziato, ha sentito anzi il bisogno di organizzare in una qualche maniera logica la materia. Questo, per forza di cose, è avvenuto non solo ampliando il corpus di film visti, ma soprattutto iniziando a leggere sugli aspetti tecnici e sulle varie teorie—a tutti gli effetti, a studiare. Ho compiuto o iniziato a compiere, in altre parole, il passaggio dallo stato di spettatore che vede singoli film a quello di spettatore che riflette criticamente sul cinema. È il passo, in definitiva, che distingue chi pretende di saperne qualcosa da tutti gli altri che non ne sanno nulla—e ne sono anche, lecitamente, soddisfatti se non orgogliosi. Qui sarò molto chiaro: il fatto che la cosa sia accompagnata o meno da un titolo accademico non ha per me grande importanza, dato che l’unica cosa che può e deve interessarmi (e molto) è ciò che si dice—d’altronde io ho una laurea in scienze giuridiche, ma non potrei neanche per un secondo affermare di essere un esperto di diritto solo in virtù di ciò.
Questo passo richiede un’attività intellettuale in verità del tutto comune e imprescindibile in relazione a qualsiasi campo, e non solo al cinema, ossia un processo induttivo attraverso il quale si astrae dai dati concreti dell’esperienza fino a delineare per approssimazioni successive una narrativa dei fenomeni, delle ipotesi sistematiche che tentano di razionalizzare ciò che accade. Questo si verifica in ogni campo dello scibile umano nel quale una scienza—sia essa matematica, fisica, naturale o sociale—si prefigge di comprendere una determinata realtà. Se una scienza vuol dirsi scienza (magari non simile tanto all’aritmetica o alla chimica, ma più alla linguistica) e non opinione, per dirla in breve, dovrà seguire il più possibile un metodo scientifico.
A partire da questo presupposto—che, da quando ho iniziato a riflettere e a formare il mio carattere maturo, ho sempre ritenuto un truismo—nella mia carriera scolastica e poi universitaria mi sono sempre ritrovato ad interrogarmi su quale sia il grado di astrazione possibile e fruttuoso, la soglia oltre la quale la necessità di passare dal concreto al teorico si riduce a un esercizio che si preoccupa più di una sua sostenibilità interna della teoria che non di afferrare un qualche senso realmente intelligibile e rapportabile ai fenomeni concreti. È ciò che mi ha sempre reso sospettoso della filosofia in particolare, e di certe scienze sociali, e che cominciando a studiare politica all’università non ha fatto che peggiorare. Basterebbe, ad esempio, fare una panoramica di tutti gli approcci e le teorie sull’integrazione europea che si sono sviluppati nel tempo, o sulle relazioni internazionali. Ciò che si scopre per esperienza è che l’UE non è né del tutto intergovernativa né del tutto retta da una governance multilivello; che i rapporti fra stati non sono retti del tutto né da pugni di forza realisti né da visioni liberali—per tacere della capacità delle altre teorie minori ma ugualmente totalizzanti di spiegare davvero l’insieme di quello che succede in Europa o nel mondo.
Così, in maniera del tutto identica, parlando di cinema (la cui “scienza” è sotto infiniti aspetti derivativa di altre “scienze”) sono sempre stato molto diffidente verso le Grandi Teorie semiotiche, psicanalitiche e politico-sociologiche che hanno la pretesa di spiegare coerentemente tutti i processi sviluppati dal linguaggio cinematografico. Come possono questi costrutti teorici, sviluppati in dibattito latu senso filosofico fra diverse “campane” (a tutti gli effetti, singole ricostruzioni e classificazioni di fenomeni da parte di singoli individui), aiutarmi realmente a capire come funziona, cosa fa e cosa esprime una manifestazione concreta come uno specifico film? Se mi ri-pongo adesso questa domanda—che, noterete, ha un sostanziale fondo di diffidenza—è perché sto per iniziare una tesi di laurea incentrata sulla filosofia dell’11 settembre letta attraverso il cinema: ammetto che, date le premesse descritte in questo post, la scelta sembra quantomeno contraddittoria. A ben vedere, invece, tutt’altro. Ad esempio, Joseph Margolis (Moral Philosophy After 9/11, Pennsylvania State University Press: 2004), professore di filosofia alla Temple University, confessa:

Quando ero giovane in questa professione, davo per scontato che la filosofia avesse un ruolo essenziale da ricoprire nel risolvere i problemi più profondi nella vita umana — nella scienza e nella moralità e oltre. La filosofia professionale, ho scoperto, tende a sconfiggere ogni simile entusiasmo. Favorisce un certo zelo deflazionario che minaccia di diventare la sua unica ragione adeguata per esistere. […] Senza dilungarmi sul punto, direi che ho capito da subito come l’11 settembre abbia esposto le profonde inadeguatezze di una larga parte delle concezioni occidentali delle giuste norme della vita morale e politica così come dell’immeritata sicurezza della filosofia canonica, la sua frequente irrilevanza per la risoluzione di gravi conflitti, e il suo enorme appetito di egemonia ideologica. [pp. VII–VIII]

Decisamente non male: è esattamente quello che io pensavo già al liceo, e che penso tutt’ora. In breve, nel libro Margolis illustra come grandissima parte della filosofia morale occidentale sia basata in realtà su argomenti circolari, presunzioni (le idee dell’autore sul perché delle cose) partendo dalle quali si costruiscono edifici sulle cui basi l’indagine circa prove empiriche è però pressoché assente. Similmente, in un’intervista con Ray Privett e James Kreul, Noël Carroll, filosofo e studioso del cinema, confida:

poiché era il 1970, pensavo che se si era interessati alla filosofia e al cinema, si potessero fare assieme. Questa era l’età di Godard, il quale, si diceva, costruiva la sua filosofia su pellicola. Arrivai a capire che era abbastanza impossibile. Più ero impegnato dagli studi sul cinema, più capivo che non ero Godard. Divenni anche sospettoso del “fare filosofia attraverso il cinema”, perché mi sembrava che molta gente, specialmente a quel tempo, usasse il cinema come un’opportunità per parlare di qualcos’altro a cui era più interessata. Vedo lo strutturalismo e il marxismo psicanalitico come esempi di ciò. Il cinema divenne un veicolo che permetteva di riassumere varie posizioni filosofiche e sociologiche. I film in sé se ne restavano in disparte rispetto al dire cosa pensasse Althusser. Forse avevo la stessa mania originariamente quando sono passato dalla filosofia al cinema, pensando che cinema e filosofia andassero a braccetto come un panino con prosciutto e formaggio. Ma sempre più mi sembrava che se si voleva prestare attenzione al cinema, si sarebbero dovute sviluppare delle intelaiature per discutere il cinema, e se anche queste potrebbero avere qualcosa a che fare con la filosofia, non si dovrebbe dar per scontato a priori che ce l’abbiano.

Nel 1988 Carroll pubblicava Mystifying Movies: Fads and Fallacies in Contemporary Film Theory (Columbia University Press), testo a mio avviso essenziale (immancabilmente, è fuori stampa—a quanto ne so, non c’è mai stata una traduzione italiana) nel quale discute le basi (or lack thereof) delle grandi ricostruzioni teoriche che hanno formato il centro degli studi sul cinema a partire dagli anni ’70—in particolare focalizzandosi nell’ordine sulle tesi di Baudry, Metz, Althusser e Lacan. Trova anche lui qui, come Margolis in campo morale, la presenza insistita di argomenti circolari, l’uso di analogie date per scontate, una cronica mancanza di prove a sostegno. (Per chi è interessato ad approfondire, Carole Zucker e Stephen Rowley offrono buoni resoconti del libro.) Il rischio è in altre parole quello di procedere all’inverso del metodo scientifico, ovvero deduttivamente, accettando una teoria con basi cedevoli e applicandola ai film—e finendo così per parlare più astrattamente della teoria che non praticamente del film. Cosa ce ne facciamo, dunque, di tutto ciò? Per rispondere in questa sede (Carroll lo fa già per parte sua, e io in realtà non mi distaccherò da lui), farò un passo indietro e citerò alcuni passi dal capitolo sulla definizione dell’oggetto della linguistica contenuto in Carla Schick, Il linguaggio (Einaudi: 1960). Ora, l’assimilazione tra lingua e cinema andrebbe specificata (Metz, ad esempio, non sarebbe molto d’accordo), ma nel caso specifico le riflessioni della Schick mi sembrano fornire un parallelo evidente. Il testo è ormai fuori stampa.

