Aritmetica?
In preparazione a due articoli che pubblicherò presto, riporto qui lo scambio che si è sviluppato tra il 10 ed il 16 settembre scorsi fra me e PogoOpossum (in mancanza di un nome reale) nei commenti ad un post sul suo blog. L’oggetto nominale è, ancora lui, The Dark Knight. La contesa diventa però non tanto sul film quanto, implicitamente, su questioni e tensioni alquanto fondamentali ed intricate in ambito di critica ed accademia; su molti dei concetti espressi in questi commenti tornerò, appunto, nei post che vi ho promesso. Riporto esclusivamente lo scambio fra noi due (su Splinder, saprete, io sono Gahan), dato che è quello che mi interessa. Mi son limitato a elidere l’ultima parte del primo commento di PogoOpossum citato, non influente ai fini del discorso, ad accorpare i commenti successivi di uno stesso utente e a correggere piccoli refusi in due miei commenti.
PogoOpossum: Accetto ovviamente pareri discordanti, ma non comprendo.
Non comprendo come da troppe parti si parli di gran film e gran direzione artistica.
Ora, tralasciando i gusti personali che restano - per fortuna - insindacabili, non mi si può venire a dire che Nolan ha diretto bene il film (perché non l’ha fatto… bastano un po’ di rudimenti di regia) e che il film sia granché oggettivamente (ma quel finale con i galeotti che smentiscono il Joker è così ridicolo da essere degno erede dei film comici anni Settanta).
La risposta che mi son dato è che questo film è piaciuto a tutti i non addetti ai lavori, a chi cioè valuta in base alle proprie emozioni e/o sulla base di sensazioni. […]Gahan: Posso chiedere, di grazia, in base a quali “regole” si può dire che Nolan abbia girato “male”? Premesso, come dovrebbe essere chiaro a tutti coloro che hanno “rudimenti di regia”, che il cinema non è aritmetica, le regole non esistono, e che se si pensa il contrario rimaniamo al dire che “Fino all’ultimo respiro” è girato male.
PogoOpossum: Il cinema è quanto più vicino all’aritmetica si possa immaginare. Ha regole precise e vanno rispettate. Solo la coscienza storica europea (Ragghianti, Arnheim e così via) ha prodotto degli studi di settore che volevano elevarlo ad arte ed è diventato nel tempo un leit motiv che ha contagiato centinaia di appassionati.
Chi ha rudimenti di regia sa già che il cinema è aritmetico (altrimenti qualcuno mi spieghi regole di 180°, 30° etc…).
Solo, che è uno dei linguaggi più complessi che esistano ed è continua evoluzione. Per questo oggi proporre una 360° non è così grave (a me continua a dare fastidio, ma io sono per il cinema classico), ma non vedo in giro per il mondo scavalcamenti di campo in caso di dialogo, perché altrimenti le persone in sala non capirebbero.
Il compito di un regista è dirigere e quindi far scorrere la storia, indirizzare gli attori (infatti, che il montaggio del filmettino faccia schifo non è colpa di Nolan… almeno in parte): il registuncolo l’ha fatto male. La direzione degli attori è stata pessima, compresa la richiesta a Ledger di andare sopra ogni riga (il troppo storpia). Bale, come ho già scritto sta a Batman come un passerotto ad un falco. A nessuno viene in mente che Keaton sia Batman anche senza la maschera perché forse è merito di Burton?
Tornando al filone principale: ha diretto male, perché il film si divide in pezzi che si attorcigliano su se stessi, noiosi e inconcludenti e pezzi sconclusionati (andiamo, l’inseguimento di quella moto - la moto più stupida della storia della fantascienza, per inciso - sembra girato da Bay quando aveva 5 anni!).
E sì. “Fino all’ultimo respiro” è girato male (ma più che altro perché fa schifo, mica perché è contro regole). E non lo dico io, ma un certo Billy Wilder, che definì il regista un “dilettante presuntuoso”. E i suoi film robetta…Gahan: Tutto quello che hai scritto su questo specifico film, ovviamente, è discutibile nel merito. Ma visto che, va da sé, non offri esempi ma apodittici giudizi, rimarremo a questo livello di scontro. Anche perché se parti da certi preconcetti non c’è molto spazio per discutere. Citare Wilder (anch’io sono per il cinema classico, e vorrei vedere — ma grazie al cielo non esiste solo quello, altrimenti avremmo finito da un pezzo) non ha senso, se non per pararsi il culo opponendo il pensiero ed il cinema di due autori completamente diversi. Abbiamo scoperto l’acqua calda.
Nel cinema, e questo però lo possiamo chiarire subito, non esistono REGOLE ma CONVENZIONI. E sono convenzioni che sono state e saranno sempre sfidate, perché legate per lo più ad esigenze di “chiarezza” narrativa sempre più sfaldate dall’evoluzione della società. L’unica cosa che conta è quello che la messa in scena significa, non se rispetta delle convenzioni. Se la pensi in modo diverso, mi dispiace per te.PogoOpossum: Gahan: esempi? La scena dell’inseguimento con la moto è girata male perché annulla completamente la tensione. Ora, il cuore pulsante di un film del genere è il montaggio. Un buon montaggio può risollevare le sorti di un film, ma non viceversa. Cioè non può affossarlo. Questo perché il montaggio agisce sulla grammatica essenziale del cinema (turnazione di parola, successione dell’azione, linea del tempo etc…), ma non sul suo linguaggio (puoi montare prima o dopo una panoramica a schiaffo, ma sempre tale resta). Il montaggio agisce sulla continuità della comprensione umana, mentre il linguaggio sull’immediatezza dell’evento (cosa rappresenta per lo spettatore la mdp a mano sulla spiaggia di Omaha se non lo sguardo per conto del pubblico di uno dei soldati? E la sua eccessiva mobilità cosa trasmette se non confusione, paura, velocità dell’azione e così via?).
La scena annulla completamente la tensione perché la scelta stilistica di Nolan anticipa gli eventi. Non è importante determinare come (volutamente, involontariamente), perché tanto il prodotto finale è di una noia mortale (che sfizio c’è a leggere un romanzo dove un esterno ti ha detto chi è l’assassino?).
Ora, non è che mi vado a procurare il film solo per degli esempi concreti. Insomma, è passato più di un mese e io i filmettini li dimentico. La scena finale, ad esempio, è una telefonata delle peggiori. Si preoccupa di avvisare uno spettatore che sa già per via di una sceneggiatura più che traballante. È fin troppo evidente che il signore animatamente impegnato per la conquista del telecomando non riuscirà a schiacciare il tasto (condizione necessaria perché Joker sia sconfitto, secondo la prevedibilissima trama), ma Nolan non si preoccupa di mascherarlo. È proprio un degno film di un fumettista da quattro soldi qual è Miller. Sicuro che tutti i grandi ammiratori di questo film abbiano mai letto una storia a firma Kane?
Chiuso il primo capitolo passiamo al secondo. Cosa c’entra Wilder con il discorso generale? Cioè Wilder ha definito Godard quello che nell’ambiente tutti sussurrano, ma nessuno grida.
