PogoOpossum: Accetto ovviamente pareri discordanti, ma non comprendo.
Non comprendo come da troppe parti si parli di gran film e gran direzione artistica.
Ora, tralasciando i gusti personali che restano - per fortuna - insindacabili, non mi si può venire a dire che Nolan ha diretto bene il film (perché non l’ha fatto… bastano un po’ di rudimenti di regia) e che il film sia granché oggettivamente (ma quel finale con i galeotti che smentiscono il Joker è così ridicolo da essere degno erede dei film comici anni Settanta).
La risposta che mi son dato è che questo film è piaciuto a tutti i non addetti ai lavori, a chi cioè valuta in base alle proprie emozioni e/o sulla base di sensazioni. […]
Gahan: Posso chiedere, di grazia, in base a quali “regole” si può dire che Nolan abbia girato “male”? Premesso, come dovrebbe essere chiaro a tutti coloro che hanno “rudimenti di regia”, che il cinema non è aritmetica, le regole non esistono, e che se si pensa il contrario rimaniamo al dire che “Fino all’ultimo respiro” è girato male.
PogoOpossum: Il cinema è quanto più vicino all’aritmetica si possa immaginare. Ha regole precise e vanno rispettate. Solo la coscienza storica europea (Ragghianti, Arnheim e così via) ha prodotto degli studi di settore che volevano elevarlo ad arte ed è diventato nel tempo un leit motiv che ha contagiato centinaia di appassionati.
Chi ha rudimenti di regia sa già che il cinema è aritmetico (altrimenti qualcuno mi spieghi regole di 180°, 30° etc…).
Solo, che è uno dei linguaggi più complessi che esistano ed è continua evoluzione. Per questo oggi proporre una 360° non è così grave (a me continua a dare fastidio, ma io sono per il cinema classico), ma non vedo in giro per il mondo scavalcamenti di campo in caso di dialogo, perché altrimenti le persone in sala non capirebbero.
Il compito di un regista è dirigere e quindi far scorrere la storia, indirizzare gli attori (infatti, che il montaggio del filmettino faccia schifo non è colpa di Nolan… almeno in parte): il registuncolo l’ha fatto male. La direzione degli attori è stata pessima, compresa la richiesta a Ledger di andare sopra ogni riga (il troppo storpia). Bale, come ho già scritto sta a Batman come un passerotto ad un falco. A nessuno viene in mente che Keaton sia Batman anche senza la maschera perché forse è merito di Burton?
Tornando al filone principale: ha diretto male, perché il film si divide in pezzi che si attorcigliano su se stessi, noiosi e inconcludenti e pezzi sconclusionati (andiamo, l’inseguimento di quella moto - la moto più stupida della storia della fantascienza, per inciso - sembra girato da Bay quando aveva 5 anni!).
E sì. “Fino all’ultimo respiro” è girato male (ma più che altro perché fa schifo, mica perché è contro regole). E non lo dico io, ma un certo Billy Wilder, che definì il regista un “dilettante presuntuoso”. E i suoi film robetta…
Gahan: Tutto quello che hai scritto su questo specifico film, ovviamente, è discutibile nel merito. Ma visto che, va da sé, non offri esempi ma apodittici giudizi, rimarremo a questo livello di scontro. Anche perché se parti da certi preconcetti non c’è molto spazio per discutere. Citare Wilder (anch’io sono per il cinema classico, e vorrei vedere — ma grazie al cielo non esiste solo quello, altrimenti avremmo finito da un pezzo) non ha senso, se non per pararsi il culo opponendo il pensiero ed il cinema di due autori completamente diversi. Abbiamo scoperto l’acqua calda.
Nel cinema, e questo però lo possiamo chiarire subito, non esistono REGOLE ma CONVENZIONI. E sono convenzioni che sono state e saranno sempre sfidate, perché legate per lo più ad esigenze di “chiarezza” narrativa sempre più sfaldate dall’evoluzione della società. L’unica cosa che conta è quello che la messa in scena significa, non se rispetta delle convenzioni. Se la pensi in modo diverso, mi dispiace per te.