[L]a scienza del linguaggio si è sviluppata tanto tardi come dottrina indipendente e ancora oggi si affanna a rivendicare la propria autonomia o almeno a definire il suo oggetto. A seconda delle generali tendenze del pensiero e del campo particolare del suo interesse, è sembrato infatti che il problema del linguaggio si identificasse con quello del conoscere, oppure che la linguistica non fosse che la scienza dei precetti pratici per l’apprendimento e il retto uso delle lingue; che essa rientrasse nella fisiologia in quanto studiava il meccanismo fisico dell’emissione della parola, oppure che tendesse a coincidere con la psicologia o l’antropologia, esaminando la lingua come manifestazione diretta di caratteri spirituali degli individui o di popoli interi; infine che potesse essere assorbita dalla critica letteraria, dal momento che nelle forme dell’espressione essa cercava essenzialmente le manifestazioni di quella attività creatrice dell’intelletto umano, che piú alta e libera si dispiega appunto nelle opere di poesia.
La verità è che compiti tanto disparati hanno potuto essere attribuiti alla linguistica proprio perché molti sono i suoi rami e diversi i punti di vista dai quali può essere intrapreso il suo studio, cosí come estremamente vario e complesso è il fenomeno che essa prende a suo oggetto. […]
È dunque naturale che la dottrina che studia un fenomeno tanto complesso si estenda entro confini molto vasti e se non è, ad esempio, fisiologia, non possa però ignorare che la lingua è fatta di suoni, prodotti secondo leggi fisiche da determinati organi e debba perciò tenere nel dovuto calcolo un certo numero di dati e di leggi fisiche e fisiologiche.
Cosí se la linguistica non è dottrina esclusivamente psicologica, deve avere presente come gli atti di esprimere e di comunicare, che hanno come loro strumento il linguaggio, rispondano a necessità prime della psiche umana, sia in senso generale sia nelle loro singole realizzazioni. Pur ammettendo che le manifestazioni linguistiche che assurgono a valori d’arte sono relativamente pochissime, essa studia con particolare interesse le opere letterarie nelle quali il linguaggio, divenuto quasi fine a se stesso, raggiunge il suo stadio piú elevato; né d’altra parte può esimersi dallo studiare gli aspetti piú modesti dell’espressione, che fra l’altro sono condizione e premessa delle stesse opere di poesia.
In questo modo, osservando i punti di contatto che legano la linguistica con discipline affini, di natura diversa, ne abbiamo delineato all’ingrosso il campo in senso, per dir cosí, negativo: la linguistica non è fisiologia e non è psicologia, né critica letteraria, anche se con ognuna di queste discipline ha in comune una parte importante o addirittura fondamentale. Suo oggetto è il linguaggio senza aggettivi, che è costituito anche di suoni, può divenire opera d’arte e rispecchia caratteri spirituali o vicende della storia dell’uomo che lo ha creato e lo adopera. [pp. 24–5]

Questi estratti sembrano un completamento necessario alla citazione di Carroll. Riportando il discorso più direttamente allo studio del cinema (e non solo), ciò che ne ricavo è che l’unico approccio sistemico che possa davvero aiutare a comprendere i fenomeni reali dei quali tutti abbiamo esperienza, ossia i film che fanno il Cinema, non possa che essere un approccio eclettico, e soprattutto un approccio che non dimentichi mai il testo nella sua specificità. Il concetto di stile può qui venirci in aiuto. Il motivo del mio tirar fuori David Bordwell nella conversazione fra me e PogoOpossum stava appunto nel fatto che, in netto contrasto con le ricostruzioni in esame finora, quest’ultimo concentra la propria ricerca quasi esclusivamente sull’evoluzione dello stile. Bordwell si occupa precipuamente dell’evoluzione della produzione e dell’uso di particolari tecniche di messa in scena. Con Metz non c’entra davvero nulla: parla di come si fa cinema e di come si risolvono problemi molto pratici, considerandoli in un’evoluzione storica. Guarda caso, è del 1996 una raccolta curata proprio da lui e Carroll, intitolata significativamente Post-Theory: Reconstructing Film Studies (University of Wisconsin Press). Di recente mi sono imbattuto in una raccolta di analisi curata da John Gibbs e Douglas Pye, Style and Meaning: Studies in the Detailed Analysis of Film (Manchester University Press: 2005), che posso raccomandare, nella cui introduzione si discutono proprio le implicazioni di quel testo ai fini del giudizio sullo stile e l’analisi dello stesso—e, in ultima battuta, di un intero film:

Come contraltare a quelli che definisce gli approcci top-down delle teorie sulla posizione del soggetto e del culturalismo che sono stati così influenti negli studi sul cinema degli ultimi trent’anni, Bordwell richiama l’attenzione verso un’altra, più diversificata tendenza nella dottrina recente. Quella che chiama ‘ricerca media’ include la ‘nuova storia del cinema’, che ha sviluppato la nostra comprensione, fra le altre cose, del primo cinema, dei cinema nazionali non occidentali, delle pratiche dell’industria, dell’accoglienza dei film e della storia dello stile; abbraccia anche il lavoro sulla narrativa filmica, i generi ed il punto di vista, così come sulle ricostruzioni dell’esperienza spettatoriale che sfidano i modelli presentati dalla Teoria. In modo cruciale per Bordwell, molto del suo lavoro ha mostrato che «un’argomentazione può essere allo stesso tempo concettualmente forte e basata su prove», senza un impegno verso una ‘Grande Teoria’. […]
Una caratteristica importante ma, a quanto sembra, curiosa della ricostruzione che Bordwell fa della ricerca media – data l’importanza dello stile nel campo che descrive – è l’esclusione dell’interpretazione. «Questi programmi», sostiene, «hanno dimostrato che si può fare molto con i film oltre a interpretarli» (Bordwell e Carroll 1996: 29). David Bordwell ha sviluppato abbondantemente in altre pubblicazioni l’argomentazione che l’ha portato al suo rigetto dell’interpretazione (vedi, in particolare, Making Meaning (1989)). In fondamentale disaccordo con quella che è in molti modi un’ammirabile panoramica del paesaggio Post-Teoria, la posizione che sostiene molti dei contributi a questo volume è che interessarsi allo stile e alla sua importanza voglia dire inevitabilmente essere coinvolti nell’interpretazione. [pp. 1–2]

Come dovrebbe essere evidente dalla citazione di Robin Wood che ho appesa nella mia cameretta («Per me, il valore di un film non risiede nell’innovazione formale o nella libertà stilistica in sé, ma nella densità e complessità di significato al suo interno, cui lo stile e la forma contribuiscono»), io concordo alla lettera con Gibbs e Pye. Sarà però ora necessario specificare la nozione di “stile”, e con questo possiamo tornare alla questione iniziale delle “regole” posta nel dialogo fra me e PogoOpossum. Bordwell intende lo stile in maniera sostanzialmente sovrapponibile alla messa in scena (nell’accezione che ho specificato in apertura): «Nel senso più stretto, intendo lo stile come l’uso sistematico e significativo delle tecniche del mezzo in un film. … Lo stile è, al minimo, la trama delle immagini e dei suoni del film, il risultato di scelte fatte dall’autore (o dagli autori) in particolari circostanze storiche» (On the History of Film Style, Harvard University Press: 1997, p. 4; citato in Gibbs e Pye: 2005, p. 9). Gibbs e Pye non sono distanti, ma in linea alla loro presa di distanza da Bordwell, dichiarano di essere interessati soprattutto «ai modi in cui un approccio diventa significativo nei casi particolari. Cosa si guadagna con l’uso di questa tecnica in questa circostanza? Come il contesto in cui appare e il contesto cui dà forma qualifica o modifica il suo impatto? Come si rapporta questa scelta agli schemi sviluppati lungo la durata del film? Quali sono le conseguenze dell’articolare l’azione in questi modi?» (p. 9). Per definire meglio il termine e la questione delle “regole”, farò ancora riferimento al testo della Schick, e segnatamente al capitolo su “Stile e stilistica”. Ancora, le sue riflessioni mi sembrano particolarmente calzanti.

