albertodifelice.com

Redbelt (Mamet, 2008)

Voto: **

redbelt Redbelt (Mamet, 2008)

Mamet tornato alla regia costruisce sull’intensificazione e lo sgravamento, in spazi liofilizzati di allenamenti e parallele contrattazioni. Mike Terry (Chiwetel Ejiofor) insegna subito a una classe di pochi uomini medi, spoglie tentennanti ma ancora in piedi di un mesto senso morale, che ad ogni situazione (strategica, fisica, e—possiamo dar per scontato—anche morale, appunto) c’è una via d’uscita: va da sé che sta insegnando a sé stesso, e che conseguentemente lo script si sta già avviando a metterlo di fronte alla situazione e gli imporrà infine di trovare una via d’uscita. La voce in cattedra, in altre parole, sa di sapere ma non sa ancora; più che un’esposizione di regole sembra il preludio ad una prima mossa di distrazione.
Infatti, i concetti del combattere e del prevalere—una distinzione che forse non ha fondamentalmente ragione d’esistere, nonostante ci si debba convincere del contrario—sono la base della sfida all’autocontrollo di un protagonista incorruttibile (ma non incorrotto), che più che braccato da mille forze, da queste viene messo sotto il riflettore di un gioco che si allarga su di lui. Mamet conclude la sua vicenda in un ring dove le regole che lui stesso ha suggerito sono espedienti sottobanco, nel momento nevralgico delle sue scelte di sopravvivenza. Il protagonista consoliderà il suo “insegnamento”? E, se sì, lo farà tirandosi da parte o disfacendo dietro le quinte (o forse no) l’intera situazione?
Il titolo preannuncia che c’è una “cintura rossa”, e chiaramente quella cintura altri non è che chi la porta; così pure non è difficile intuire che costui sarà proprio il protagonista, alla fine della giornata. Ma Mamet sa sempre distrarti con le sue stesse scelte. Si potrebbe definire, ad esser superficiali, la conclusione ovvia (e leggermente retriva) alla classica storia dell’«uno contro tutti»—fra gli altri abbiamo quelli che paiono brutti stereotipi del film d’azione schwarzeneggeriano: attori e relativi agenti dalla doppia faccia (i cari Tim Allen e Joe Mantegna) e moglie latina con fratello “manager” (Alice Braga e Rodrigo Santoro), entrambi questi ultimi, anche loro dalla doppia faccia—se non fosse ad esempio che il primo marchio americano è nero, e che il suo jujitsu è un «flashback della Guerra del Golfo» che viene giusto menzionato, e che vediamo però abbastanza esplicitamente su un set cinematografico.
Rimangono soprattutto dubbi, insomma, un gusto rannuvolato in questa nuova ragnatela urbana, insegnamenti inflessibili la cui verità non può essere né provata né smentita. Nonostante qualche schematismo, la complessità dei caratteri e del mondo retrostante rimane fino all’inquadratura finale, che termina con un abbraccio (come succedeva anche in Edmond) il cui contenuto si fatica a racchiudere univocamente. Terry reagisce con sullo sfondo immagini rimosse di soldati che indicano con un pennarello il loro numero dietro agli scarponi, mentre quegli stessi soldati tornati a casa in abiti civili sono prossimi a farsi saltare i piedi sopra altre mine. Si sono tirati fuori?

Recensione pubblicata su Cine Zone

Share/Save/Bookmark

2 commenti a questo articolo

souffle scrive:
11/09/2008 | 14:40

ciao, molto interessanti le tue considerazioni.
Io ho trovato che questo film sia Mamet allo stato puro: grande scrittura, adesione totale allo script, nessuna digressione (tutto deve tornare alla fine) nessuno sbrodolamento, essenzialità. Una storia raccontata per immagini, come il cinema (secondo Mamet) deve essere.
E mi piace la dichiarazione del protagonista per cui quello che conta è il combattimento non la competizione, una differenza che è sottile ma fondamentale e alla quale Mamet tiene ma senza farne un assunto morale, gli serve per mettere in moto il suo meccanismo.
Ecco quello che per me differenza Mamet da altri sceneggiatori: non ci fa la predica, ci racconta la favola della buonanotte. un saluto.

amosgitai scrive:
12/09/2008 | 08:48

Beh, è tornato. Una storia diversa da quelle raccontate in passato da Mamet. Il genere non mi si addice, ma il regista merita sempre una visione.

Scrivi un commento