È vero, l’ho citato per non avere la solita discussione del tipo “chi sei tu per dirlo”; ma non giudicavo un cinema “moderno” perché non è più “classico” (se rileggi bene il pensiero ho specificato un mio gusto personale, non un metro di giudizio… più attenzione nella lettura please).
Più mi confronto con gli studenti di cinema– se non sei studente di cinema sei più che giustificato – più comprendo che i danni della filosofia post nouvelle vague siano infiniti (in Europa, in USA si preoccupano di fare cinema).
Convenzioni e regole nel mondo del cinema sono sinonimi (basta essere stati una volta su un set cinematografico). Su un set non c’è nessuno con un fischietto pronto a fare contravvenzioni al primo che opta per superare la barriera dei 180°. Wilder (tanto per mostrarti che non lo cito solo quando mi fa comodo) sosteneva che non ci sono regole – palese è la violazione della voce narrante del capolavoro “L’appartamento” – e che un regista non doveva porsi problemi. L’unica regola era essere al servizio della storia. Ora, per essere al servizio della storia bisogna seguire delle determinate procedure che nel tempo sono diventate regole. Cioè dopo il primo che ha capito che durante un dialogo è bene evitare scavalcamenti di campo, gli altri si sono accodati. Certo, come ho anche anticipato – e come tu sostieni – essendo un linguaggio in rapida evoluzione subirà nel tempo modifiche, forse la turnazione di dialogo non sarà affidata più a campo/controcampo sull’asse, ma a scavalcamenti continui, perché no. Il problema è solo se comprensibile.
Intanto sono tutti contenti quando vedono un film dei Coen o di Eastwood; anche perché, sarà pure che è importante ciò che significa la messa in scena (ma chi t’ha detta sta cosa, Cassetti in persona?), ma se ti sei divertito – esempio – con i combattimenti di “Transformers” sei poco esigente. Io mi sono innervosito… eppure mi sembrava fin troppo chiaro il significato.Gahan: Apprezzo la tua risposta. Ora, sull’inseguimento della moto, ho un’obiezione molto semplice: hai provato a farmi un esempio (approssimativo come non potrebbe non essere, dato che non hai qui il film a disposizione), ma il tutto si limita ad affermare con un non sequitur che non c’è tensione, e che quindi c’è noia. La noia, lo dico sempre, non è una caratteristica del film: è solo ed esclusivamente la reazione dello spettatore, e può essere causata da mille fattori esterni al film stesso. Avresti potuto dire che non c’erano “donne nude”, il risultato e la logica sarebbero stati identici. Lo so, è una sparata, ma è esattamente quello di cui parlavo: non bisogna cercare regole (”Adesso voglio un po’ di tensione”), ma significato. Io, ad esempio, non mi sono annoiato affatto. Dietro al tuo ragionamento c’è il presupposto che dovesse esserci “tensione”, ma non è così. Tutto nella costruzione di quel segmento narrativo (anche per come lo costruisce la sceneggiatura, che appunto ci ha già detto quello che sta per fare il Joker) rema contro una tale richiesta di “tensione” (che comunque si potrebbe specificare): pensa ad esempio alla musica extradiegetica. C’è secondo me un senso diverso in quella sequenza, ed è quello fermato dall’immagine del Joker fuori dal finestrino: non c’è “tensione” ma “sospensione”, che è cosa ben diversa.
Sulla seconda parte del tuo argomento. Ho capito che stavi esprimendo una tua preferenza (i Coen e Eastwood fanno contento anche me, e molto, Michael Bay sensibilmente meno; ma stai dicendo che Michael Bay è uguale a Nolan, che “Transformers” è uguale a “The Dark Knight”? Beh, ci sono mille ragioni per non esser d’accordo), ma mi sembra abbastanza facile ricavare che la tua preferenza, come in questo caso (per non parlare di Godard — per il quale, tra l’altro, non stravedo affatto), si riflette sul tuo giudizio. E’ una cosa perfettamente normale, umana, inevitabile per tutti.
La chiarezza narrativa è ovviamente un bene prezioso — non sono formalmente studente di cinema, in compenso ho letto Bordwell, fra gli altri, e credo di saperne qualcosa. Il problema è che gli standard di chiarezza, come abbiam detto, sono variati e variano: uno spettatore che vede “The Dark Knight” nel 2008 ne capisce perfettamente l’azione e la narrazione, abituato ad esempio alla trilogia di “Bourne”, quando allo spettatore di quarant’anni fa sarebbe sembrata largamente inintelligibile. Conta anche che una certa “nebulosità” della narrazione è diventata fattore portante del post-moderno, ed è essenziale tenerne conto: l’essere “al servizio della storia” non è più la Verità. Poi si può argomentare che ci sia stato un abbassamento degli standard di artigianalità, ma per valido che sia come argomento mi sembra sempre rifiutarsi di venire a termini col cambiamento, facendo attenzione più al lato meramente “tecnico” che non a quello più largamente estetico.>immagine del Joker fuori dal finestrino (io)
Che poi, mi pare, nella frase sottolineata ho scritto una cavolata perché starei parlando di un altro momento del film. Mi son confuso — è passato più di un mese anche per me. Rimane il ragionamento che la precede.
PogoOpossum: Gahan: non so se iniziare da una premessa o posticiparla (in entrambi i casi la risposta al quesito è collegata alla spiegazione).
Risponderò prima. La tensione nella scena era necessaria, perché così ha iniziato a girare Nolan. Il linguaggio era chiaramente portato a creare tensione (altrimenti una scena di inseguimento viene fatta in maniera statica, non accellerando la percezione di movimento). Hai presente le auto di Formula 1? Vanno a 300km/h ma tu le vedi che sembrano ferme. Sono leggi fisiche. La velocità è palesata allo spettatore con artifici tecnici di linguaggio. O effetti speciali al giorno d’oggi.
Nolan ha quindi sbagliato lo stesso. Voleva creare questa fantomatica “sospensione” partendo da una scena chiaramente di “tensione”?
Michael Bay è meglio di Nolan, perché semplicemente è un’idiota con una mdp a disposizione, mentre il registuncolo cerca di fare pure trattati filosofici sul rapporto interiore tra bene e male (e per questo usa Miller!).
E ora quella che poteva essere una premessa e ho preferito posticiparla.
Una discussione molto accesa nasce spesso tra studenti di varie facoltà sulla questione di dove si studia di più etc… L’equivoco di fondo presente in quel tipo di discussioni è l’accessibilità. Gli studenti confondono l’accessibilità di una materia con lo studiare o meno.
Il cinema e lo studio del cinema (soprattutto così come pensato nelle Università italiane) è sicuramente di maggiore accessibilità rispetto, ad esempio, alla chimica.
Resta però il fatto che studiarlo per bene comporta un bel po’ di lavoro. E se ci sono professori che ti aiutano è meglio. Con questo non pretendo che i non studiosi “puri” non provino ad accedere, o che non abbiano diritto a dire la propria. Richiederei, tuttavia, da parte loro più rispetto per chi potrebbe saperne di più.
Dici Bordwell tra gli altri. Ora, non so chi siano gli altri (finisce che sono Metz e Deleuze?), ma non è che Bordwell - che è un teorico - è al riparo dal dire cazzate.