Il concetto di retorica elaborato nell’antichità, accolto poi e professato nelle sue linee essenziali durante il medio evo, nell’età rinascimentale e oltre, definiva una tecnica del linguaggio inteso come arte, insieme grammatica dell’espressione e strumento critico per la valutazione delle opere letterarie; fissava lo stile conveniente ai singoli generi, nella convinzione che per scrivere o parlare bene occorresse essenzialmente saper scegliere la forma adeguata a quanto si voleva esprimere. Tale forma, in base alla prevalente visione dualistica del linguaggio come di ogni altra specie di attività e della stessa esistenza umana, era concepita cioè come una veste esterna, aggiunta via via dal parlante ai suoi sentimenti o pensieri, cosí come il corpo caduco e mutevole era pensato in certo modo sovrapposto all’anima, essenza spirituale, immutabile ed eterna.
Nel concetto moderno invece lo stile, forma dell’esperienza individuale e come tale irripetibile, non trova esplicazione o addirittura non esiste al di fuori di questa; non può dunque essere insegnato né appreso come un’arte, una tecnica, un mestiere, ma è voce diretta dell’individualità del singolo e, nei suoi aspetti piú generali, dei caratteri di gruppi sociali o di unità nazionali, quali si sono venuti determinando attraverso le vicende della storia della civiltà. Di qui la funzione della retorica non piú intesa come precettistica bensí come strumento di analisi, quale mezzo per riconoscere, attraverso l’esame delle opere e della lingua, la natura dello scrittore o i caratteri del popolo che si sono espressi in esse.
Ma dal presupposto che determinati effetti siano spiegabili come raggiunti con l’impiego di determinate forme, non sembra forse discendere come corollario spontaneo che chi voglia ottenere gli stessi effetti non ha che ricorrere agli stessi mezzi, che dovrebbero perciò poter essere formulati in norme dello stile? [pp. 248–9]

Eccoci dunque arrivati infine alla questione delle regole, o norme che dir si voglia. Esistono, si possono formulare? E se esistono, che natura hanno e a cosa servono?

[L]a sintassi si avvicina fino quasi a coincidere con essa, alla vera e propria stilistica, con la differenza che si codifica in regole la cui violazione è sentita come errore, mentre la stilistica riguarda la proprietà, l’adeguatezza, l’efficacia dell’espressione.
Anch’essa però può essere, almeno nel suo aspetto esteriore e piú elementare, organizzata in norme, formulazione di alcuni criteri dell’espressività, che hanno governato atti linguistici precedenti, e ne hanno dotato il prodotto di determinate caratteristiche: individuate analiticamente, esse non possono essere senz’altro prescritte alla composizione successiva, a maggior ragione delle altre norme linguistiche, nell’applicazione delle quali abbiamo pure riconosciuto una notevole elasticità: l’atto stilistico, il piú alto e sintetico degli atti linguistici, è il piú essenzialmente creativo, cosicché l’espressività cui esso mira può affermarsi in mille forme diverse, per loro natura imprevedibili. [pp. 264–5]

In particolare, la Schick spiega come

Piú difficile è classificare l’efficacia della norma stilistica sulle manifestazioni piú elevate del linguaggio, nelle opere letterarie nelle quali gli aspetti dello stile considerati finora agiscono in concomitanza e si determinano in forte unità. Lo stile è in questo caso, secondo la definizione del Seidler, la spiritualità stessa dell’organizzazione linguistica, che si fa comprensibile e concepibile – ma non si esaurisce – negli aspetti formali della lingua, nelle sue manifestazioni foniche, lessicali, morfologiche, sintattiche, come nella loro concatenazione.  I particolari concreti e formulabili in norme sono allora soltanto indizi, segni esteriorizzati di una attività dello spirito, di una esperienza individuale e irripetibile, che trascende ogni definizione; questa, se è molto acuta e sensibile, potrà avvicinarsi ad individuare nelle sue varie manifestazioni concrete, il nucleo dell’ispirazione, ma non spiegare e tanto meno insegnare od esaurire in formule di natura linguistica le cause prime, l’intima vitalità dell’ispirazione stessa. [pp. 267–8]

Per concludere queste mie considerazioni, sarà il caso di tornare in ultimo a quanto Gibbs e Pye hanno da dire sul loro disaccordo con Bordwell. I termini della questione riflettono la mia affermazione nella discussione con PogoOpossum che «per la grande stima che posso avere ed il tanto che ho imparato da questo punto di vista da [Bordwell], focalizzarsi solo su queste cose porta a … concentrarsi troppo sul lato meramente “tecnico” perdendo quello più largamente estetico». Quando parlo di lato estetico, sarà bene precisarlo, mi riferisco a quel giudizio che mi porta in ultima analisi a stabilire di che cosa parla un film, e se mi piace.

Possiamo qui tornare al nostro fondamentale disaccordo con David Bordwell circa il ruolo dell’interpretazione, ma svilupparlo adesso in relazione al modo in cui abbiamo inteso lo stile. Delineando la sua posizione nelle prime fasi di On the History of Film Style, Bordwell scrive:

Invero, la storia dello stile è una delle giustificazioni più forti per lo studio del cinema come disciplina accademica distinta. Se lo studio del cinema è impegnato centralmente nella ‘lettura’ di film alla maniera di testi letterari, qualsiasi studioso di materie umanistiche dotato di una batteria di familiari strategie interpretative se la caverebbe probabilmente allo stesso modo di chiunque sia stato allenato nell’analisi filmica. … Ma se riteniamo che gli studi sul cinema siano più simili alla storia dell’arte o alla musicologia, la lettura interpretativa non deve aver precedenza su un’indagine di cambiamento e stabilità all’interno delle pratiche stilistiche. (1997: 8)

Il senso dato qui a «lettura interpretativa» è molto bizzarro. Un processo di «‘lettura’ di film alla maniera di testi letterari», cosa che potrebbe tentare ogni studioso di materie umanistiche, come se la ‘lettura’ non avesse nulla a che fare con le specificità dell’espressione, implica una visione della lettura letteraria che pochi studiosi di letteratura riconoscerebbero. Che l’interpretazione separata dalla considerazione dei modi d’espressione specifici del mezzo sia con ogni probabilità di poco interesse è un’opinione che la maggior parte delle persone condivideranno prontamente, ma questo vuol dire erigere un uomo di paglia che ha poco in comune con le migliori pratiche della critica interpretativa nella letteratura o nel cinema. Allo stesso tempo, per inseguire la sua visione dello studio della storia dello stile, Bordwell erige un’altra versione dell’annosa dicotomia stile/contenuto, nella quale lo stile può essere studiato libero dalle impurità del significato.
La nostra comprensione di interpretazione e significato è molto diversa. L’interpretazione deve essere radicata nei dettagli concreti del testo (il suo stile) perché è solo attraverso di essi che guadagniamo accesso agli oggetti del film. Lo stile costituisce il mezzo di espressione, dà accesso alla storia e simultaneamente forma in una complessa varietà di modi il rapporto del film col suo materiale, il suo pubblico e le sue tradizioni. […]
Ogni decisione presa nel fare un film – dove collocare la camera, che lente usare, quando tagliare, come disporre gli attori nello spazio, come vestirli – è presa in un contesto specifico, informato da forti convenzioni ma unico a questo momento in questo film. Ogni decisione – presa in relazione ai molteplici schemi che si costruiscono lungo il film – sviluppa la rete narrativa e tematica. Ogni inquadratura è una veduta di qualcosa, ogni taglio è da una specifica veduta a un’altra, ogni decisione sui costumi poggia su considerazioni di carattere, situazione, contesto di moda, disegno del colore, e altro ancora. Molto cinema sembra incoraggiarci a trattare questo complesso arazzo di decisioni come ‘trasparente’, cosicché siamo spesso inconsapevoli dell’arte e della destrezza che sono coinvolti. Ma tutte le decisioni sono materiali e hanno effetti materiali sulla nostra esperienza del film.
Questa enfasi fornisce un terreno comune con un aspetto centrale dell’approccio di David Bordwell allo studio storico dello stile – il tentativo di capire lo stile nei termini dei problemi specifici incontrati dagli autori e le soluzioni che trovano. Basandosi molto sul lavoro di E. H. Gombrich Bordwell sostiene in maniera convincente che questo approccio può permetterci di focalizzarci sugli aspetti dello stile riconoscendo anche che particolari problemi e soluzioni «possono congiungersi l’un l’altro o con altri fattori (tecnologici, economici, o culturali)»; dà un ruolo centrale alle scelte dei professionisti ma riconosce che hanno luogo entro specifici contesti sociali ed entro la cornice istituzionale del cinema (Bordwell 1997: 150–1). La nostra divergenza principale con Bordwell è di nuovo sulla relazione tra stile e significato. Secondo noi, lo stile è costitutivo – è il cuore del processo materiale di articolazione – di modo che per comprendere lo stile dobbiamo capire come lavora nel suo contesto per presentare e dar forma al mondo drammatico del film. Capire lo stile vuol dire interpretare quello che fa. [pp. 9–11]