PogoOpossum: Gahan: esempi? La scena dell’inseguimento con la moto è girata male perché annulla completamente la tensione. Ora, il cuore pulsante di un film del genere è il montaggio. Un buon montaggio può risollevare le sorti di un film, ma non viceversa. Cioè non può affossarlo. Questo perché il montaggio agisce sulla grammatica essenziale del cinema (turnazione di parola, successione dell’azione, linea del tempo etc…), ma non sul suo linguaggio (puoi montare prima o dopo una panoramica a schiaffo, ma sempre tale resta). Il montaggio agisce sulla continuità della comprensione umana, mentre il linguaggio sull’immediatezza dell’evento (cosa rappresenta per lo spettatore la mdp a mano sulla spiaggia di Omaha se non lo sguardo per conto del pubblico di uno dei soldati? E la sua eccessiva mobilità cosa trasmette se non confusione, paura, velocità dell’azione e così via?).
La scena annulla completamente la tensione perché la scelta stilistica di Nolan anticipa gli eventi. Non è importante determinare come (volutamente, involontariamente), perché tanto il prodotto finale è di una noia mortale (che sfizio c’è a leggere un romanzo dove un esterno ti ha detto chi è l’assassino?).
Ora, non è che mi vado a procurare il film solo per degli esempi concreti. Insomma, è passato più di un mese e io i filmettini li dimentico. La scena finale, ad esempio, è una telefonata delle peggiori. Si preoccupa di avvisare uno spettatore che sa già per via di una sceneggiatura più che traballante. È fin troppo evidente che il signore animatamente impegnato per la conquista del telecomando non riuscirà a schiacciare il tasto (condizione necessaria perché Joker sia sconfitto, secondo la prevedibilissima trama), ma Nolan non si preoccupa di mascherarlo. È proprio un degno film di un fumettista da quattro soldi qual è Miller. Sicuro che tutti i grandi ammiratori di questo film abbiano mai letto una storia a firma Kane?
Chiuso il primo capitolo passiamo al secondo. Cosa c’entra Wilder con il discorso generale? Cioè Wilder ha definito Godard quello che nell’ambiente tutti sussurrano, ma nessuno grida.
È vero, l’ho citato per non avere la solita discussione del tipo “chi sei tu per dirlo”; ma non giudicavo un cinema “moderno” perché non è più “classico” (se rileggi bene il pensiero ho specificato un mio gusto personale, non un metro di giudizio… più attenzione nella lettura please).
Più mi confronto con gli studenti di cinema– se non sei studente di cinema sei più che giustificato – più comprendo che i danni della filosofia post nouvelle vague siano infiniti (in Europa, in USA si preoccupano di fare cinema).
Convenzioni e regole nel mondo del cinema sono sinonimi (basta essere stati una volta su un set cinematografico). Su un set non c’è nessuno con un fischietto pronto a fare contravvenzioni al primo che opta per superare la barriera dei 180°. Wilder (tanto per mostrarti che non lo cito solo quando mi fa comodo) sosteneva che non ci sono regole – palese è la violazione della voce narrante del capolavoro “L’appartamento” – e che un regista non doveva porsi problemi. L’unica regola era essere al servizio della storia. Ora, per essere al servizio della storia bisogna seguire delle determinate procedure che nel tempo sono diventate regole. Cioè dopo il primo che ha capito che durante un dialogo è bene evitare scavalcamenti di campo, gli altri si sono accodati. Certo, come ho anche anticipato – e come tu sostieni – essendo un linguaggio in rapida evoluzione subirà nel tempo modifiche, forse la turnazione di dialogo non sarà affidata più a campo/controcampo sull’asse, ma a scavalcamenti continui, perché no. Il problema è solo se comprensibile.