Insegno saltuariamente Storia del Cinema e Storia del Fumetto. Sono un montatore (lontano anni luce da gente di ben altro livello, comunque è una cosa di cui mi occupo).
La mia seconda laurea è in cinema e mi sono laureato con un professore che con Metz prendeva il caffé e gliele diceva in privato quando fossero sbagliate alcune sue teorie.
Ovviamente, non sono esente dal dire puttanate. Anzi, lo faccio molto spesso. Non si finisce mai di imparare.
Saprò (permettimi) giudicare, tuttavia, quando un linguaggio cinematografico è orientato ad ottenere un risultato che non ottiene.
Tu andresti a dire ad un chimico come si sviluppa una formula per trovare il composto? Penso di no, a meno che non sia anche tu un chimico.
Invece, a me, fa piacere che si discuta. E fa piacere pure che ci sia contraddittorio. Ed è giusto pure che tu mi dica cosa secondo te è giusto e cosa io avrei sbagliato. Perché, di cavolate ne posso dire eccome.
Però attenzione al modo in cui ti procuri le conoscenze. Rischi di considerare Metz come una verità (ad esempio!) e credere che la Sintagmatica della colonna visiva sia verità.
Anche ammettendo che quel mucchio di puttanate siano valide, c’è un errore macroscopico: un sintagma descrittivo non può essere cronologico! Va da se.
Il tutto per dire che per sapere meglio certe cose bisogna spaziare a 360°. E se leggi Bordwell, dovresti leggere anche Syd Field. Per dire.
E, per favore, smettetela di usare il post-moderno nel cinema. I semiotici, i filosofi del cinema, gli etichettatori sono un mucchio di frustati che vorrebbero stare su un set ma non possono. Così si inventano i sintagmi.
Mai stato su un set? Ma ce lo vedi un regista che dice: andiamo ragazzi, un bel sintagma a graffa qui e poi giriamo un alternato!
Ma perfavore.P. S. infatti “Bourne” potrebbe essere un capolavoro, visto che è tutto merito della sceneggiatura (la regia fa schifo).
E comunque, nulla di personale eh! Vieni quando vuoi a “litigare” sulle mie stroncature (sono cattivo. il 90% dei film che escono al giorno d’oggi sono puttanate!).
Per inciso è una delle prime volte (ed ultima) che rivelo qualcosa di me.
Il discorso, tuttavia, lo richiedeva.
Se sono sembrato arrogante o che abbia voluto vantarmi (e di che? non mi pagano quando faccio qualche lezione e non mi pagano bene per montare), chiedo scusa.Gahan: Bordwell di cazzate ne dice fin troppe: infatti “The Dark Knight” non gli è piaciuto. Bordwell, citavo lui non a caso, come accademico è uno estremamente pratico, proprio la tua “cup of tea” intuisco: basa la sua analisi stilistica proprio sulla funzione narrativa della messa in scena, dei sintagmi di Metz se ne sbatte (e, diciamolo, me ne sbatto volentieri anch’io) — e se aggiungiamo l’assistenza di Kristin Thompson giungiamo proprio all’analisi delle tecniche dello script tout court.
E per la grande stima che posso avere ed il tanto che ho imparato da questo punto di vista da lui, focalizzarsi solo su queste cose porta a quello che ho detto nel commento precedente, ossia a concentrarsi troppo sul lato meramente “tecnico” perdendo quello più largamente estetico, ovvero la metafisica dietro la tecnica, per usare i termini di Bazin: è il vecchio proverbio per il quale si è così occupati a guardare gli alberi che non si riesce a vedere la foresta.
Quindi, con tutta amicizia e tutto il rispetto, quando leggo te che dici che Nolan “il registuncolo cerca di fare pure trattati filosofici sul rapporto interiore tra bene e male”, non posso non avere qualche dubbio. E’ una tua opinione, ma non è una sentenza oggettiva paragonabile all’inconfutabile responso di un chimico contro la mia semplice opinione da profano. Qualche altro montatore qualificato come e più di te, son sicuro, entrerebbe qui all’istante per contraddirti.PogoOpossum: Bordwell è teorico. Pratico come teorico, non c’è che dire… ma è un teorico.
Che non gli sia piaciuto “Il cavaliere oscuro” era fin troppo facile da capire.
Nessun montatore mi smentirebbe sul montaggio (fa schifo. Punto), né, probabilmente sulla cattiva riuscita della scena (non funziona, punto).
Al massimo potrebbe dire che il mio giudizio complessivo sul film è sbagliato.
Intendiamoci: il mio non è legge. Ognuno la pensi come vuole.
Qui il discorso si è anche spostato: questa cosa per cui tutto è relativo rompe veramente le scatole. Il cinema si basa su determinate regole (strutturali, di linguaggio e tecniche) e non si può ignorarle. Perché se non si può giudicare bene o male un montaggio, non è possibile neanche insegnarlo.
Ah, il giudizio estetico è puramente soggettivo. Da quel punto di vista non possono esistere giudizi.Gahan: >Nessun montatore mi smentirebbe sul montaggio (fa schifo. Punto), né, probabilmente sulla cattiva riuscita della scena (non funziona, punto).
Chiaramente non possiamo fare la prova, dato che a quanto pare sei l’unico nei paraggi e bisognerebbe avere una rosa un minimo più ampia che non la tua semplice rassicurazione. Bordwell è un teorico, sì, e questo non cambia di una virgola quello che dice e illustra; se dobbiamo farne una questione di questo tipo, possiamo tranquillamente dire: non è che i “non teorici” non sparino cazzate. Ne sparano fin troppe. Il fatto di essere montatori non assicura che si sappia di montaggio: d’altronde Lee Smith è un montatore, quindi a rigore dovrebbe saperne, e secondo te invece è un incompetente. Ne sa più lui, che ha avuto una nomination all’Oscar, o tu?
Non è una questione di “tutto è relativo”. Il cinema si può analizzare secondo le proprie unità costitutive — ma è un’analisi, non un libretto di regole da seguire scrupolosamente. Se fosse così qualunque deficiente potrebbe iniziare a far cinema attenendosi scrupolosamente al libretto: così non è, appunto perché il cinema non è riducibile ad aritmetica. E’ la questione delle “regole” dalla quale siamo partiti (e sei partito dalla regia, più che dal montaggio, sul quale pare ci stiamo fossilizzando) il punto: anche tu ammetti che qualche altro montatore probabilmente (non sicuramente, quindi) sarebbe d’accordo sulla cattiva riuscita della scena — il che vuol dire, per semplice virtù di logica, che non sarebbe di riflesso neanche assolutamente d’accordo sul fatto che quella particolare sequenza sia montata “male”, e quindi col fatto che le “regole” che tu pretendi siano rispettate abbiano una qualche valenza nel caso specifico.PogoOpossum: Ecco. Poi non è vero che i teorici e i semiotici non hanno fatto danni. Il cinema NON SI PUO’ analizzare. Non è arte, è artigianato trasformatosi poi in industria.
Mi dispiace, ma se uno fa montaggio (o regia) perché li ha studiati e si è impratichito nella professione ne sa. Amen.
Il sapere non coincide con la capacità di riuscita.