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15 commenti a questo articolo

cinemasema scrive:
05/10/2008 | 12:16

Il tuo post è molto interessante e bene articolato e anche se molte asserzioni non mi convincono del tutto credo che il tuo intervento non sia una mera presa di posizione a favore o contro qualcosa, ma una profonda riflessione che meriterebbe più spazio e tempo. In effetti per me non è semplice rispondere per due semplici motivi: 1) conosco poco o per niente i nomi che hai citato a supporto del tuo punto di vista; 2) intavolando una discussione simile si corre il rischio di perdersi nei meandri delle teorie dei film senza peraltro arrivare a una soluzione. Detto questo credo che le tue affermazioni siano in buona parte condivisibili. Però mi permetto di limitare la questione al solo aspetto metodologico, condicio sine qua non per non cadere nella fossa della domanda, complessa quanto estenuante, su quali debbano essere i compiti dell’Arte. In fondo l’intervento di Pogo si pone al di là di una ideale linea di demarcazione in quanto mi pare abbia asserito che il cinema non è arte ma artigianato. In questo modo pertanto le sue convinzioni possono anche essere condivisibili (es.: il cinema è una aritmetica e nient’altro, ossia una somma o una sottrazione ma nulla di più, forse comprendente anche moltiplicazioni e divisioni ma non certo una trigonometria o una analisi o i numeri complessi). Naturalmente con la presunzione che il cinema (o meglio i film) possa qualche volta essere arte intendo rivendicare il diritto alla libertà dell’artista (almeno da un punto di vista pratico). L’artista crea senza condizionamenti di alcun tipo (in teoria) cambiando anche le “regole” dell’arte. In tal modo recupero tutti quei registi accusati di fare “puttanate”. No. L’arte non è una aritmetica e Godard ad esempio ha potuto “rompere” i vincoli del cinema classico (che conosceva bene). Adesso passo all’argomento che mi interessa. Sarò sintetico perché probabilmente potrò aggiungere altri particolari in prossimi commenti.
Sintetizzando: critica alle Teorie comprendenti Filosofia, Strutturalismo, Semiotica, ecc. (non ho capito se rimane coinvolta anche l’Estetica). Tipico della speculazione del filosofo è di mettere in discussione anche se stesso, cosa che probabilmente non farebbe se non fosse filosofo. La filosofia ha più di 2000 anni (era ed è una scienza). Ma credo non spetti a me difenderla, perché non ne ha bisogno. Vi saranno filosofi anche tra duemila anni forse anche nel caso in cui la tecnologia non dovesse più esistere (almeno come la intendiamo oggi). La filosofia non è un corpus monolitico ma uno sciame di teorie differenti che s’intersecano con ogni aspetto dello scibile umano. Non è una teoria inappuntabile ma un procedimento che prevede di essere corretto o la sua stessa estinzione (mi riferisco alle teorie di un singolo filosofo). La Semiotica poi, con la sue peculiarità (invade le altre discipline) non è mai stata amata, neppure nel periodo d’oro (anni 70). Considerata troppo invasiva e pretestuosa è stata sempre contrastata. La Semiotica ruppe gli steccati (tra discipline) o ci provò, forse commise errori, ma è normale (anzi è d’obbligo) che ciò accada. Anzi si potrebbe anche discutere su cosa sia la Semiotica, perché di volta in volta è stata integrata, contraddetta, trasformata (ad esempio Derrida e il suo Decostruzionismo si ponevano di fronte alla Semiotica non certo per ammirarla). La Semiotica è stata ed è un fenomeno talmente complesso e variegato difficilmente catalogabile. Lo studio sul segno nasce addirittura con Aristotele e forse la Semiotica è sempre esistita, fa parte dell’essenza stessa dell’uomo. La Semiotica non è dogmatica, non è una raccolta di leggi da seguire, ma uno strumento (non sempre coerente) per analizzare opere d’arte (non solo i film) con risultati non sempre esaltanti ma comunque spesso molto interessanti. Nei corsi di Semiotica e di Teoria dei film si insegna anche Bordwell. L’analisi stilistica viene presa in considerazione. Riguardo a Bordwell/Carroll però c’è un problema. Con Bordwell spesso l’interpretazione corre il rischio di ridursi a semplice routine, applicando altri modelli interpretativi senza “produrre alcun nuovo elemento di conoscenza” (Bernardi). Conosco poco Bordwell anche perché la Semiotica (che ho studiato fino alla nausea anche se questo non vuol dire che conosca la materia) non mi interessa più di tanto così come la filosofia o la matematica. Mi interessa la conoscenza ossia quella caratteristica dell’arte che non dovrebbe proporre un’estetica del bello (gusto, equilibrio, simmetria, situazioni logiche, movimenti, prospettiva) ma un’estetica in quanto conoscenza, insomma una rottura delle forme, una rottura continua, una conoscenza intesa come effrazione. Pertanto (non lo dico io che sono uno sprovveduto dilettante) il senso del cinema moderno è sempre più la visione stessa. Ma questi sono solo punti di vista che non intendo imporre o proporre come dogmi indiscutibili, perché la conoscenza non è dogmatica né deve essere prerogativa dei filosofi e dei semiologi (o filosofi analisti e teorici della critica stilistica), bensì dovrebbe essere patrimonio di tutti i fruitori, un modo perpetuo di pensare e di “vedere” che scardini la pacata parvenza pragmatica tipica del potere. Naturalmente questo non significa che l’arte, la semiologia e persino la sociologia siano in grado di risolvere i problemi del mondo. Anzi, sappiamo benissimo che l’Arte spesso (soprattutto nel passato), senza una committenza di benestanti, non avrebbe potuto trovare i mezzi per realizzarsi. Nel passato i poteri (Spirituale, Temporale) hanno controllato e finanziato l’Arte. Gli artisti sono stati giullari del re. Oggi le cose non sono cambiate di molto anche se è sempre più possibile tentare di scardinare i luoghi comuni e gli slogan che tanto piacciono alla committenza. Credo che le aspirazioni teoretiche di Borwell e Carroll debbano essere situate nella tradizione del realismo cinematografico e quindi nel contesto culturale che da almeno venti secoli vede contrapporsi due linee di pensiero. Ma il problema non è questa contrapposizione (secondo me fruttuosa) bensì il rischio che il “nuovo realismo” si soffermi troppo sulla specificità del mezzo cinematografico perdendo di vista il rapporto con la “libera” interpretazione dello spettatore evoluto (quello in possesso di “strumenti idonei”). Eppure il Cinema è l’arte che più di tutte ha bisogno della “proiezione” di un fruitore, perché ad esempio il filmico cosiddetto “classico”, così come si è perfezionato sin dalle prime pellicole di Griffith, ha bisogno dell’intervento dello spettatore. In altri termini almeno nel cinema classico (ma secondo me anche in quello moderno e a maggior ragione post-moderno) conta più il non visto (ellissi, fuori campo, ecc.) che il visto e il visto a sua volta è talmente parziale, tagliato, sminuzzato (primi piani, figure intere, mezze figure) che ci vuole uno sforzo non indifferente per “ricostruire” una “storia”. Pertanto sono d’accordo con Iser quando asserisce che sono le asimmetrie, le contingenze, o addirittura il “nulla” (buchi della comunicazione) a realizzare una interazione tra testo e lettore, a unire in matrimonio due diversi sistemi di codici. Concordo anche con Riccardo Rosetti secondo cui il film è una sequenza di immagini mentali che forma un senso a partire da un “discorso interiore” che ha luogo solo nella mente dello spettatore. Naturalmente non sto dicendo nulla che ti risulti una novità perché da quanto scrivi si evince che conosci molto bene le materie filosofiche e semiotiche. Per questo la tua riflessione mi è sembrata pertinente e bene articolata ma purtroppo (come anche questo mio commento) non del tutto adattabile a un blog. L’ideale sarebbe una relazione con lettura davanti a una sala di appassionati di un qualsiasi convengo di studi critici sul cinema.