Intanto sono tutti contenti quando vedono un film dei Coen o di Eastwood; anche perché, sarà pure che è importante ciò che significa la messa in scena (ma chi t’ha detta sta cosa, Cassetti in persona?), ma se ti sei divertito – esempio – con i combattimenti di “Transformers” sei poco esigente. Io mi sono innervosito… eppure mi sembrava fin troppo chiaro il significato.
Gahan: Apprezzo la tua risposta. Ora, sull’inseguimento della moto, ho un’obiezione molto semplice: hai provato a farmi un esempio (approssimativo come non potrebbe non essere, dato che non hai qui il film a disposizione), ma il tutto si limita ad affermare con un non sequitur che non c’è tensione, e che quindi c’è noia. La noia, lo dico sempre, non è una caratteristica del film: è solo ed esclusivamente la reazione dello spettatore, e può essere causata da mille fattori esterni al film stesso. Avresti potuto dire che non c’erano “donne nude”, il risultato e la logica sarebbero stati identici. Lo so, è una sparata, ma è esattamente quello di cui parlavo: non bisogna cercare regole (”Adesso voglio un po’ di tensione”), ma significato. Io, ad esempio, non mi sono annoiato affatto. Dietro al tuo ragionamento c’è il presupposto che dovesse esserci “tensione”, ma non è così. Tutto nella costruzione di quel segmento narrativo (anche per come lo costruisce la sceneggiatura, che appunto ci ha già detto quello che sta per fare il Joker) rema contro una tale richiesta di “tensione” (che comunque si potrebbe specificare): pensa ad esempio alla musica extradiegetica. C’è secondo me un senso diverso in quella sequenza, ed è quello fermato dall’immagine del Joker fuori dal finestrino: non c’è “tensione” ma “sospensione”, che è cosa ben diversa.
Sulla seconda parte del tuo argomento. Ho capito che stavi esprimendo una tua preferenza (i Coen e Eastwood fanno contento anche me, e molto, Michael Bay sensibilmente meno; ma stai dicendo che Michael Bay è uguale a Nolan, che “Transformers” è uguale a “The Dark Knight”? Beh, ci sono mille ragioni per non esser d’accordo), ma mi sembra abbastanza facile ricavare che la tua preferenza, come in questo caso (per non parlare di Godard — per il quale, tra l’altro, non stravedo affatto), si riflette sul tuo giudizio. E’ una cosa perfettamente normale, umana, inevitabile per tutti.
La chiarezza narrativa è ovviamente un bene prezioso — non sono formalmente studente di cinema, in compenso ho letto Bordwell, fra gli altri, e credo di saperne qualcosa. Il problema è che gli standard di chiarezza, come abbiam detto, sono variati e variano: uno spettatore che vede “The Dark Knight” nel 2008 ne capisce perfettamente l’azione e la narrazione, abituato ad esempio alla trilogia di “Bourne”, quando allo spettatore di quarant’anni fa sarebbe sembrata largamente inintelligibile. Conta anche che una certa “nebulosità” della narrazione è diventata fattore portante del post-moderno, ed è essenziale tenerne conto: l’essere “al servizio della storia” non è più la Verità. Poi si può argomentare che ci sia stato un abbassamento degli standard di artigianalità, ma per valido che sia come argomento mi sembra sempre rifiutarsi di venire a termini col cambiamento, facendo attenzione più al lato meramente “tecnico” che non a quello più largamente estetico.
>immagine del Joker fuori dal finestrino (io)
Che poi, mi pare, nella frase sottolineata ho scritto una cavolata perché starei parlando di un altro momento del film. Mi son confuso — è passato più di un mese anche per me. Rimane il ragionamento che la precede.
PogoOpossum: Gahan: non so se iniziare da una premessa o posticiparla (in entrambi i casi la risposta al quesito è collegata alla spiegazione).