Credi che io non sappia che Nolan di regia ne sa quanto me e un miliardo di persone messe insieme? Anzi, di più. Ciò non toglie che non vi riesce.
Sgomberiamo il campo da un fattore: il cinema è quanto di più tecnico (e aritmetico esista). Ciò che ne vien fuori no.
Non posso inquadrare con un gradangolo 2 forme lunghe dal basso, perché convergerebbero verso il centro (effetto cassa da morto). Non posso fare una scena se l’illuminazione non è buona.
Il fotografo, di solito, è un bravo “chimico”. Mai viste quante persone lavorano ad un film? Il 90% sono specialisti di settore, tecnici e inquadrati. Nessuna sbavatura è concessa.
Lang diceva che il primo segreto di un buon film sono i buoni operatori.
Insomma, non voglio farla lunga (anche perché non ho tempo) né ammorbarti, né convincerti di qualcosa.
Quello per cui combatto (e sono l’unico deficiente che probabilmente ha un blog anziché preoccuparsi di andare sui set) è che la si smetta di dire con fare arrogante (non tuo, ma di molti), il cinema è così, il cinema è colà, non esistono regole, è soggettivo e così via. Perché altrimenti, non serve che uno faccia la gavetta non pagato, che si prenda rimproveri perché due “cut” vicini stanno malissimo e uno crede di aver realizzato qualcosa da capolavoro… e così via!
Ecco tutto. Perché, torno a dire, è come insegnare il mestiere ad un chimico. Se Spielberg viene qui e mi dice che Nolan è il migliore del mondo, chiederò spiegazioni. Magari mi sorgerà un dubbio, ma saprò valutare quelle spiegazioni.
Poi possiamo star qui a discutere altri 1000 messaggi sulla non validità di questo film (ma non sul fatto che non possa piacere, ci mancherebbe) che sono disposto e contento di dialogare.Gahan: Come tu chiederesti spiegazioni a Spielberg, io le chiedo a te. E capisco che non mi puoi rispondere, perché non hai il film a disposizione. E quello che dici, ovvero che il cinema non si può analizzare, è una cosa che mi fa rabbrividire e che mi pare palesemente falsa: l’unico modo in cui potresti davvero spiegarmi dove e come quella sequenza secondo te è sbagliata (senza fare genericissimi riferimenti ad una non meglio precisata “tensione” e alla tua noia) sarebbe quello di spezzarla in inquadrature e quadri, e spiegarmi ad ogni giro quello che succede, perché non andrebbe bene e cos’altro si sarebbe dovuto fare. Questa è analisi, non c’è altro modo di chiamarla; e che la faccia Bordwell ex-post da “teorico” o la faccia Lee Smith “non-teorico” mentre monta il film, i concetti che la regolano sono i medesimi.
Due forme lunghe dal basso con un grandangolo le puoi inquadrare eccome: guarda Gilliam — se poi Gilliam fa schifo a te (o a Wilder) è tutto un altro conto. L’illuminazione di “INLAND EMPIRE” fa spesso “schifo” in termini riferibili a qualunque altro film, ma il film è un capolavoro per un insieme infinito di motivi — ancora, che magari faccia schifo a te (o a Wilder, o a qualche ottuso executive della ABC) è tutto un altro conto.PogoOpossum: In effetti la parola analisi in tal senso è equivoca: intendevo l’analisi semiotica, estetica e tutte quelle puttanate di quei geni incompresi.
Ovvio che per valutare un film fatto bene bisogna valutare tutti i 24 frame di ogni singolo secondo.
Ora, sgomberiamo il campo da un altro equivoco: non è che un film fatto male non può piacere o non sia valido.
A me “Il cavaliere oscuro” fa schifo per tanti motivi: prima di tutto, per chi come me è legato al fumetto, vedere trasformato un mix straordinario di ottima caratterizzazione (Batman & Co) e storie bellissime dei fumetti a firma Kane in una puttanata semplicistica come quella di Nolan fa incazzare. Non mi è piaciuto il prendersi troppo sul serio e poi non riuscire, non mi è piaciuto come ha mischiato elementi “action movie” con una presuntuosa e mal riuscita dissertazione sul bene e sul male. Non mi sono piaciuti gli attori (Bale su tutti, non è indicato proprio) e la forzatura costante con ciò che è stato (andiamo, Ledger faceva ridere, più che piangere).
Tutto questo, tuttavia, non ne fa un buon, cattivo, brutto, bello etc. film!
Spero di essere stato chiaro. Questo tipo di giudizio non è validante ai fini di un film.
Infatti io non mi meraviglio che sia piaciuto a milioni di persone. Né me ne frega qualcosa. E oltretutto mai dirò con le persone come hanno i loro gusti. Ognuno ha i propri e se li tenga stretto. Mi vien da ridere quando lo definiscono capolavoro. O, peggio, quando definiscono (come molti altri film) pietre miliari che cambieranno la cinematografia e bla bla bla.
Nel primo caso, perché capolavoro non può essere e non voglio recuperare il film per spiegartelo frame per frame.
Nel secondo caso perché chi fa cinema manco li guarda i film che escono. Giusto quei tre o quattro di richiamo all’anno. Se non c’è innovazione tecnologica o non passa del tempo. Magari per chi ne guarderà 100 all’anno ci saranno quelli che non ne guarderanno neanche 1!
Io non guardo più di 25, 30 film all’anno ormai. Ai tempi dell’università ne guardavo 70 (sto parlando di nuove uscite).
Quindi tutto qui. Le mie sono risposte a parole pronunciate troppo di fretta.
Poi, uno se razionalizza pensa pure che chissenefrega, ma è un divertimento star qui (quando possibile) a scrivere, rispondere e confrontarsi con gli altri.
Infine, questione regole: non è che se le inquadri qualcuno ti mette in prigione.
Un errore, voluto o no, è sempre un errore. Oppure deve avere un significato ben preciso. Cioé, inquadri due palazzi alti creando l’effetto cassa da morto perché è una soggettiva di uno ubriaco o perché hai semplicemente sbagliato? Perché pensa che sia artistico? (ma va!).
Nel cinema bisogna entrare vuoti di tutto, dei pregiudizi ma anche delle aspettative. E’ difficile farlo, son d’accordo.
“Inland Empire” non è un film: è videoarte. Puttanate, appunto.
28/09/2008 | 00:36
Ho potuto leggere solo i primi due interventi ma tornerò presto a leggere l’intera discussione che mi sembra interesante e molto promettente. Questi sono tipi di discussioni che mi appassionano. A presto.
28/09/2008 | 01:00
Non voglo esprimere giudizi sulle persone e rispetto l’opinione di tutti nonché il mestiere. Il mondo evolve, la scienza anche. Nata una tecnica ne segue un’arte. Probabilmente l’uomo sarebbe capace di fare arte anche con lo zucchero filato. Allora l’Analisi matematica è un’arte? Penso proprio di no. Anche il pittore (come lo scrittore) usa una tecnica e anche se il semiologo non è capace di fare arte (e non conosce il mestiere) comunque il suo lavoro lo sa fare. Punto.