testavuota scrive:
05/10/2008 | 21:50

Scrivi troppo, ho dovuto smettere di leggere.

Alberto Di Felice scrive:
06/10/2008 | 10:24

testavuota: Accidenti se hai ragione, e se hai fatto bene.

cinemasema: Ti ringrazio della bontà, ma la palese verità è che io non ho non solo i titoli, ma neanche i mezzi per discutere una relazione in un qualsiasi convegno– Il mio vuol solo essere un tentativo di riflessione, limitatissimo, da semplice “studente” (da una vita, e ancora per molto), nel momento in cui, per di più, mi trovo ad iniziare una sorta di “avventura” con la mia tesi.

Una tesi che, per prima cosa, mi ha ad esempio portato a dover riprendere tra le mani Kant: non è facile tornare a Kant avendo prima letto Margolis che spiega come quanto ha da dire sia praticamente “da buttare”. Ed è liberatorio poter dire che io son sempre stato d’accordo con Margolis, ancor prima di conoscerlo. Come anche tu dici, filosofia e semiotica (almeno nella sua componente filosofica piuttosto che in quella linguistica, verso la quale nutro molta più fiducia) rappresentano una successione di teorie differenti e anche contraddittorie, che potranno certamente avere un certo grado di coerenza interna–ma non molto più che interna. In altre parole: Kant dice quello che dice Kant e Hegel dice quello che dice Hegel, e via dicendo. Proprio per questo ho sempre inteso la filosofia, in quanto materia di studio, non come una scienza, semmai come storia del pensiero–il che ha di certo un suo interesse ed un suo perché, ma principalmente in quanto tale. E’ esattamente per questo che son cose che possono interessarmi, come del resto può interessarmi tutto, ma che non posso prendere come strumenti sufficienti per leggere un film.

Su cosa posso basarmi, quindi, quali strumenti posso applicare? Beh, lapalissianamente, posso basarmi sul film! E un film è, per virtù di essenzialità, una cosa molto semplice: una successione di inquadrature (e suoni) disposte internamente ed in rapporto l’una con l’altra in una certa maniera. Queste, a loro volta, sono già strumenti di lettura, come conoscenze di grammatica e sintassi sono strumenti di lettura della lingua. Tutto quello che il film fa, anche il fuori campo, parte da qui, da quel discorso singolo che è sviluppato dentro il film. Le uniche “regole” (anche in rapporto ad eventuali convenzioni codificate esteriormente ed infrante) sono lì–non c’è una filosofia da applicare a priori, al massimo c’è la filosofia che ha sviluppato il film. La riflessione sullo stile, e la necessità di un’analisi descrittiva dello stile, per iniziare, mi sembrano l’unico reale punto fermo. Sono un realista, o meglio un positivista, da questo punto di vista. Fermo restando che il cinema tende all’arte, e come tale parla dell’uomo e della sua cultura (anche quando non tende all’arte), e come tale ha bisogno assoluto del pensiero umano per farsi leggere.

cinemasema scrive:
06/10/2008 | 15:43

Naturalmente le tue convinzioni sono legittime e allo stesso tempo opinabili (e questo vale per le mie). Non credo sia sufficiente Margolis a cancellare la storia del pensiero umano, ossia (tengo a ribadire) la filosofia in quanto scienza “astratta” (poiché prescinde dall’esperienza e dalla realtà empirica) al pari della matematica e della logica (altre scienze astratte). Anzi, anche se riconosco un certo valore alla “ricerca empirica”, ritengo che la mera osservazione dei “fatti” non porti molto lontano senza un pensiero speculativo (anche di un singolo) che, tenendo conto di certi margini di errore e di imprecisione, tenendo conto di un valore di giudizio più che altro sincronico, ecc., ecc., appunto tenendo conto di tutte le “resistenze” contingenti (errore di valutazione, limiti tecnologici, ecc.), sia propenso ad elaborare una “teoria”. Se non fosse così saremmo disposti a credere che il sole effettua un moto di rivoluzione intorno alla Terra in circa 24 ore. Per quanto riguarda il Positivismo (comunque da considerare sempre una filosofia) devo ammettere una mia personale idiosincrasia nei confronti di questo movimento che, non lo nego, è stato anche importante e decisivo nella promozione della scienza come metro di studio dei fatti umani, ma purtroppo quando mi viene citato il Positivismo mi viene alla mente il determinismo di Taine (race, milieu, moment) che ripudio fermamente (è un mio limite lo so), sostenendo con Sartre che “l’uomo è condannato a essere libero” e con Bergson che la vita è creatività e ininterrotta produzione di forme. Altrimenti, pur forse riuscendo a “spiegare” il Ventre di Parigi di Zola non si potrebbero spiegare I fiori del male di Baudelaire o Una stagione all’Inferno di Rimbaud. In particolare mi lasciano perplesso le tesi della Schick perché quando “sento parlare” di intuito e di ispirazione rimango scettico sulla attendibilità della proposizione (ma con questo non voglio mettere in discussione il lavoro della Schick senza prima averlo letto). Però bisogna fare delle scelte (il solito tempo che non ci permette di approfondire ogni cosa) e le teorie della Schick non mi sembrano interessanti e non si allontanano di molto dalle “asserzioni” crociane (arte come intuizione-espressione) tra l’altro fermamente respinte da Pirandello che nel suo saggio “L’umorismo” scrive che l’arte “è creazione della forma, non intuizione del contenuto”. Ti ringrazio Alberto per aver pubblicato un post tanto interessante e foriero di discussioni infinite utili secondo me a scambiare opinioni e sensazioni diverse che mi arricchiscono. In bocca al lupo per le tua tesi che, sono sicuro, sarà un saggio notevole.