Risponderò prima. La tensione nella scena era necessaria, perché così ha iniziato a girare Nolan. Il linguaggio era chiaramente portato a creare tensione (altrimenti una scena di inseguimento viene fatta in maniera statica, non accellerando la percezione di movimento). Hai presente le auto di Formula 1? Vanno a 300km/h ma tu le vedi che sembrano ferme. Sono leggi fisiche. La velocità è palesata allo spettatore con artifici tecnici di linguaggio. O effetti speciali al giorno d’oggi.
Nolan ha quindi sbagliato lo stesso. Voleva creare questa fantomatica “sospensione” partendo da una scena chiaramente di “tensione”?
Michael Bay è meglio di Nolan, perché semplicemente è un’idiota con una mdp a disposizione, mentre il registuncolo cerca di fare pure trattati filosofici sul rapporto interiore tra bene e male (e per questo usa Miller!).
E ora quella che poteva essere una premessa e ho preferito posticiparla.
Una discussione molto accesa nasce spesso tra studenti di varie facoltà sulla questione di dove si studia di più etc… L’equivoco di fondo presente in quel tipo di discussioni è l’accessibilità. Gli studenti confondono l’accessibilità di una materia con lo studiare o meno.
Il cinema e lo studio del cinema (soprattutto così come pensato nelle Università italiane) è sicuramente di maggiore accessibilità rispetto, ad esempio, alla chimica.
Resta però il fatto che studiarlo per bene comporta un bel po’ di lavoro. E se ci sono professori che ti aiutano è meglio. Con questo non pretendo che i non studiosi “puri” non provino ad accedere, o che non abbiano diritto a dire la propria. Richiederei, tuttavia, da parte loro più rispetto per chi potrebbe saperne di più.
Dici Bordwell tra gli altri. Ora, non so chi siano gli altri (finisce che sono Metz e Deleuze?), ma non è che Bordwell - che è un teorico - è al riparo dal dire cazzate.
Insegno saltuariamente Storia del Cinema e Storia del Fumetto. Sono un montatore (lontano anni luce da gente di ben altro livello, comunque è una cosa di cui mi occupo).
La mia seconda laurea è in cinema e mi sono laureato con un professore che con Metz prendeva il caffé e gliele diceva in privato quando fossero sbagliate alcune sue teorie.
Ovviamente, non sono esente dal dire puttanate. Anzi, lo faccio molto spesso. Non si finisce mai di imparare.
Saprò (permettimi) giudicare, tuttavia, quando un linguaggio cinematografico è orientato ad ottenere un risultato che non ottiene.
Tu andresti a dire ad un chimico come si sviluppa una formula per trovare il composto? Penso di no, a meno che non sia anche tu un chimico.
Invece, a me, fa piacere che si discuta. E fa piacere pure che ci sia contraddittorio. Ed è giusto pure che tu mi dica cosa secondo te è giusto e cosa io avrei sbagliato. Perché, di cavolate ne posso dire eccome.
Però attenzione al modo in cui ti procuri le conoscenze. Rischi di considerare Metz come una verità (ad esempio!) e credere che la Sintagmatica della colonna visiva sia verità.
Anche ammettendo che quel mucchio di puttanate siano valide, c’è un errore macroscopico: un sintagma descrittivo non può essere cronologico! Va da se.
Il tutto per dire che per sapere meglio certe cose bisogna spaziare a 360°. E se leggi Bordwell, dovresti leggere anche Syd Field. Per dire.
E, per favore, smettetela di usare il post-moderno nel cinema. I semiotici, i filosofi del cinema, gli etichettatori sono un mucchio di frustati che vorrebbero stare su un set ma non possono. Così si inventano i sintagmi.
Mai stato su un set? Ma ce lo vedi un regista che dice: andiamo ragazzi, un bel sintagma a graffa qui e poi giriamo un alternato!
Ma perfavore.