28/09/2008 | 17:58
sottoscrivo assolutamente l’intervento di luciano
28/09/2008 | 23:16
Bravo Luciano… sottoscrivo anch’io
29/09/2008 | 01:06
Caro Gahan,
mi permetto di darti un consiglio: non sprecare il tuo tempo dietro i deliri di PogoOpossum, uno che ha litigato con mezza blogosfera (e che contestualmente non ha mai trovato uno che lo appoggiasse nelle sue assurde crociate).
Nel 2006 e nel 2007 da me ha fatto sfaceli, criticando tutto il criticabile; del resto si commenta da solo uno che dice che il 90% del cinema odierno è merda.
E per inciso vede solo cinema hollywoodiano, snobbando la cinematografia del resto del mondo perchè la ritiene a priori robaccia.
Chiusa parentesi; tu dirai (e soprattutti egli dirà): “fatti gli affari tuoi!”
Ed in effetti ci può stare, ma resto sempre affascinato da come, sistematicamente, il buon Pogo riesca ad attirare nelle sue facinorose tele nuove “vittime”…
29/09/2008 | 17:07
che carteggio intetressante!
30/09/2008 | 01:12
Sono arrivato solo a metà ma tanto mi è bastato per ritenere “aberranti” le tesi sostenute dal tuo interlocutore.
Solo che io non ho alcun titolo per esprimere tale opinione…
30/09/2008 | 12:49
Dunque. Non sono ancora riuscito a leggere tutto, dato che è una (interessantissima) conversazione che si dilunga parecchio. Da quel che finora ho letto, c’è un problema fondamentale che tale PogoOpossum avanza: il film di Nolan pecca laddove vorrebbe generare tensione, senza tuttavia riuscirvi, dal momento che infrange determinate regole assodate ed accettate universalmente da chiunque faccia (e capisca di) cinema, le quali non fonderebbero la loro veridicità altro che su assiomi matematici (od aritmetici).
Dall’altra parte, Alberto, risponde che il cinema non è affatto bsato su regole precise, bensì su convenzioni il cui margine di efficacia (od effettività?) è assai labile, tanto da essere state modificate od innovate più volte ed a più riprese nella ricca e nutrita storia della Settima arte.
Dal canto mio, credo che ci si sia adentrati in un discorso delicatissimo, per il quale un po’ di verità, probabilmente, risiede in entrambe le antitetiche posizioni. Così su due piedi, sono in ogni caso più propenso a sposare la tesi di Alberto, non di certo perché sto scrivendo sul suo sito, in assenza fra l’altro del suo interlocutore. Ma, se mai, perché credo che questo specifico argomento invada, in modo forse un po’ presuntuoso (ma ben venga, in queto caso), non solo la sfera soggettiva del cineasta, ma ancor di più (e questo è l’aspetto effettivamente più pericoloso) quello della percezxione dello spettatore, sbilanciandosi incoscientemente sui due versanti che lo sguardo di questo ragionamento si ritrova di fronte: la coscienza collettiva, pubblica, comune, di fronte al fruitore, che si rapporta all’opera d’arte con personale e pecduliare rapoporto verso il film. Trovo che per poter affermare o confermare) tesi riguardo alla coscienza pubblica nei confronti del cinema non solo ci vogliano i controcoglioni, ma anche parcchio coraggio. Si è più volte tentato di incanalare il discorso su questi binari, da parte anche di critici o storici autorevoli: basti pensare alle numerose tesi, tutt’oggi avanzate, che si premurano di identificare una nuova coscienza sociale, di fronte al cinema, da parte di un pubblico diabituato a ragionare sul film, specialmente nelle platee italiane: la dicotomia incolmabile venutasi a creare fra il pubblico del dopoguerra, frastornato eppur così ammaliato dalla potenza di verace e al contempo drammatica essenza del neorealismo e quello del boom, prima, del benessere economico/malessere sociale, poi, nei confronti di gran parte di un cinema che diventa più l’occhio guardone o il mezzo di diffusione, che non di comunicazione. Tramite mediatico ed effettivamente prostrato al servizio di una facile )(o facilona) compresione, che in verità non stimoli i cervelli, ma li atrofizzi e li renda complici di un perverso gioco di prevedibile esibizione.
Personalmente non mi azzardo a confermare simili constatazioni, un po’ perché sono troppo giovane per comprendere effettivamente che cosa possa mai significare la percezione del cinema di ieri rispetto al cinema di oggi (possiamo noi vedere il cinema passato, ma con occhi sempre differenti di quelli di uno spettatore degli anni quaranta. Eppure non saprtemo mai, ne dovremo mai azzardarci a supporre che cosa si provasse, a quei tempi, nel vivere l’esperienza - sensoriale - che è il cinema, nelle sue tappe storiche più traumatiche e significative: il pasdsaggio dal muto al sonoro, le innovazioni stilistiche di Griffith o Welles, le sfide tematiche e contenutistiche di Vidor, Chaplin o Vigo ecc…), un po’ perché credo che, comunqe, per quanto l’argomento (davvrero rovente) sia comunque interessantissimo, rischi comunque, soprattutto nel caso specifico, di fuorviare e di limitare fortemente le potenzialità dell’initeressanisima discussione che Alberto e PogoOpossum avevano imbastito.
Ciò, dunque, che più interessa in ambito i critica cinematografica, penso debba essere la percezione soggettiva di un cinema che, però, si espone secondo canoni - se regole aritmetiche o semplici convenzioni ventualmente sovvertibili, questo è tutto da (tentar di) appurare, a questo punto - più o meno universali, che agiscono sulla psiche dello spettatore e ne inluiscono pesantemente sulla percezione del senso. Interessantissimi ed altrettanto prolissi discorsi sul senso e sul significato di un film si potebbero fare, ma non credo possa essere questa le sede adatta (ricordo il blog di un mio concittadini, sul quale un post davvero brillante metteva in luce come anche il “non senso”, nel cinema, corrisponda comunque ad un “senso”, quindi…Apena potrò, se vorrete, linkerò…). detto ciò, penso che il modo peggiore per tentare di attribuire un senso - che sia personale, quindi soggettivo, attenenbdosi comunque ai valori di lettura di cifre stilistiche anche solo lontanamente universali - sia proprio quello di tentare di risalire alle intenzioni del regista (o dell’artista). Confine labile quello fra risultato e mera intenzione, dal momento ch si dà per scontato che, nella lettura di un film, entrambi siano riconducibili alla nostra sfera soggettiva e, quindi, possano anche sovrapporsi. Talvolta sono anch’io caduto nell’errore di valutare un film partenbdo dale intenzioni presunte del suo autore. Ma si è fuori strada. Ciò che conta è un complesso di immagini.
Tentare di “spiegare” Lynch partendo da una singola inquadratura, risalendo, tramite essa, al’intenzione di partnza e conclusiva del regista, è quanto i più sbagliato. Il cinema è insieme di elementi atomici, minimali, che compongono un tutto che diventa tanto grande da ricavare un senso ed una tale magnitudine da ogni piccola fibra che lo componga.