Alberto Di Felice scrive:
06/10/2008 | 20:27

cinemasema: Crepi il lupo e grazie mille per la fiducia, vedrò di fare il meglio che posso–

Ora, ci tengo solo (oltre a ringraziarti per l’interesse nella discussione) a depurare il mio chiamare in causa il termine “positivismo” (che, capisco, può fare un po’ di paura) da ogni brutto pensiero. Tutto ciò che intendo credo sia riflesso nelle mie analisi (o tentativi di analisi), e richiede solo di tornare, senza essere aridi, e quindi essendo umani (il che comprende la nostra capacità di pensare, il nostro intelletto–che mi piacerebbe non fosse mai intellettualistico, anche perché io son tutto fuorché un intellettuale), alle immagini del film per spiegare quello che loro stesse creano–o meglio, contribuiscono a creare. Più che altro, credo sia un metodo (oltre che bello: d’altronde ci piacciono i film, e i film partono dalle immagini: tornare alle immagini non può di certo far male) utile a spiegarsi e farsi capire nel modo più semplice e chiaro da tutti.

cinemasema scrive:
07/10/2008 | 16:06

E fai benissimo perché le tue analisi (mi ricordo ancora quella su Across the Universe) sono molto belle e piene di spunti di riflessione. Le immagini sono affascinanti e analizzare il testo, rimanendo nelle immagini, è un metodo oltre che interessante, anche gradevole (da leggersi e immagino da realizzare) come allo stesso modo è gradevole e interessante anche (dopo tutto il mondo è bello perché è vario) “leggere” il film collegando queste immagini con i buchi della narrazione che vengono colmati dalla mente e pertanto da tutti i suoi (della mente) collegamenti culturali, filosofici e non, nonché semiotici, pittorici, poetici a cui secondo me un film rimanda sempre e comunque. In fondo, più che una ricerca attinente al “bello”, si tratta di seguire un percorso di conoscenza (poiché il “bello” è un concetto discutibile). Ritengo perciò che ogni metodo possa coesistere e integrarsi e il tuo è per me interessante e da prendere in considerazione, un metodo che leggo e leggerò sempre volentieri perché mi arricchisce dentro. A presto!

Alberto Di Felice scrive:
08/10/2008 | 11:49

Ti ringrazio moltissimo, tu sei sempre molto (anzi, sicuramente troppo) buono. Con quello che hai scritto non credo ci sia qualcuno che possa essere in disaccordo (appoggio chiunque non sia d’accordo sulla bontà delle mie analisi, comunque)–forse solo Bordwell: già per Carroll (e io son più d’accordo con Carroll) il discorso sarebbe diverso. Però mi pare ci sia un fraintendimento: analizzare le immagini nel modo che intendo io non vuol dire affatto “rimanere nelle immagini”. Sono assolutamente d’accordo che ciò che deve accomunarci è la ricerca di “conoscenza”: l’estratto finale di Gibbs e Pye che ho citato significa proprio questo. D’altronde l’ho scritto: io sono favorevole ad un approccio eclettico, e il risultato di questo approccio sta appunto nel non esser chiusi agli input esterni che, necessari, ci permettono di leggere ed interpretare le immagini. Ogni tipo di lettura dev’esser colmata da una mente, non potremmo non esser d’accordo. Da questo punto di vista, per usare un’espressione un po’ rozza, tutto fa brodo: posso citare Platone, Barthes o chi per loro, così come l’ultima ricerca del dipartimento di chimica dell’università tal dei tali. Per me hanno pari dignità, e pari dignità ha–anzi, direi che forse ha ancor più importanza–la mia sensibilità personale. Tutto ciò che è cultura (nel termine inglobo davvero tutto) serve per conoscere ed interpretare un testo, perché un testo nasce e viene letto dentro una cultura, e da una singola persona. Quindi rimanere al testo non vuol dire parlare solo delle immagini, perché le immagini non parlano mai solo di sé stesse: l’immagine da sola non ha nessun significato–sia questo prescritto da una teoria filosofica o semiotica o via dicendo. La forma nel vuoto pneumatico non esiste: è per questo che non ne posso più di sentire cose tipo “Quel che importa non è il cosa ma il come”. Semmai, ciò che analizzare le immagini richiede è di essere ferreamente fedeli alle immagini perché, se da sole queste non bastano, è da queste che tutto origina. Questo perché credo che, per quanto lateralmente aperto a tutto ciò che è cultura, un testo sia fondamentalmente un mondo chiuso, che è stato organizzato consciamente e volutamente in un certo modo, e sulle basi della sua organizzazione chiede, domanda di esser interrogato e letto. E’, volendo, rispetto verso il testo e chi l’ha concepito. Anche i buchi della narrazione li crea il film stesso, infatti, in quello che decide di escludere dalla concatenazione delle immagini stesse. Analizzare le immagini vuol dire per me aiutarsi a sfuggire ad una critica impressionista, che magari parlando più dell’autore (della critica) o della teoria che abbraccia rischia di dimenticare la materia prima e viva delle immagini per avventurarsi in categorie esterne, calate dall’alto sul film–secondo, appunto, un metodo deduttivo.

souffle scrive:
08/10/2008 | 17:30

“E un film è, per virtù di essenzialità, una cosa molto semplice: una successione di inquadrature (e suoni) disposte internamente ed in rapporto l’una con l’altra in una certa maniera.”

Sono assolutamente d’accordo: spesso nell’unica maniera possibile per avere quel certo risultato, che è creare una emozione.
Per questo è irricevibile la frase “lo script non esiste”, perchè quella sequenza di immagini e suoni, quella disposizione in rapporto l’una con l’altra è lo script a organizzarle. Lo script che non è un testo di letteratura, ma quel qualcosa che serve a portare le immagini una dietro l’altra nello schermo.
Parlare si sequenza casuale o prodotta in stato ipnotico ha veramente poco senso ed è addirittura offensiva verso tutti coloro (e sono centinaia per film) che realizzano, dalle 9 alle 5, ogni giorno il prodotto film che esce poi nelle sale con la speranza che “funzioni”, come semplicemente dicono tutti i registi americani (da Ford a Lynch).

cinemasema scrive:
10/10/2008 | 00:46

Più andiamo avanti nella nostra fruttuosa discussione (anche a questo dovrebbero servire i blog) più mi rendo conto che i nostri differenti punti di vista sono in realtà molto vicini. Infatti mi fa piacere constatare che anche per te abbia valore una peculiare ricerca della conoscenza, ricerca che può utilizzare molti mezzi (compresi “input” esterni). Però mi sembra che la conoscenza non implichi necessariamente (a causa di questo aspetto centrifugo/centripeto) di “rimanere” nelle immagini, ovvero la Semiotica Generativa e la Semantica Strutturale analizzano proprio questi aspetti (rimanere nel testo) fornendo strumenti idonei e interessanti (che poi ognuno giustamente può utilizzare o rifiutare). So di ripetermi ma ritengo che abbia valenza anche e soprattutto un approccio estetico che sottolinei come il film abbia influenzato lo sguardo. Non credo sia vietato esaminare come “lavora” un film, un testo (la “macchina pigra” di Eco), un’opera d’arte, e come questo film si relaziona ad un fruitore, “parla” ad un lettore implicito, né sia diseducativo esaminare come il lettore reale proietta la sua visione del mondo sul film… Ognuno può emozionarsi trovando nell’opera quegli aspetti che per attitudine, vocazione, interessi non sono altro che un “silenzio” (in quanto componente essenziale del “rumore” della parola). Il “rumore” di Ejzenstejn, l’ “aperto” di Deleuze, l’ “improbabile” di Sorlin o i “segni irrazionali, onirici, barbarici” di Pasolini, ecc. sono modi di definire le forme del visibile “che non parlano la logica del racconto, ma che dentro il racconto parlano d’altro”. Non voglio aprire un ulteriore argomento di discussione (magari un giorno approfondirò la questione in un post o due), anche se riguardo alle “immagini” di un film, oltre ai sintagmi, apprezzo anche la “valenza” e il “mondo” di una singola immagine (anche per questo amo il cinema di Godard). “L’immagine da sola non ha significato”. Non saprei. Comunque credo che prima bisognerebbe stabilire cosa si intende per “significato”. Per me esistono diversi tipi di significato (non solo di causa-effetto) e probabilmente un certo tipo di significato si trova anche all’interno di un’immagine. Per quanto riguarda la forma (ma in fondo cos’è la forma?), altro termine a me sgradito, credo che (se si intende il materiale o le variabili cromatiche o l’incidenza della luce, ecc.), la “forma” possa invece esistere al di là dell’ecumene, soprattutto nel vuoto siderale degli spazi stellari e nella natura (un vuoto quasi perfetto), come nella materia non ancora contaminata e narrativizzata dall’uomo. La frase di Hitchcock (“Quel che importa non è il cosa ma il come”) come tutte le frasi sintetiche può essere gradita o no, dipende dalle esperienze personali (e dalle attitudini). Io non la trovo tanto disdicevole, perché le emozioni si formano in molti modi, suscitate da giustapposizioni di inquadrature, immagini, movimenti di macchina, dal materiale, dalla recitazione, dagli attori, dai personaggi e queste emozioni vengono ri-proiettate sul film dalla mente dello spettatore che elabora gli “input” ricevuti. Girare un film, come dipingere un quadro, scrivere un romanzo, presuppone (più che una ispirazione e ancor prima del talento) un duro lavoro e una grande esperienza , ma questo non significa che l’opera in sé risponda a criteri tipici della tecnologia, perché le volontà autoriali a volte cozzano con le risposte dei committenti e perché in fondo (molti autori lo confermano) nell’arte, nella poesia, ci deve essere un certo grado di polisemia e non c’è niente di male a provare emozioni per “segni” non prodotti dalla volontà dell’atto creativo. Inoltre tante volte è successo (e capita sovente) che un film non sia la fedele trasposizione di una sceneggiatura che è un altro testo (a basso o alto grado di incidenza sul film) a sua volta caratterizzato da una struttura narrativa (storia/discorso), ma qui si esula dagli aspetti filmici per accostarsi più ad aspetti che potrebbero interessare lo studio del romanzo (personaggi, intreccio, circostanze spazio/temporali, modi della narrazione, registri stilistici, sintassi, lessico, metasememi, metaplasmi, contesti, ecc.).