P. S. infatti “Bourne” potrebbe essere un capolavoro, visto che è tutto merito della sceneggiatura (la regia fa schifo).
E comunque, nulla di personale eh! Vieni quando vuoi a “litigare” sulle mie stroncature (sono cattivo. il 90% dei film che escono al giorno d’oggi sono puttanate!).
Per inciso è una delle prime volte (ed ultima) che rivelo qualcosa di me.
Il discorso, tuttavia, lo richiedeva.
Se sono sembrato arrogante o che abbia voluto vantarmi (e di che? non mi pagano quando faccio qualche lezione e non mi pagano bene per montare), chiedo scusa.
Gahan: Bordwell di cazzate ne dice fin troppe: infatti “The Dark Knight” non gli è piaciuto. Bordwell, citavo lui non a caso, come accademico è uno estremamente pratico, proprio la tua “cup of tea” intuisco: basa la sua analisi stilistica proprio sulla funzione narrativa della messa in scena, dei sintagmi di Metz se ne sbatte (e, diciamolo, me ne sbatto volentieri anch’io) — e se aggiungiamo l’assistenza di Kristin Thompson giungiamo proprio all’analisi delle tecniche dello script tout court.
E per la grande stima che posso avere ed il tanto che ho imparato da questo punto di vista da lui, focalizzarsi solo su queste cose porta a quello che ho detto nel commento precedente, ossia a concentrarsi troppo sul lato meramente “tecnico” perdendo quello più largamente estetico, ovvero la metafisica dietro la tecnica, per usare i termini di Bazin: è il vecchio proverbio per il quale si è così occupati a guardare gli alberi che non si riesce a vedere la foresta.
Quindi, con tutta amicizia e tutto il rispetto, quando leggo te che dici che Nolan “il registuncolo cerca di fare pure trattati filosofici sul rapporto interiore tra bene e male”, non posso non avere qualche dubbio. E’ una tua opinione, ma non è una sentenza oggettiva paragonabile all’inconfutabile responso di un chimico contro la mia semplice opinione da profano. Qualche altro montatore qualificato come e più di te, son sicuro, entrerebbe qui all’istante per contraddirti.
PogoOpossum: Bordwell è teorico. Pratico come teorico, non c’è che dire… ma è un teorico.
Che non gli sia piaciuto “Il cavaliere oscuro” era fin troppo facile da capire.
Nessun montatore mi smentirebbe sul montaggio (fa schifo. Punto), né, probabilmente sulla cattiva riuscita della scena (non funziona, punto).
Al massimo potrebbe dire che il mio giudizio complessivo sul film è sbagliato.
Intendiamoci: il mio non è legge. Ognuno la pensi come vuole.
Qui il discorso si è anche spostato: questa cosa per cui tutto è relativo rompe veramente le scatole. Il cinema si basa su determinate regole (strutturali, di linguaggio e tecniche) e non si può ignorarle. Perché se non si può giudicare bene o male un montaggio, non è possibile neanche insegnarlo.
Ah, il giudizio estetico è puramente soggettivo. Da quel punto di vista non possono esistere giudizi.
Gahan: >Nessun montatore mi smentirebbe sul montaggio (fa schifo. Punto), né, probabilmente sulla cattiva riuscita della scena (non funziona, punto).
Chiaramente non possiamo fare la prova, dato che a quanto pare sei l’unico nei paraggi e bisognerebbe avere una rosa un minimo più ampia che non la tua semplice rassicurazione. Bordwell è un teorico, sì, e questo non cambia di una virgola quello che dice e illustra; se dobbiamo farne una questione di questo tipo, possiamo tranquillamente dire: non è che i “non teorici” non sparino cazzate. Ne sparano fin troppe. Il fatto di essere montatori non assicura che si sappia di montaggio: d’altronde Lee Smith è un montatore, quindi a rigore dovrebbe saperne, e secondo te invece è un incompetente. Ne sa più lui, che ha avuto una nomination all’Oscar, o tu?