Per questo credo che la sequenza citata da Opossum non basti ad inficiare un film che, peraltro, io stesso di pimo acchitto avevo valutato negativamente e superfiialmente, ponendolo in paragone con l’ottimo Burton, che comunque continuo a preferire. C’è casomai da chiederci che cosa xci rimanga di “The dark knight” dopo un’estenuante visione del film. Essa va vissuta come una vera ondata di emozioni, una vera esperiena sensoriale che, ancora oggi, alle soglie del 3D, continua ad investirci della sua dirompenza e continua a coinvolgerci con la sua immediatezza.
Ragionare su un film, nel momento stesso in cui lo si sta vivendo, è cosa impossibile e totalmente insensata. La tensione non è stata ricavata, non solo perché può essere che Nolan non la volesse generare (ecco qui l’intenzionalità, chiamata in causa quando non la si desoderava), ma anche e soprattutto perché nel momnto in cui si stava guardando (vivendo) la sequenza stessa, la si stava anche tentando di analizzare e scomporre ai suoi livelli ed elementi minimi.
Errore, gravissimo. Il cinema è processo di memoria. Tutto rimane impresso nella memoria, e sarà probabilmente impossibile ricontemplare, nella nostra mebte, ad opera finita, il film nella sua interessa (od integrità). Rimarrano dei frammenti, certo. Ragion per cui sarà già talmente difficile valutare l’opera integralmente, che scomporla nl momento stesso in cui la si sta vivendo equivale ad annullare la visione stessa del film, quindi a negare sul nascere ogni possiile spunto critico.
Io, per l’approccio che ho io (e non dico sia giusto) rispetto al cinema, ho “assimilato” “The dark Knight” solamente dopo due gioni dalla sua visione. Ho avvertito un senso di straniamento, un’incredibile capacità di gestire gli spazi da parte del regista, mai attento alle atmosfere, ma casomai proprio al movimento, al sotile rapporto fra campo e fuoricampo, all’esplorazione quasi salvifica dei set e di ciò che sta dietro (l’elemento del vetro mi è piaciuto parecchio). Ora, come dice giustamente Opossum, l’elemento più utilizzato (od abusato) nel discorso filmico, per generare quella tensione che egli presume che Nolan volesse creare (sempre l’errore dell’intenzionalità), è il montaggio. Nolan lo utilizza pochissimo, tranne che in quella scena.
“The dark night” è un film che non vuole tensione, ma caso mai riflessione, continuità, esaurienza ma mai eccessiva completezza in quello che è il magnifico cammino del cinema: porre domande, senza (quasi) mai darci risposte.
Così, per chiudere, credo che il cinema abbia giocato a confermarsi e smentirsi nel corso degli anni (ormai, secoli). In entrambi i casi lo abbiamo amato per la sua eterna possibilità di comunicare attraverso un linguagio alternativo, che Pasolini considerava traduzione di quello 2reale”, che io semplicemente dfeinisco riproposizione della realtà, attraverso la sua stessa mistificazione.
Siamo di fronte ad un situazione in cui diversi confini stanno venendo meno: cinema del reale/cinema d’animazione, “cinema che coinvolge”/cinema che avvolge (3D), tutte innovazioni che non siamo ancora in grado di valutare, dal momento che le stiamo vivendo sulla nostra pelle, come capitò agli spettatori di “L’arivée d’un train en la Gare de la Chotat” dei Lumiere, che balzarono sulle sedie nel momento stesso in cui il cinema donò loro l’illusione di star vivendo davvero un momento inesistente.
E’ difficile quindi, tarre conclusioni ben precise. Io suggerisco u approccio consapevole e maturo, ma anche profondamente nichilista, reltivo e pronto ad autosmentirsi. Perché nulla è certo nell’esperiena cinematografica. Tutto muta, si parte da un frame, immobile, fermo (come diceva Ghezzi). Ma si finisce per amalgamarlo a cento altri, dado vita al movimento, nello spazio, nel tempo. Questo è il cinema. Ci sfugge di mano nel momento stesso in cui crediamo i averlo colto.
Qualcosa di profondamente diverso, quindi, dalla semplice aritmetica.
PS: scusate se mi sono dilungato, ma ho trovato il post interessantisimo, gli spunti entusiasmanti. Se l’autore ritenesse giustamente che abbia rubato spazio al sito o agli altri, può tranquillamente cancellare questo mio post.
30/09/2008 | 14:46
Richmond: Grazie, grazie del commento. Siamo arrivati addirittura al punto di scusarci per aver contribuito ad una discussione. Non provarci neanche, prego.
Credo di aver identificato il punto del tuo lungo ed interessante intervento nella questione della posizione dello spettatore, in particolare in riferimento al contesto entro il quale fruisce il film. La questione è complicata, si potrebbero citare fior di scritti. Hai anche espresso un’idea di reazione alla visione che, almeno restando alla prima visione soprattutto al cinema, condivido: il fatto che un film ad una prima visione, nonostante l’occhio allenato, è una scoperta e si presenta sempre (in particolare in certi casi) come relativamente nebuloso e polimorfo. C’è la tendenza e la necessità a ricondurre tutto ad unità, ma la cosa non può che essere approssimativa — chi riesce a ricordare una sequenza (o anche solo un quadro, se è per questo) davvero per come è avendo visto il film una sola volta? Io, onestamente, faccio più fatica che altro. Tu hai impiegato due giorni per assorbire il film: io l’ho visto due volte prima di scriverne quelle poche righe, e un’altra ancora dopo. Il fatto cambia parzialmente, a mio avviso, quando si ha il film “fra le mani” e lo si può spezzettare e gestire (=analizzare) a proprio piacimento — e qui, soprattutto, che credo si debba stabilire come si analizza.
30/09/2008 | 15:29
Pwerfetto. Quello che mi preme sottolineare è solamente questo, però:
un quadro offre la posibilità di riflettere, mell’immediato, di scrutarne ogni particolare, di dar luogo ai rigiri della nostra fantasia. Come scrissi già tempo fa, discutendo su tematiche simili (non proprio le stesse): guardando “Il quarto stato” noi potremmo immaginare una parvenza di movimento, scorgere le singole pieghe dei vestiti e dare dinamicità all’immagine. Ma una dinamicità che le conferiamo noi e solo noi. Ci concentriamo con tutte le nostre energie, in quello steso istante, sul quadro, sulla tela. Potenzialmente, così come esiste il fuori campo, potebbe esistere il “fuori tela”. Ma noi non ce ne curiamo. Siamo tutti concentrati ad assimilare quanto più possibile ciò che è racchiuso nella cornice. Identic cosa accade in un libro, dove addirittura possiamo destrutturare la fruizione, andando a ripscare parole lette prima, capitoli già visti, sovvertire la linearotà del racconto. Pur tenendo a mente che, come dice
va Lynch, anche la aprola a suo modo è una struttura e, come tale, può essere scomposta. Da noi.
Nella scultura accade lo stesso. Sddirittura abbiamo un soggetto, od un oggetto, comunque una forma totalmente isolata, che addirittura non ci permette di contemplare ciò che eventualmente c’è intorno. L’oggetto stesso è il fulcro di tutto.