Alberto Di Felice scrive:
10/10/2008 | 11:25

cinemasema: Hai iniziato dicendo che siamo in sostanza d’accordo, ma poi con procedimento retorico inappuntabile hai infilato i soliti “ma” che dimostrano il contrario– E giustamente, vorrei vedere. Credo tu abbia risposto assieme a me e a souffle: rispondo solo per me, ovviamente, dato che io parlo solo per me–il suo ragionamento sullo script, che pur posso in parte condividere (per risponderti in breve: non ho mai parlato neanche da lontano di “causa-effetto” del racconto in senso meccanicistico, né tecnologico; né m’interessa la narrazione in senso letterario, che come specificano anche Gibbs s Pye funziona secondo il mezzo a essa proprio, così come la narrazione nel cinema), non rientrava necessariamente nel mio discorso precedente. In realtà mi sembra che quanto hai scritto nelle prime venti righe colga l’aspetto importante del nostro disaccordo. E’ un disaccordo sostanzioso, a ben vedere, ma non implica affatto che entrambi non dobbiamo trovare interessante l’approccio dell’altro. Se così non fosse non si spiegherebbe perché io mi ostini a leggerti. Il motivo del disaccordo è semplice: ogni opera si relaziona al fruitore in maniera diversa, naturalmente, ed è esattamente per questo motivo che penso che concentrarsi predominantemente (e sottolineo predominantemente) sull’effetto che un’opera ha avuto sul fruitore si presti esattamente a quello che dicevo–un’analisi impressionista, e in sostanza arbitraria. Il fruitore trova una serie di richiami, analogie, assonanze, dissonanze e quant’altro, e da lì inizia a far collegamenti, segnatamente con strutture filosofico-ideologiche pregresse (in altre parole, categorizzazioni), che pian piano possono distanziarsi anche molto dal testo. Si parla, in altre parole, non del testo ma dell’effetto del testo su un soggetto (e delle teorie che questi adotta): sono due cose ben diverse, e non necessariamente comprese l’una nell’altra. E’ un po’ il solito esempio che tiro fuori, fatte salve le dimensioni “letterarie” dell’argomentazione, della “noia”: la “noia” è l’effetto sullo spettatore, ma ci dice poco del film. Tutto questo non è ovviamente vietato (cosa è vietato, poi?) né diseducativo — ci mancherebbe altro: può anche essere molto interessante — ma si apre ad una serie infinita di critiche del tutto lecite e pertinenti. E sono le stesse critiche che Carroll e Bordwell muovono: argomenti circolari, ipotesi (sullo sguardo) date per assodate, linguaggio cavilloso che richiede un grosso sforzo per entrare nella testa di chi scrive, autoreferenzialità, etc. Farò un esempio, dato che tra l’altro mi piace molto questa tua frase:

credo che … la “forma” possa invece esistere al di là dell’ecumene, soprattutto nel vuoto siderale degli spazi stellari e nella natura (un vuoto quasi perfetto), come nella materia non ancora contaminata e narrativizzata dall’uomo

Ora, questa è una frase notevole. Che apre però solo interrogativi, non fornisce nessun appiglio se non quello dell’intuito del singolo. Questa bellissima frase (dalla cui “tensione verso l’infinito assoluto” posso anche esser conquistato), in termini pratici, cosa vuol dire? Quando parlo di “Zohan” (o de “La rabbia giovane”) questo come mi aiuta a sapere se quello che scrivo pensando al “vuoto siderale” mi dice qualcosa di plausibile e dimostrabile (nel senso di poter essere condiviso su basi logiche e comuni da chi mi legge) su un film? Il “vuoto siderale” lo vedo solo io (è quello che è per me): le immagini del film, invece, le vediamo tutti.

cinemasema scrive:
10/10/2008 | 18:59

Il tuo ragionamento mi è stato chiarissimo sin dal post e i commenti successivi mi sono serviti per comprendere e chiarire meglio l’operatività del sistema analitico da te adottato (che ripeto apprezzo e gradisco). Mi sembra, potrei sbagliarmi e in tal caso ti prego di segnalarmi la deficienza, di avere già scritto perché i presupposti di Bordwell/Carrol mi lasciano perplesso. È ovvio che il metodo estetico “parla” anche del testo inserito in un sistema testo/lettore che è la base di quel rapporto reciproco e inscindibile. A me preme, più che rifiutare le proposte di Bordwell Carrol e di questi Gibbs e Pye (che non conosco e che probabilmente almeno per il momento non frequenterò), difendere e promuovere il procedimento estetico che non è né impressionista, né arbitrario, bensì scientifico; e il procedimento scientifico non è dogmatico (legge, norma, regola) , ma correggibile e integrabile (presupposto di una scienza che progredisce e rivede istanze ormai superate). Caso mai (e qui posso anche accettare le osservazioni poste, e ti ringrazio per aver apprezzato la mia “frase”) potrebbe essere impressionista e arbitrario il mio peculiare modo di “leggere” un testo, poiché non sono un professionista, e non perché risulti impressionista e arbitraria una metodologia estetica. Mi sembra di aver già evidenziato in un commento sopra che le solite semiotica, semantica, ecc. possiedono gli strumenti per un’analisi testuale di tutto rispetto. A me naturalmente questa metodologia (semiotica, sociologica, ecc.) non interessa (almeno in questa fase) per vari motivi: uno di questi ad esempio (ma non vorrei adesso aprire un altro “fronte” di discussioni poiché so già che non saresti d’accordo) è che il cinema mi interessa più come forma pittorica (ma è un mio particolare interesse, un hobby, una proposta) che per altro. Le storie “visive” mi stancano (ma non la sintagmatica del film e le immagini) mentre adoro le storie scritte (romanzo), storie che analizzo (o ci provo) con criteri più tecnici (ad esempio Figure III di Genette). La mia frase (non ci posso fare niente, mi vengono così) voleva dire che un universo senza uomo (ecumene) sarebbe un luogo di forme prive di significato, perché è la mente umana a volere sempre e comunque dare un significato alla materia inerte. In quanto alla visione di un’immagine devo integrare la tua affermazione, perché tutti le vediamo ma non allo stesso modo. Adesso mi sto preoccupando per il fatto che forse dovrei smettere di commentare perché sto occupando troppo spazio del tuo blog. Se è così non ti peritare di farmelo sapere. Un caro saluto.