Non è una questione di “tutto è relativo”. Il cinema si può analizzare secondo le proprie unità costitutive — ma è un’analisi, non un libretto di regole da seguire scrupolosamente. Se fosse così qualunque deficiente potrebbe iniziare a far cinema attenendosi scrupolosamente al libretto: così non è, appunto perché il cinema non è riducibile ad aritmetica. E’ la questione delle “regole” dalla quale siamo partiti (e sei partito dalla regia, più che dal montaggio, sul quale pare ci stiamo fossilizzando) il punto: anche tu ammetti che qualche altro montatore probabilmente (non sicuramente, quindi) sarebbe d’accordo sulla cattiva riuscita della scena — il che vuol dire, per semplice virtù di logica, che non sarebbe di riflesso neanche assolutamente d’accordo sul fatto che quella particolare sequenza sia montata “male”, e quindi col fatto che le “regole” che tu pretendi siano rispettate abbiano una qualche valenza nel caso specifico.
PogoOpossum: Ecco. Poi non è vero che i teorici e i semiotici non hanno fatto danni. Il cinema NON SI PUO’ analizzare. Non è arte, è artigianato trasformatosi poi in industria.
Mi dispiace, ma se uno fa montaggio (o regia) perché li ha studiati e si è impratichito nella professione ne sa. Amen.
Il sapere non coincide con la capacità di riuscita.
Credi che io non sappia che Nolan di regia ne sa quanto me e un miliardo di persone messe insieme? Anzi, di più. Ciò non toglie che non vi riesce.
Sgomberiamo il campo da un fattore: il cinema è quanto di più tecnico (e aritmetico esista). Ciò che ne vien fuori no.
Non posso inquadrare con un gradangolo 2 forme lunghe dal basso, perché convergerebbero verso il centro (effetto cassa da morto). Non posso fare una scena se l’illuminazione non è buona.
Il fotografo, di solito, è un bravo “chimico”. Mai viste quante persone lavorano ad un film? Il 90% sono specialisti di settore, tecnici e inquadrati. Nessuna sbavatura è concessa.
Lang diceva che il primo segreto di un buon film sono i buoni operatori.
Insomma, non voglio farla lunga (anche perché non ho tempo) né ammorbarti, né convincerti di qualcosa.
Quello per cui combatto (e sono l’unico deficiente che probabilmente ha un blog anziché preoccuparsi di andare sui set) è che la si smetta di dire con fare arrogante (non tuo, ma di molti), il cinema è così, il cinema è colà, non esistono regole, è soggettivo e così via. Perché altrimenti, non serve che uno faccia la gavetta non pagato, che si prenda rimproveri perché due “cut” vicini stanno malissimo e uno crede di aver realizzato qualcosa da capolavoro… e così via!
Ecco tutto. Perché, torno a dire, è come insegnare il mestiere ad un chimico. Se Spielberg viene qui e mi dice che Nolan è il migliore del mondo, chiederò spiegazioni. Magari mi sorgerà un dubbio, ma saprò valutare quelle spiegazioni.
Poi possiamo star qui a discutere altri 1000 messaggi sulla non validità di questo film (ma non sul fatto che non possa piacere, ci mancherebbe) che sono disposto e contento di dialogare.
Gahan: Come tu chiederesti spiegazioni a Spielberg, io le chiedo a te. E capisco che non mi puoi rispondere, perché non hai il film a disposizione. E quello che dici, ovvero che il cinema non si può analizzare, è una cosa che mi fa rabbrividire e che mi pare palesemente falsa: l’unico modo in cui potresti davvero spiegarmi dove e come quella sequenza secondo te è sbagliata (senza fare genericissimi riferimenti ad una non meglio precisata “tensione” e alla tua noia) sarebbe quello di spezzarla in inquadrature e quadri, e spiegarmi ad ogni giro quello che succede, perché non andrebbe bene e cos’altro si sarebbe dovuto fare. Questa è analisi, non c’è altro modo di chiamarla; e che la faccia Bordwell ex-post da “teorico” o la faccia Lee Smith “non-teorico” mentre monta il film, i concetti che la regolano sono i medesimi.