Ma nel cinema? No, qui no. Qui c’è l’elemento tempo (come nella musica), che implica anche l’utiizzo delo spazio. E così la nostra immaginazione si perde più a immaginare contesti o potenziali luoghi mai visti, che non a concentrarsi sull’effettiva immagine che si sta vivendo. L’uso del fuoricampo, nel cinema, spesso attribuito ad un’utilizzazione acuta del sonoro, genera un’esperienza sensoriale totalmente passiva, nel momento in cui la si vive.
Ricomporre la quale, significa essere comunque soggetti ad un qualcosa di fortemente imposto dal regista, più ancora che in tutte le altre forme d’arte. Eppure, eppure…pur essendo espressione artistica così immediata ed impercepibile nel presente, il cinema riesce a suscitare in noi il ricordo, un ricordo molto più vivo di quello di un quadro, se vogliamo. Lo stesso trasfigurare l’immagine, nella mmoria, renderla davvero come un simulacro, ritaglio di luce (od ombra) che si svuota della sua essenza e vaga sena meta nel nostro cervello, fa sì che il film, che nell’immediato ci aveva sottomesso, nella memnoria diventi anche e soprattutto…..NOSTRO.
Il ricordo di un quadro, per quanto trasfigurato nel tempo quanto si vuole, fa comunque riferimento ad un’immagine fissa, sicuramemnte interpretabile (e per questo assolutamente non inferiore al cinema), ma comunque rintracciabile nei meandri dei noistri ricordi come un punto saldo.
Del film, invece, non ci rimane che ciò che in quegli istanti di visione attonita….ci è effettivamente rimasto: il contenuto, il denso significato (che noi, comunque, gli abbiamo attribuito) di formulazioni linguistiche precise, puntuali, scorrevoli. Scartata la forma, ci rimane, finalmente, un senso del cinema.
PS: con questo, non dico certo di ignorare che anche il cinema, al giorno d’oggi, goda (o soffra?) di moderni metodi di fruizione che si allontanano da questi rmantici e forse nostalgici concetti: il Dvd ci permette di interagire, di intervemnire sul montaggio stesso, di spezzare quella visione che, da che mondo e mondo, era sempre e stata unitaria, fluida ed incontrollabile da parte nostra (un film come “Duel”, del quale ho scritto sul mio blog, anche e proprio su quest’aspetto, si dovrebbe vedere al buio, legati alla poltrona e con gli spilli sotto le palpebre, in stile “Opera” di Dario Argento). ma, per quanto io non condanni affatto per partito preso questo stile di approccio al cinema -del quale io per primo, per necessità, usufruisco spesissimo - comunque, penso che conveniamo tutti che un film , per essere compreso al novantanove per cento, dovrebbe esere santificato con il fatiico rito della testa alzata, del buio e della totale astrazione (mentale e fisica) dalla realtà del “di fuori”.
30/09/2008 | 18:08
Richmond: Io mi riferivo al quadro in un film, parte del discorso di un film; chiaramente, il discorso su un’opera pittorica sarebbe diverso, ma ci sarebbero anche molti, moltissimi punti in comune. Anche un quadro ti può rendere “passivo”: nella Gioconda, ad esempio, siamo noi che guardiamo lei o lei che guarda noi? I meccanismi del campo-fuori campo, anche partendo solo da questo esempio, sono in gioco anche in un quadro pittorico.
Sulla passività dello spettatore: non è un mio dogma. Il mio atteggiamento pratico davanti a un film non è mai totalmente passivo; anzi, è mediamente quello di una continua postura di domanda: se io non mi domando le cose giuste, se non dirigo lo sguardo sulle zone del campo che sembrano suggerire significato per interrogarle, il film non funziona, ne perdo il senso. Ovvero: parto dal porre domande alle immagini (e ai suoni, e a tutto il resto) per arrivare a quelli che tu chiami “contesti o potenziali luoghi mai visti”. Il ricordo che ne derivo a visione ultimata risulta da questi processi, e continua ad interrogarmi: è così che inizio a pensare a cos’è il film , a razionalizzare e a scrivere. Bada che ti sto raccontando come vivo le cose io, null’altro.
E sto anche parlando di una prima visione e di una prima recensione conseguente. Quando scrivo un’analisi la cosa è diversa, perché ho rivisto (anche più di una volta) il film, ce l’ho a disposizione e lo posso leggere alla maniera di un testo “scritto”: posso riavvolgerlo e andare avanti, fermare un fotogramma, fare tutto quello che mi serve, in pratica, per razionalizzare ulteriormente ciò che era un flusso ininterrotto. Lì ho il “punto saldo”, e posso parlar meglio del film anziché del mio ricordo (per quanto recente) dello stesso.
Sulla “testa alzata”: è da tempo infinito, in realtà, che in sala la mia testa probabilmente è più abbassata che alzata… Ma a parte gli scherzi, ti dirò che non so se la visione in sala sia necessariamente migliore. Ma di questo, magari, parleremo un’altra volta!
01/10/2008 | 10:27
Ma personalmente, se è per questo, credo anche che l’analisi di una singola sequenza stia alla critica cinematografica come l’analisi grammaticale sta alla “Divina commedia”.
Io stesso mi co sono talvolta applicato, ma solamente per poter dimostrare come il significato del cinema sia riconducibile entro segni ben precisi, codici linguistici, appunto, che tuttavia (tornando al discorso di partenza) non reputo più di tanto aritmeici, quanto propriamente reali. L’analisi di una sequenza, e da qui di un quadro, di un frame, di un’inquadratura e di ogni sua implicazione logica e dedutiva, serve solo ad avicinare il significante al significato, elementi fra i quali nel cinema è quasi sempre posta una linea di demarcazione piuttosto variabile.
Trovo che in fin dei conti occorra cnciliare razionaità ed istinto, quindi analisi testuale a semplice esperienza sensoriale, nel cinema, per (tentare di ) carpirne il senso.
Ciò che rend difficile tutto questoe che quindi spesso ichiede di soffermarsi su particolari…”sintattici” (o lessicali) è semplicemente, a mio avviso, la presenza dell’elemento tempo, che modifica una situazone di immobilità e proprio dalmovimento trae un suo senso ben preciso. E la difficoltà ancora ulterire sta nel fatto che il cinma sfrutta a suo modo ciò ch esiste già nella raltà, per ripordurre (quasi sempe) un evento od un istante che non è mai esistito. Pertanto, nella nostra mente, non abbiamo certo il tempo di interrogarci, vivendo il film, se sia la gioconda di turno a guardarci o se siamo noi a guardarla. Siamo talmente coinvolti e sopraffatti dall’immagine, da reagire d’istinto, da abbassare lo sguardo se gli occhi del serial killer sono troppo sfacciati, da chiudere le palpebre se la scena violenta è troppo efferata, da rigettare al di fuori del nostro corpo immobile emozioni, istinti e reazioni fisiologiche. Così, accade anche, nello stesso tempo, che quell’energia cerebrale che in pittura (o fumetto, o libro, o scultura) impieghiamo intensamente per riconvertire segni stilizzati nell’oggetto di riferimento (capire effettivamente che il vaso disegnato è un vaso, appunto, e non l’insieme di segni che potrebbro assomigliare ad un vaso, ma che in realtà sono tutt’altra cosa) e che quindi ci permette di ragionare nell’istante stesso della visione sull’opera che abbiamo di fronte, nel cinema, invece, rimane atrofizzata sul nascere, per tornare fuori dopo il film, nella misura in cui il ricordo (sia pure trasfigurato), ripeschi quegli stessi segni (inconfutabili, rali), atribuendo loro un significato, che può essere attinente alla realtà stessa (una palla da bowling è una palla da bowling, citando il concetto di “evidenza pellicolare” sollevato da Framco Marineo nel suo libro sui fratelli Coen, comuqnue, volendo, discutibile e valutabile), oppure totalmente distante da essa, traendo sensi differenti da un qualcosa che nella raltà di tutti i giorni ha aparentemente un solo ed univoco significato.