Alberto Di Felice scrive:
10/10/2008 | 21:02

cinemasema: I blog non dovrebbero servire anche a una discussione: dovrebbero servire, nel miglior universo immaginabile, soprattutto a condividere discussioni. Dal momento che i commenti sono aperti, va da sé che ho decretato (come implicitamente fa chiunque apra i commenti) che non esiste spazio che chicchessia può “rubare” a me: questo non è uno spazio per il mio narcisismo (beh, non solo, almeno), i commenti ci sono per essere usati. Gli unici limiti sono la libera volontà di commentare e la civiltà del linguaggio adoperato — ma questo, almeno nel tuo caso, chiaramente non potrebbe mai preoccuparmi.

Spazzando via il campo dal dubbio: io non ce l’ho con te, ammesso e non concesso che ce l’abbia con qualcuno. Ho fatto riferimento a te sol perché ti conosco, ti stimo, e perché è con te che sto discutendo. (”Impressionista” non è un insulto, tra l’altro: hanno definito “impressionista” anche me in passato, e non potrei dar torto a nessuno che insistesse a definirmi così oggi: credo che, per forza di cose, ogni recensione scritta da chiunque dopo una sola visione può render conto principalmente dell’impressione di chi la scrive, per quanto possa sforzarsi di essere oggettivo–un’analisi, invece, la intendo in modo diverso: un’analisi la intendo basata su un testo che puoi smontare e maneggiare, su dati controllabili, per quanto anch’essi aperti ad una necessaria interpretazione.) Né volevo criticare la tua frase, casomai volevo capirla: penso di aver iniziato a confondermi in quel tuo commento, perché ho avuto l’impressione, come ho scritto, che tu abbia risposto a me e a souffle indistintamente, soprattutto perché hai iniziato a parlare di sceneggiatura e narrazione, che non erano mai rientrate nei miei discorsi. E questo tuo ultimo commento, forse per qualche mia distrazione, mi confonde ancor di più: nel precedente mi sembravi asserire, in disaccordo con me, che una forma nel “vuoto siderale” esiste; nell’ultimo invece dici, di contro e concordemente quindi a quanto dicevo io (”La forma nel vuoto pneumatico non esiste”), che “un universo senza uomo (ecumene) sarebbe un luogo di forme prive di significato”.

Avevamo d’altronde già chiarito, almeno per quanto ci riguarda, che “[o]gni tipo di lettura dev’esser colmata da una mente” (io), dal che consegue che sì, le immagini “tutti le vediamo ma non allo stesso modo” (tu). E io non ho mai detto il contrario. Ho sempre inteso dire, semmai, che le immagini possiamo ben vederle (=intepretarle) in modo diverso, ma l’unico modo che abbiamo per capire (pur con tutte le approssimazioni, le correzioni e le integrazioni del caso) se le nostre interpretazioni di quelle immagini hanno un qualche senso che non sia solo nella nostra “impressione” (e magari entrambe le nostre interpretazioni, finanche totalmente confliggenti, hanno senso), è rimanendo loro fedeli. Anzi, per esser più precisi (o, volendo, “scientifici”), rimanendo fedeli alla loro determinata organizzazione nel testo, più che nella mia mente (=quello che la mia mente percepisce deve trovare il suo posto nel testo, dev’esser rapportabile a dati individuabili del testo). Qui, mi pare, iniziamo parzialmente a dividerci.

cinemasema scrive:
12/10/2008 | 00:28

Ci mancherebbe anche questa. Lo so che non ce l’hai con me (non mi pare di averlo affermato) e anzi ho confermato che il mio modo (personale) di recensire il film è impressionista (“potrebbe essere impressionista e arbitrario il mio peculiare modo di “leggere” un testo”) e lo prendo non come un insulto ma come un elogio. D’altronde come hai asserito “ogni recensione scritta da chiunque dopo una sola visione può render conto principalmente dell’impressione di chi la scrive”. A questo punto tento un riepilogo.
Il mio intervento si può a grandi linee distinguere in 7 punti (comunque non mi piace schematizzare):
1) difesa di scienze quali filosofia, semiologia, sociologia, ecc.; per me non sono da buttare e non sono basate su argomenti circolari e presunzioni; la storia di queste scienze è una storia sofferta di ricerca e superamento di dogmi e leggi inamovibili;
2) la semiologia (intesa in senso lato perché parlerei di semiologie) offre strumenti per analisi che “fanno” rimanere nel testo, strumenti che nella sincronia si possono considerare attendibili scientificamente; inoltre la semiologia si interessa anche alla diacronia cercando di storicizzare l’evoluzione di una funzione o di un particolare segno in un determinato contesto storico;
3) Decostruzionismo e reader response sono un’altra cosa e per il momento intendo non introdurre altri argomenti in questo scambio di opinioni;
Adesso introduco i “miei gusti”:
4) prediligo l’approccio estetico come momento per me fondamentale del rapporto testo-lettore, ossia di questa “relazione tra due soggetti” (Iser);
5) l’analisi del testo rimanendo nel testo mi interessa in parte (almeno per ora e per scelte che ti ho parzialmente indicato), ma se mi interessasse applicherei metodologie semiotiche che invece mi sembra per te siano teorie impressioniste e non scientifiche;
6) ogni tipo di analisi (estetica, semiotica, stilistica, ermeneutica, la mia, la tua) hanno pari dignità perché [vedi punto 7]
7) “spiegare” un testo significa limitarlo, mentre le possibilità del testo sono infinite e sto con Fish quando afferma che il testo è un luogo in cui il lettore fa lavorare la propria mente (riferimenti alla pittura, letteratura, filosofia, storia, ecc.). Per me questo metodo è stimolante e culturalmente utile. Le nostre, soprattutto se riferite al punto 7, sono opinioni ovviamente divergenti.
Il problema della forma: ho riletto il mio commento A) “la “forma” [può] invece esistere al di là dell’ecumene, soprattutto nel vuoto siderale degli spazi stellari e nella natura (un vuoto quasi perfetto), come nella materia non ancora contaminata e narrativizzata dall’uomo”. B) “un universo senza uomo (ecumene) sarebbe un luogo di forme prive di significato, perché è la mente umana a volere sempre e comunque dare un significato alla materia inerte”. Premetto che probabilmente il malinteso è nato dal mio uso “anomalo” del termine “forma” (sostantivo che come sai fatico solo a nominare), termine che ho utilizzato per riprendere la tua affermazione “la forma nel vuoto pneumatico non esiste”. Mi rendo conto adesso che probabilmente ci stiamo riferendo a diversi concetti da cui è nato forse il malinteso oppure mi sono spiegato male. In pratica il senso del punto A è uguale al senso del punto B. Per me è proprio il contrario: la “forma” (pardon continuo a usare impropriamente il termine) esiste a prescindere dall’uomo, esiste sempre oltre noi, e non significa niente, c’è e basta, poi nell’ecumene entra in contatto con la mente dell’uomo e acquista un senso. Però in senso matematico il termine si può usare se è vero che un teorico vuoto assoluto (zero Pascal di pressione), impossibile persino in natura, possiede sempre una “forma di energia”. Forse mi sono spiegato male e me ne scuso.

Alberto Di Felice scrive:
13/10/2008 | 12:37

cinemasema: Forse non serviva specificare che non “ce l’avevo” con te, ma ho preferito farlo per metter meglio in chiaro la nostra discussione. Della quale, del resto, ti ringrazio.

Ora quella frase mi è chiarissima. Come, mi pare, sono chiare le conclusioni che ognuno di noi ha tratto dal nostro scambio. Sento che per approfondire ulteriormente (soprattutto in relazione alla questione della “scientificità”, che mi pare sia il punto nevralgico) dovrei citarti nello specifico qualche passo da Carroll, ma il libro l’ho letto preso in prestito dalla biblioteca a Melbourne, e come puoi capire non è più nella mia disponibilità–

cinemasema scrive:
13/10/2008 | 17:26

Ti assicuro che la nostra discussione mi ha molto arricchito e aperto nuovi orizzonti di studio. Anche se prediligo altre “strade” ritengo comunque che sia sempre utile conoscere cosa capita da altre parti. Perciò ti ringrazio per questo ottimo post e per le risposte che mi hai dato. Un carissimo saluto.

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