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The Air I Breathe (Jieho Lee, 2007)

Voto: *½

air-i-breathe The Air I Breathe (Jieho Lee, 2007)

Se nel caso della celebrata accoppiata fra Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga si può avere (più di) un esitante sospetto, per chi scrive comunque mai soverchiante, nel film del coreano-americano Jieho Lee la farragine della costruzione (in sé, a dire il vero, ormai talmente sovraesposta da risultare quasi del tutto scontata; qui in particolare, di più, letteralmente lineare e circolare) si presenta come più chiaramente segno dell’abitudine di un maquillage di discreta presa momentanea, ma con la magari involontaria alterigia di chi dà per scontato che, trovato un proverbio cinese e fattevi incastrare per suo tramite quattro storie, noi si debba pensare che le storie stesse siano naturalmente in accordo e significative.
Ricostruita a Città del Messico è una metropoli americana che per la sua disfunzionale tassonomia rimanda subito a Los Angeles (solo, con molti meno messicani in vista), dove “persone sole” sono nel bel mezzo del flusso di soldi (e destini, e ricordi) che girano e minacciano di lasciarsi prendere. La regola è: se cerchi di prendere i soldi, ci rimani secco. Vagamente noir (e molto noir nel secondo segmento, intitolato al personaggio di Brendan Fraser), con le voci over dei quattro personaggi a tentare di dirci qualcosa, affonda—e non potrebbe essere altrimenti—a piene ginocchia nel post-moderno; difatti la presenza in scena della pop star Sarah Michelle Gellar cita fuori dai denti la sua porno star Krysta Now per Richard Kelly, a richiamare altri scenari di sfaldamento incrociato sugli schermi tv del contemporaneo.
Sarebbe però consigliabile prendersi poco sul serio (come faceva, se non ve ne siete accorti, Kelly; e come, per rimanere forse meglio vicini al tipo di film, faceva ad esempio Slevin), quando oltre ad una star interpretata dalla Gellar si ha intenzione di chiamare a raccolta anche un dr. Kevin Bacon esagitato, in cerca di sangue, in giro per frigoriferi e sale operatorie, come neanche i suoi invisibili scienziati mitomani. Il cast (dei quattro, almeno) non brilla, in altre parole, fatta eccezione per il citato Fraser ed un Forest Whitaker che si mette con routine scientificamente al sicuro la parte. Peccato il suo segmento, e l’opzione di renderlo trait d’union finale, sia anche la scelta più nebulosa dell’approssimato script—del regista con Bob DeRosa.
Lo stesso film non sembra alla distanza che una routine che comincia a girare troppo seriosamente a vuoto, con poco o nessun gusto da parte dell’esecutore, sotto il peso di quattro impegnativi pilastri della vita (felicità, piacere, tristezza e amore, secondo questa versione dei cinesi) resi ognuno invariabilmente sulla stessa nota. Tanto che non si sa di che cosa farsene della presunta varietà di questi punti di partenza; e il pensiero più pressante è che, come del resto già detto, assieme queste quattro indifferenti note non conoscano la fine del motivetto che è stato ordinato loro di intonare.

Recensione pubblicata su Cine Zone

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5 commenti a questo articolo

UnoDiPassaggio scrive:
08/09/2008 | 15:01

Kelly faceva FINTA di prendersi poco sul serio, suvvia.

Alberto Di Felice scrive:
08/09/2008 | 16:52

UnoDiPassaggio: La tua precisazione è sacrosanta.

Ale55andra scrive:
08/09/2008 | 22:15

Molto probabilmente lo vedrò, anche se ho una sorta di idiosincrasia per la Gellar…

cinemasema scrive:
09/09/2008 | 15:48

Non so se lo vedrò. Già non ero molto convinto, poi leggendo la tua recensione ha prevalso il dovere di usare bene il poco tempo di cui dispongo.

Mario scrive:
11/09/2008 | 13:48

chissà perchè ma già presentivo la stronzata…

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