Due forme lunghe dal basso con un grandangolo le puoi inquadrare eccome: guarda Gilliam — se poi Gilliam fa schifo a te (o a Wilder) è tutto un altro conto. L’illuminazione di “INLAND EMPIRE” fa spesso “schifo” in termini riferibili a qualunque altro film, ma il film è un capolavoro per un insieme infinito di motivi — ancora, che magari faccia schifo a te (o a Wilder, o a qualche ottuso executive della ABC) è tutto un altro conto.
PogoOpossum: In effetti la parola analisi in tal senso è equivoca: intendevo l’analisi semiotica, estetica e tutte quelle puttanate di quei geni incompresi.
Ovvio che per valutare un film fatto bene bisogna valutare tutti i 24 frame di ogni singolo secondo.
Ora, sgomberiamo il campo da un altro equivoco: non è che un film fatto male non può piacere o non sia valido.
A me “Il cavaliere oscuro” fa schifo per tanti motivi: prima di tutto, per chi come me è legato al fumetto, vedere trasformato un mix straordinario di ottima caratterizzazione (Batman & Co) e storie bellissime dei fumetti a firma Kane in una puttanata semplicistica come quella di Nolan fa incazzare. Non mi è piaciuto il prendersi troppo sul serio e poi non riuscire, non mi è piaciuto come ha mischiato elementi “action movie” con una presuntuosa e mal riuscita dissertazione sul bene e sul male. Non mi sono piaciuti gli attori (Bale su tutti, non è indicato proprio) e la forzatura costante con ciò che è stato (andiamo, Ledger faceva ridere, più che piangere).
Tutto questo, tuttavia, non ne fa un buon, cattivo, brutto, bello etc. film!
Spero di essere stato chiaro. Questo tipo di giudizio non è validante ai fini di un film.
Infatti io non mi meraviglio che sia piaciuto a milioni di persone. Né me ne frega qualcosa. E oltretutto mai dirò con le persone come hanno i loro gusti. Ognuno ha i propri e se li tenga stretto. Mi vien da ridere quando lo definiscono capolavoro. O, peggio, quando definiscono (come molti altri film) pietre miliari che cambieranno la cinematografia e bla bla bla.
Nel primo caso, perché capolavoro non può essere e non voglio recuperare il film per spiegartelo frame per frame.
Nel secondo caso perché chi fa cinema manco li guarda i film che escono. Giusto quei tre o quattro di richiamo all’anno. Se non c’è innovazione tecnologica o non passa del tempo. Magari per chi ne guarderà 100 all’anno ci saranno quelli che non ne guarderanno neanche 1!
Io non guardo più di 25, 30 film all’anno ormai. Ai tempi dell’università ne guardavo 70 (sto parlando di nuove uscite).
Quindi tutto qui. Le mie sono risposte a parole pronunciate troppo di fretta.
Poi, uno se razionalizza pensa pure che chissenefrega, ma è un divertimento star qui (quando possibile) a scrivere, rispondere e confrontarsi con gli altri.
Infine, questione regole: non è che se le inquadri qualcuno ti mette in prigione.
Un errore, voluto o no, è sempre un errore. Oppure deve avere un significato ben preciso. Cioé, inquadri due palazzi alti creando l’effetto cassa da morto perché è una soggettiva di uno ubriaco o perché hai semplicemente sbagliato? Perché pensa che sia artistico? (ma va!).
Nel cinema bisogna entrare vuoti di tutto, dei pregiudizi ma anche delle aspettative. E’ difficile farlo, son d’accordo.
“Inland Empire” non è un film: è videoarte. Puttanate, appunto.