Ecco perché sono sempre più dell’idea che il vero cinema sia quello che comincia dopo il film e che il suo grado di efficacia (il suo valore, cioè) sia dato proprio dal senso chese ne ricava dal icordo, dalla sua complessa organicità.
01/10/2008 | 11:03
Richmond: Nello scambio con PogoOpossum scrivevo appunto che “non bisogna cercare regole (”Adesso voglio un po’ di tensione”), ma significato”. L’analisi di una sequenza, in sé, potrebbe essere, come tu dici, interessante quanto un’analisi grammaticale (e non è che l’analisi grammaticale non sia interessante, volendo): a volersi ridurre a fare un elenco di inquadrature si rischia di esser didattici, noiosi, ovvi. Il senso di un’analisi è però nel tornare sul film e cercare di render piano ciò che il film fa seguendo grammatica e sintassi del cinema, magari anche solo in un suo segmento sensibile, portando meglio a galla il modo in cui lo fa, e quindi il significato che crea. E’ il significato che mi interessa, non la “tensione” (o altro) del montaggio; e se c’è tensione (o altro) nel montaggio mi chiedo: tensione (o altro) verso che cosa?
01/10/2008 | 11:32
Ma suppongo che lui abbia inteso tensione nella sua accezione più popolare, cioè uno stato d’animo generato nello spettatore che è effettivamente prerogativa di gran parte del cinema attuale, paradigmato proprio sul “Duel” spielbergiano. Il punto è che quel metodo non direi assolutamente debba necessariamente essere l’unico per generare tensione. Ho capito (o credo di esseci riuscito, magari in realtà ho preso una cantonata) che Shyamalan è capace di generare tensione da un montaggio a ritmi bassissimi e da riprese statiche, ferme ed immobili (l’antitesi del dinamismo frenetico di “Duel”, tanto per capirci). E aggiungo, ci sono arrivato anche e soprattutto grazie al’analisi sequenza, che non ho mai detto “non essere interessante”, ma semplicemente ho specificato solo come essa sia mlto utile per tradurre i segni cinematografici in parole, vero scopo dello studio cinematografico e della comprensione di un film, in fondo, ma solamente al servizio di una più ampia esegesi che comprenda l’insieme, la totalità, ricavando il senso proprio dal’organicità del film e soprattutto dall’influenza che quegli stessi segni (sicuramente puntuli e precisi) esercitano sulla nostra memoria (necessariamente trasfigurata, nel tempo).
Quindi ribadisco: l’analisi grammaticale, o logica, di metrica, lessicale, semiotica in gener della “Divina Commedia” è interessantisima ed anche essenziale, per capire il verbo fino a che punto può spingersi in un contesto testuale. Ma, in fin dei conti, ciò per cui aprezziamo la Divina Commedia è un insimeme di parole lette in maniera fluida, di getto, seguendo la sua metrica e godendo della sua scorrevolezza, eppure ricavando da tutto ciò (inconsapevolmente e, fose, alla luce magari proprio degli studi particolareggiati, direi addirittura “inconsapevolmente consapevoli”) sugestioni ed emozioni che ci portano a farne una critica od un0analisi alivello complessivo, stilistico ecc…
Dando per scontato tutto il resto.
Questo intendevo.
Quindi criticare Nolan perché ha sbagliato il montaggio in quella specifica scena, pretendendo di sapere che le sue intenzioni fossero effettivamente quelle di generare tensione, non vale proprio. A noi interessa soprattutto il risultato finale, come giutamennte anche tu rimarchi. Se poi esso è antitetico rispetto all’eventuale intezione dell’autore (volendo anche per sua stessa ammissione), poco importa.
02/10/2008 | 13:36
qualcuno non potrebbe semplicemente far notare a questo demente (intendo pogo, non richmond. anche se…) che Ombre rosse è pieno di scavalcamenti di campo?
02/10/2008 | 13:36
spezzerei una lancia a favore della tesi di PogoOpossum - in superficie e comunque sfrondata di parecchia dell’enfasi che ha caricato e dell’intransigenza un po’ presuntuosa delle sue prese di posizione (punto) - il film di nolan a mio parere è stato sopravvalutato, ha sedotto in molti vedere postuma l’ultima performance di ledger e la miglioire della sua carriera (combinazione di eventi che non può non suscitare entusiasmi e palpitazioni), ma la pellicola in sè non aggiunge nulla di nuovo. certi film, a mio parere, vanno valutati a lungo termine, quando è calato e sopito il polverone che li accompagna nella loro uscita nelle sale.
02/10/2008 | 13:40
così prima di sparare cagate del tipo “io sono per il cinema classico” ci pensa due volte.
e ho scritto il precedente commento prima di leggere quello che ha scritto su godard. andara avanti con la lettura ora sarà difficile. meno male che è pronta la pasta.
02/10/2008 | 13:46
ah beh - per rispondere a mario - che l’ultimo batman sia sostanzialmente un pessimo film è poco ma sicuro, ma questo non basta minimamente a spezzare alcunchè in favore dello scempio partorito da opossum, a meno che tu non intenda spezzargliela sulla capoccia.
02/10/2008 | 14:41
Lol, che forte sto Opossum.
“Il cinema è quanto più vicino all’aritmetica si possa immaginare.”
Continuo a ridere.
Byez
02/10/2008 | 15:24
Ahah, bastardo.
Comunque, diciamola tutta. Che Burton sia Burton è fuori discussione e non so nemmeno perché io l’abbia tirato fuori adesso (probabilmente perché continua a rimanermi impresso nella mia mlata mente).
Ma dire che il film di Nolan sia pessimo è una sandrata, dai!
Complessivamente, nella sua totalità, appunto, e non nelle sue componenti pseudoaritmetiche, geometriche, algebriche o statistiche……non lascia di certo vuoti, ma riempie (e non di merda). Va detto.
26/10/2008 | 20:29
Scusa. Ho letto solo ora. Non avrei avuto tempo, non ne ho e non ho voglia di tornare su cose che poi alla fine non mi interessano più di tanto.
Non volevo defilarmi dalla discussione (sarebbe stato interessante con Richmond).
Per rimanere in argomento, a distanza di qualche mese, “Il cavaliere oscuro” mi sembra ben peggio della mia prima valutazione. L’ho rivisto in lingua originale. Pataccata straordinaria.
E mi fa pure piacere che a Country io manchi. In fondo nel suo blog monologo (sono tutti d’accordo quasi sempre con lui) io servivo a mettere carne al fuoco.
Saluti.